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Antonio Maria Alfieri, notaio

Da sempre era un predestinato. Doveva fare il notaio e prendere il posto del padre ereditandone lo studio notarile ben avviato.
In verità non gli furono date molte alternative, Nascosto ancora nel ventre della madre la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita.
Per un periodo aveva pensato di essere sempre in tempo per svicolare dal dovere ma mano a mano che proseguivano gli studi era sempre più chiaro che avrebbe seguito le orme paterne. E lui non voleva contrastare né il suo destino né suo padre.
Alla morte dell'Alfieri “de cuius” ne ereditò lo studio anche se dovettero passare diversi anni prima della laurea e della successiva abilitazione per diventarne il titolare perchè non aveva proprio “il pallino” del notaio.
Trasferì il suo studio nella vecchia abitazione genitoriale, dove aveva trascorso la sua vita prima del matrimonio senza figli.
Il grande soggiorno su due livelli si prestava come sala riunioni con la biblioteca paterna degna di Malachia e le numerose stanze come uffici.
Quando passava le sue giornate allo studio tornava indietro nel tempo, alla sua età dell'oro quando ancora non aveva piena coscienza, nel vago avvenir che in mente aveva...


L'unica stanza che non aveva trasformato era la sua cameretta, lì il mondo si era davvero fermato e sembrava, entrandoci, di tornare negli anni ottanta. I poster calcistici, gli autografi di qualche personaggio illustre conosciuto e la collezione del “Guerin Sportivo”.
Durante le ore della pausa pranzo raggiungeva finalmente l'immersione totale nel passato. Usciti i colleghi tornava nella sua camera e si metteva i vestiti d'epoca che aveva ancora nell'armadio e lì cominciava la sua partita di basket.
Aveva attaccato dietro alla porta un canestrino con un tabellone e si immaginava le partite straordinarie che lo vedevano protagonista. Faceva rimbalzare la piccola palla sulle pareti per passarsela e concludere a canestro in plastici movimenti.
“Chi non lo prova non sa che gioia ti da dentro/ su dieci volte almeno una fare centro...”
Teneva il conto dei punti, delle percentuali e dei rimbalzi. Una furia in trance agonistica.
Passata la mezz'ora di folle passione si faceva la doccia e pranzava nella cucina dell'appartamento rimasta intatta come trent'anni prima, poi si cambiava per tornare il notaio serio e compassato che poteva accogliere i clienti ed i colleghi vestito con indosso qualcosa di accurato e di negletto.


A volte, a sera, telefonava alla moglie per dire che per lavoro sarebbe restato a dormire in studio.
Il Subbuteo lo faceva in notturna...




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Racconto scritto il 26/09/2017 - 13:12
Da Glauco Ballantini
Letta n.169 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Mi è piaciuto, certamente per l'atmosfera che trasmette l'immagine reale di quel mondo, ma anche per la gradevolezza dei passaggi; da una placida ironia che sfocia in una sorta di amarezza..

Francesco Gentile 28/09/2017 - 23:56

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C'è un po' della carriola pirandelliana, della monaca di Monza, Malachia è il bibliotecario nel nome della rosa e la frase virgolettata è in una canzone di Vecchioni... il suonatore stanco...

Glauco Ballantini 28/09/2017 - 16:46

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Particolare... complimenti, la chiusura divertente e anche un pò amara...
( mitico Guerin sportivo!!! )

Grazia Giuliani 28/09/2017 - 14:58

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Dimenticavo...tutti quelli che hanno il nome Maria mescolato al loro sono originali...

GianMaria Agosti 27/09/2017 - 07:50

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Bello, originale, ben scritto. Finale simpatico... un saluto.

GianMaria Agosti 27/09/2017 - 07:49

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