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Oggi non mi va di recarmi a scuola

Il cruccio di Maria


- Vincenzo! Cominciò ad urlare la sorellina Maria.
Sveglia!
Non vedi che sono pronta per la scuola?
Ho messo il mio grembiule bianco con il colletto rosa.
La mamma mi ha pettinato i capelli facendomi due codine.
Ti piace il nastro bianco?
Come ti sembro?
Sono elegante?


- Basch!
Che schifo!
Ti sei messa in ghingheri come se dovessi andare a una fiera.
Perché mi hai svegliato?
Non lo vedi che sto ancora dormendo?
Non riesco ad aprire bene gli occhi.
Ho sonno.
Tanto sonno.
Marì! Per favore richiudi l’imposta della finestra perché devo riaddormentarmi.
Stavo facendo un bel sogno e non voglio perdermi il finale.
Stamattina ho deciso a modo mio.
Non voglio andare a scuola.
Non mi va!
Proprio così.
Ho detto no e no sarà!


- Io non c’entro… ma la mamma mi ha detto di svegliarti perché mi devi accompagnare proprio tu stamattina a scuola.
Lo vedi.
Ho già pronto pure il mio cestino con la merenda e aspetto solo che ti alzi.
Se non ti sbrighi faremo tardi.
Devi lavarti i denti e poi la faccia con il sapone di Marsiglia e poi infilarti le scarpe e allacciartele.
Quante cose hai ancora da fare!
Perciò spicciati, altrimenti arriveremo in ritardo e poi lo sai che la colpa sarà sempre e solamente tua.
Dopo non dovrai lamentarti se ti prenderai una punizione che magari reputerai ingiusta.
Io t’avverto che se tarderai a vestirti, il castigo te lo meriterai tutto intero.
Mi dispiacerà poi, vederti crucciato perché toccherà sempre a me trovare un motivo per consolarti.
Ed io ti dico che stamattina non mi va di rincuorare proprio nessuno.
Mi sono stufata d’essere la sorella, quella brava e buona, che consola tutti e mai nessuno che conforta me.
Ora… io sono arrabbiatissima per conto mio e non mi va più di badare a te.
Ecco finalmente te l’ho detto chiaro e tondo.
Sono proprio arrabbiata e lo vuoi sapere il motivo?
Si! Te lo svelo subito perché io, di segreti, non ne ho mai avuti.
La verità è che sono proprio incollerita…
E mi viene pure da piangere…!
Anzi lo sai che ti dico….
Io non piango e non lo farò più perché sono forte e coraggiosa più di te che ti senti chissà chi, solo perché hai una fantasia sfrenata e ti reputi il padrone del mondo, un mago, un genio che sa tutti i misteri della terra.


- Che fai adesso Maria!
Piangi per davvero?


- Perché, ho mai pianto per finta?
E allora che vuoi sostenere con ciò?


- Proprio adesso?
E di prima mattina…
Mi fai rattristare quando ti comporti così.
Dimmi che cosa ti è capitato.
Chi è stato a ridurti in questo stato pietoso?
Mi dispiace veramente.
Senti…. Se vuoi, ti canterò la canzoncina che ti piace tanto…
Oppure farò le capriole sul letto.
Guarda Marì!
Sono con la testa in giù e le gambe in aria.
Osservami bene perché in questa posizione non posso resistere a lungo.
So fare pure le smorfie e allargare con le mie dita la bocca, così vedrai come sarò buffo.
Diventerò bruttissimo e ti farò pure spaventare.
Ma tu… non sorridi Marì!
Dove sono le rue fossette che si vedono quando ridi?
Raccontami adesso,ì quello che ti è capitato per filo e per segno.


- È semplice la questione.
Te la posso spiegare subito in poche parole.
Sono arrabbiata….
Infuriata,
Triste e addolorata… Perché ….


- E dillo, una volta per tutte, questo benedetto motivo…!
Facendo così mi lasci in aria.
Se parli e ti sfoghi, almeno… potrai scaricare questo grosso peso che ti addolora e ti rattrista tanto.
Dai!
Spiffera tutto in un sol fiato.


