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il gommone

questi son sentimenti di contrabbando
meglio star qui seduto
guardare il cielo davanti a me…
Paolo Conte


Si svegliò di colpo e di malumore con una striscia di sole sul viso, molto più tardi del solito. Dalla casa venivano rumori inusuali. Andando in bagno si scontrò con la tata filippina che lo salutò come al solito incomprensibilmente aggiungendo “Dottore ha chiamato la signora è dovuta andare a Milano per un riunione, torna dopo domani notte”.
In cucina, la figlia sorseggiava un caffè fumando probabilmente la sua ultima sigaretta. “Ciao Pa’ ” “ ciao Livia, che fai a casa, niente scuola?” Replicò senza convinzione. “ Ma Pà, lo sai ho finito le interrogazioni e vado due giorni da Camilla per studiare per gli esami, anzi paparino che mi daresti un po’ di soldi? Sono rimasta senza e la mamma è uscita –come al solito- all’alba”. Gli diede, baciandola in fronte, 100 euro e si diresse col il caffè fumante in bagno. Quindi era solo, come spesso accadeva, senza le sue due donne, senza sigarette, senza dover lavorare. Aveva due giorni di riposo dal giornale. Si vestì con un impercettibile senso di irritazione, malessere, o forse semplicemente era la colite.
In auto si ritrovò ad andare verso sud, lasciandosi una Roma ormai semi estiva alle spalle, fece benzina comprò le sigarette e arrivò, senza accorgersene al suo paese natale, intorno alle le due. La piazza era deserta, non una persona non un rumore, la luce riflessa dalle case bianche accecante, l’aria appiccicosa, lo zampillo della fontana nel mezzo flebile e stanco. Si diresse verso il bar, scostò l’anacronistica tenda di perline ed entrò nella relativa frescura.
Un uomo ormai avanti negli anni si alzò da una sedia a sdraio “Uhee Signorì! Che bello vederla, venga, venga ecco un bel tè freddo, quello vero con la granita di limone, allora allora come va? Non si fa mai vedere hee, e la Dottora come sta? Hee, vostra moglie la vedo sempre in tivvù è sempre bellissima” e poi quasi senza riprender fiato, con una velatura di rammarico e rimprovero nella voce “certo dalla morte del vostro Illustre Padre non vi siete fatto vedere spesso…. meno male che ogni tanto si fa vedere Livia, Signorì che bella ragazza che si è fatta… tutta la Dottora”.
E così era approdato lì, dove a 50 anni era ancora, e sempre sarebbe stato il Signorì e sua moglie La Dottora che va in tivvù. Bevve con avidità il te freddo ghiacciato, e fattosi consegnare le chiavi si avviò verso casa.
La casa fresca in penombra, con la luce che filtrava dalle persiane lo accolse come sempre con affetto, si sedette sul divano allentandosi la cravatta e si rese conto per la prima volta, che senza pensarci e senza un motivo apparente, era arrivato fin lì. Posò sul tavolo le sigarette, l’accendino, il telefonino scarico, ma tanto né il giornale né nessun altro lo avrebbe cercato per due giorni, e d’altronde non aveva voglia di parlare con nessuno. Girando per casa trovò un mozzicone di canna, una camicia da uomo probabilmente del ragazzo di Livia, e le solite cose nei soliti rassicuranti posti. La pila di vecchi Espresso, da dove sua madre aveva ritagliato i suoi primi articoli, i libri di mare del padre, quell’incomprensibile accozzaglia di romanzi che si accumula nelle case estive.
Andò in bagno dove finalmente, arrivò liberatoria, la scarica di colite. Si era assopito sul divano leggendo una vecchia copia dell’Espresso da cui mancava il suo articolo, quando la ripresa pomeridiana della vita in piazza lo svegliò, la doccia lo riappacificò con il mondo, e fresco e riposato scese in piazza dirigendosi al bar.


“Don Carmelo, pensate che si possa usare la barca di papà?” “Ehh Signorì quella non va in acqua da anni, non è cosa: se volete e vi fidate, però, c’è uno straniero che fitta i gommoni giù al molo”. Non avrebbe mai capito la gente di questo paese, lo straniero, che lavorava e viveva lì ormai da vent’anni era di un paesino dell’interno a 10 km! Si mise d’accordo con lo straniero per la mattina seguente, e si godette il mare, gli odori, il calore rilasciato dalle pietre nere del molo fumando e aspettando il tramonto. Non pensò a nulla, o forse pensò a tutto, si fece investire dai ricordi senza farsi ferire e così nel far niente arrivò la sera.
Don Carmelo, che gestiva anche un ristorante - locanda, gli riservò un bel tavolo d’angolo sulla veranda e, per festeggiare, aprì una bottiglia di Falanghina della sua riserva speciale. La sera come il posto era bellissima, buona e semplice come la spigola a carpaccio che Don Carmelo gli aveva portato assieme ad un sorriso ed a un ospite dell’albergo, troppo bella – così aveva detto – per cenare da sola.
Sulle prime non era rimasto affatto contento di quell’intrusione che aveva incrinato una sera magica, come non ne aveva da anni, ma la ragazza era bella e intelligente e la Falangina di don Carmelo benedì la serata che scivolò via senza problemi.


