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Pieve Solinga (parte seconda)

Come ogni mattina mentre preparo il caffè, il vecchio capraio attraversava il lungo viale davanti casa mia, preceduto dal suo piccolo gregge, dieci capre e quattro capretti, Bartolomeo Scibetta cosi si chiamava il pastore, era arrivato al borgo molti anni prima, ma nessuno ricordava veramente quando, un uomo spigoloso, dall’ età indecifrabile. Aveva scelto di abitare fuori dal paese in un vecchio casale abbandonato che aveva in parte riadattato per le sue modeste necessità.


Un locale abbastanza grande che fungeva da cucina e sala da pranzo, con un grande camino, una cameretta con un lettuccio malandato illuminato da una candela minima quanto basta per non inciampare.


Aveva acquistato due capre che allevava con cura e che avrebbero dovuto soggiornare in una specie di piccola stalla accanto alla porta d’ ingresso, ma poiché le porte non si chiudevano mai, spesso frequentavano la cucina soggiorno in cerca di compagnia e di calore. Quando avevano fame brucavano liberamente nei dintorni senza allontanarsi troppo.


Lui col latte che ricavava faceva formaggi che gli procuravano le altre cose di cui abbisognava. Un poco di pane, un poco di vino, raramente un pezzo di carne. Le verdure e la frutta le raccoglieva nei dintorni o in una specie di piccolo orto che coltivava con cura al ritmo delle stagioni.


Non si sapeva da dove venisse, ma certamente da molto lontano. Parlava una lingua poco comprensibile fatta di frasi confuse e di accenti pittoreschi. Non aveva amici in paese ma quei pochi che frequentava lo trattavano con rispetto . Non faceva domande e non dava risposte ai più curiosi.


Io mi allontanavo spesso dal paese per lunghe passeggiate e spesso capitavo accanto a casa sua. Talora mi fermavo e mi sedevo su un grosso tronco che fungeva da panca, per riposarmi un po’.


Era nata una specie si simpatia reciproca e quando mi vedeva si avvicinava e mi parlava (forse perché non facevo domande).


Mi raccontava degli anni passati, di luoghi lontani a me sconosciuti e non identificabili. Di montagne, ma molto diverse da queste, intrise sempre di un alone di mistero e di pericolo incombente. I suoi discorsi erano slegati, frammenti isolati che, interrotti originavano altri discorsi, e questi senza concludersi scivolavano in frasi misteriose.


Talora intramezzava le frasi con qualcosa che doveva assomigliare a proverbi, e venivano sempre pronunciati (e per quello li riconoscevo) con un tono che voleva evidenziare la saggezza che essi contenevano.


Non parlava mai della famiglia. Spesso mi sono trovato a fantasticare su chi fosse e da dove arrivasse, forse era stato un ladro? O un perseguitato politico, come quegli anarchici insurrezionalisti di cui ogni tanto si sentiva parlare, mah chissà cosa mai si nasconde dietro quell’ uomo semplice e un po’ ruvido.


Il gregge ormai era aumentato, e il formaggio prodotto da Bartolomeo era molto apprezzato, molti bambini al passaggio del gregge in paese correvano ad accarezzare i piccoli capretti, e a fare domande al vecchio saggio pastore, le signore del borgo mi portavano spesso ottime torte a base di ricotta, proprio quella del vecchio pastore, è usanza infatti regalare alle figure più importanti del borgo dolci, liquori casalinghi, e altro ancora, per ringraziare o per ingraziarsi il prete, o il maresciallo, e il medico cioè, io.


Pieve solinga viveva giorno per giorno le mille vite dei suoi abitanti, nessuno sa chi sia stato il primo ad arrivare li, forse per caso, e a dar vita a quel borgo così bizzarro, quel luogo al quale si arriva perché chiamati, quel posto dove si va a cercare una risposta, quando ormai stanchi, arrabbiati, e delusi sentiamo distintamente, e prepotentemente di dover andare.


Ricordo ancora quell’ afoso pomeriggio di fine agosto, percorrevo il sentiero che da casa mia portava verso il piccolo ma fitto boschetto su in cima al monte Ombroso, la cima più alta di Pieve Solinga, circa milleduecento metri.


Camminavo preso da mille pensieri, quando all’ improvviso mi arrivarono all’ orecchio grida di donna, una voce strozzata dal pianto, e riconobbi Linda.


Nessuno rispondeva alle sue sconnesse parole, nessuno gridava oltre lei, nessuno camminava al suo fianco, o forse chissà qualcuno c’ era, ma invisibile ad altri occhi se non ai suoi.


Povera piccola invisibile Linda, sola, sempre sola, preda ormai dei suoi fantasmi .


Cosa ci porta in questo luogo? Cosa ci spinge in questo borgo sperduto e quasi sconosciuto a dare voce al pozzo nero e profondo che dentro grida?


Spesso anche io, si proprio io, il dottore, ho gridato nel vuoto dei boschi di Pieve e spesso ho avuto risposte .


Non mi sono avvicinato a Linda, forse per pudore, forse per lasciarle il tempo di sfogare a modo suo la rabbia che la divorava, una rabbia di cui tempo fa mi aveva accennato, quando timorosa e triste era entrata nel mio studio per una prescrizione medica, qualcosa contro la depressione, contro l’ abulia che la paralizzava .


Avrebbe voluto lasciare Osvaldo alle sue donne, ma c’ era qualcosa di grande e forte che comunque la teneva li, avrebbe solo dovuto lasciare il marito e iniziare la sua vita li a Pieve Solinga, forse quel pomeriggio sarebbe stato risolutivo, forse il coraggio si stava impadronendo di quella fragile donna .


Pieve ci soffia dentro le risposte, ci parla, e noi ascoltiamo. Voci, immagini, e tutto ci scorre dentro, ci rigenera, e quando la voce si placa sappiamo, conosciamo.


Lentamente e senza far rumore mi sono allontanato e ho lasciato Linda, sicuro della sua nuova consapevolezza .




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Racconto scritto il 26/09/2017 - 19:39
Da Marina Lolli
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