La ragazza, Sandra si chiamava, era una biologa marina finita lì all’inseguimento di una rara cozza, declinò l’invito che uscì anche per lui inaspettato mentre lo formulava per una gita l’indomani in mare, ma accettò serena di vedersi per la cena. Il sorriso beffardo di Don Carmelo lo seguì quasi fino a casa. Fu un sonno profondo, intenso senza sogni e senza interruzioni.
La mattina si svegliò presto inaspettatamente sereno e riposato, dopo la doccia si infilò la camicia del ragazzo di Livia e andò al bar per fare colazione. “Ueehh Signorì, prende il caffè…. Tenete ho comprato i giornali, pure quello comunista dove scrivete, avete visto che giornata, allora andate in mare da solo ehh, e vabbè … mi raccomando a cena faccio lo spada alla brace, puntuale ehh… buona giornata Signorì”.
Finita la colazione, comprate le sigarette si avviò dallo straniero che aveva già preparato il gommone. Salutò e subito si diresse verso le grotte, dove abitualmente andava a pescare con il padre. La stagione non era ancora incominciata ed essendo giovedì in mare non c’era nessuno. Solo lui, il cielo terzo, i ricordi, le sensazioni. Gettò l’ancora vicino alle grotte e subito si tuffò, l’acqua era fredda, fredda assai avrebbe detto don Carmelo, con qualche difficoltà raggiunse la grotta il cui ingresso era celato dal mare e immergendosi entrò. La luce che filtrava era irreale ma il posto era così come sempre, con la stessa immutata magia di quando da ragazzo ci andava con il padre. Ma l’acqua era veramente ghiaccia e rabbrividendo uscì raggiungendo il gommone e tolto il costume si sdraiò ad asciugarsi addormentandosi. Fra bagni di mare e di sole, giri per i luoghi dell’infanzia passò la giornata, rientrò che era già tramonto inoltrato e sorta la preoccupazione di don Carmelo e dello straniero. “Signorì ci avete messo in pensiero, a quest’ora co’ ‘sto coso il mare è pericoloso, fate presto che fra mezz’ora si mangia”.
Cambiandosi si scopri impaziente e timoroso di rivedere Sandra. Roba da matti.. alla sua età! La notte, il cielo, il mare, il pesce di don Carmelo, la Falangina diedero il meglio di se. Parlò molto e rise, ascoltò con attenzione fumando, e per la prima volta da diciannove anni fece l’amore e si addormentò con una donna che non era la Dottora.
Il mattino dopo fu un vero mattino dopo. L’alba portò assieme alle prime luci felicità, imbarazzo, rabbia, euforia per l’insolita presenza di un’altra donna lì vicino a lui. Si alzò in silenzio quasi senza togliere lo sguardo, sinceramente curioso, da Sandra si vestì e uscì a comprare la colazione.
Vedendolo attraversare la piazza Don Carmelo preparò il caffè, i giornali, e mise due cornetti in una busta. Lo accolse con un sorriso enigmatico trafficando dietro il bancone “Uehh buongiorno Signurì avete visto che bella giornata … andate per mare pure oggi?”. La colazione durò forse un po’ troppo, e quando timoroso e curioso rientrò in casa Sandra non c’era più. Un biglietto in cucina avvisava che sarebbe stata fuori per lavoro tutto il giorno e sperava di rincontrarlo per cena, tre ics per tre baci firmavano il biglietto. Un velo di delusione attraversò il suo viso, ma in fondo era meglio così voleva il mare, stare solo, pensare, riflettere su quello che era accaduto. Non era pentito, nè aveva rimorsi, voleva solo capire.
Il mare si rilevò irrequieto come il suo animo, e quasi subito comprese che non avrebbe avuto aiuto a capire, che i luoghi e i percorsi dell’infanzia potevano offrire suggestioni, ricordi, ma certo non soluzioni. A metà pomeriggio il mare improvvisamente gonfiò, con fatica paura e difficoltà rientrò mettendoci quasi due ore. L’unica concessione del mare: due ore senza pensieri, dubbi, recriminazioni, due ore concentrato per tornare salvo.
A casa, la doccia cancellò il sale e i pensieri residui. Mise in carica il telefonino, si stese sul divano e si addormentò aspettando. Sandra, una telefonata della moglie, una certezza, un rimorso qualcosa di sicuro comunque lo avrebbe svegliato.




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Racconto scritto il 17/08/2017 - 10:00
Da andrea scolastici
Letta n.157 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Molto bello questo racconto, con l'ambientazione marinaresca che lo domina. Si legge d'un fiato. Giulio Soro

Giulio Soro 17/08/2017 - 18:23

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Molto bello, diverso, non la solita narrazione. In alcuni tratti e nell'ambientazione mi hai fatto venire in mente un caro amico siciliano, ottimo scrittore. Benvenuto sul sito: abbiamo trovato un nuovo scrittore, e che scrittore.
P.S. non che la punteggiatura abbia delle pecche, quello no, ma in alcuni passaggi io l'avrei collocata diversamente,in particolare le virgole, per dare al racconto un più agile ritmo narrativo. E comunque quel che dico è opinabile: una mera questione di gusti.
Ciao5*

Spartaco Messina 17/08/2017 - 15:34

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