- Sono triste lo sai perché …?
Stamattina papà non mi ha guardato nemmeno una volta e non mi ha dato neanche un bacio.
E dire che la mamma mi ha fatto i complimenti perché sono elegantissima, invece, papà… non si è accorto di nulla.
Forse non mi vuole più bene?
Non sono più come prima?
Magari sono diventata brutta e…
Chi lo sa…
Si è stufato il mio paparino di me e forse non mi vuole più.


- Maria!
Credevo chissà quale tragedia ti fosse successo.
Mi hai fatto pure preoccupare!
Che scema che sei.
Non è morto di certo nessuno… e quello che chiami un problema, te l’assicuro, non è nulla di grave!
È poi è impossibile quello che dici perché papà stravede per te.
Non fa che coccolarti, accarezzarti e riservare tutte le belle parole, gli apprezzamenti solo per te!
Allora che devo dire io…?
Mi lamento mai?
Piagnucolo forse?
Anche se le botte più sonore e dolorose, quelle sì, che le riserva tutte per me.
In questo preciso settore sono il suo prediletto.
Non è forse vero per caso?
Ammettilo pure tu che ho ragione.
Perciò Maria, non tormentarti perché per papà resterai sempre la sua “regina, imperatrice e principessa”.
E chi più ne ha, più ne metta di complimenti per te, all’infinito sino ad essere veramente stomachevoli.
Tutte le frasi sdolcinate sono riservate esclusivamente a te.
Invece, le paroline considerate le più dolci, quelle che affibbia a me sono: asinaccio, scimunito, cretino, perditempo e quant’altro gli esce dalla bocca sul momento.
Mi ripete tutte le parolacce che riesce a trovare, secondo come il suo buon cuore gli ispira.
E poi non parliamo dei suoi sguardi severi, truci e atroci che sono peggiori dei rimproveri e delle pesanti sculacciate.
Quando mi guarda in quel modo duro, mi sento impietrire come se diventassi, d’un tratto, di gesso o peggio, di marmo.
Ho la sensazione, certe volte, d’essere pure, malleabile, friabile, pronto per essere polverizzato, sbriciolato e gettato, con il semplice soffio della bocca, al vento, fuori dalla finestra.
E poi non è detto che è come tu pensi, perché papà ancora si sta lavando, e poi devi dargli il tempo di finire di radersi.
Vedrai Maria che è come ti ho detto e poi mi darai ragione.
Papà per te stravede e questo tu lo sai da sempre e ti vuole un gran bene.
A chi le fa le coccole, le carezze, i gesti affettuosi e le altre smancerie che non mi va nemmeno di nominare?
Li fa per caso a me?
Ammettila la verità che sono tutti gesti affettuosi riservati solo ed espressamente alla sua figliola prediletta.
Il mio destino invece oramai lo so.
Sono rassegnato.
Che vuoi … io sono grande… perciò le cose le capisco a volo.
E poi non ne ho di bisogno, di tutte queste cerimonie, manfrine o meglio, salamelecchi.
Sono serio io… e non viziato e vezzeggiato come te.
Il mio ruolo… oramai lo so!
È simile a quell’oggetto che usano i pugili per allenarsi.
Servo solo per farlo esercitare a specializzarsi nelle sventole sopraffine e per giunta dolorose.
Marì, tu non lo puoi capire, ma io ho cominciato a rassegnarmi, mio malgrado, giacché destinatario di sberle, a fare da cuscino, per l’allenamento di botte di papà.
Ci sono, e tu lo hai veduto proprio su di me, diverse categorie di scapaccioni o meglio dire sberle…
Quelle che si danno sul sedere che sono le meno dolorose, poi quelle che arrivano diritte sul collo o, male che vada, sulla testa che sono, ti assicuro, terribili e dolorosissime.
Le altre, quelle date sul viso che stampano, in pieno tondo, tutte le cinque dita, servono, secondo il convincimento di papà, per mia futura memoria e, secondo lui, date a fin di bene.
Le considera di esortazione perché ritiene che nel momento in cui mi guarderò allo specchio, dovrò ricordarmi ciò che ho fatto e quindi meditare, riflettere le mie sconsiderate negligenze e svogliatezze.
Lo fa, secondo la sua convinzione, per insegnarmi l’educazione.
Certo… il sedere non è di sicuro il suo… e la faccia che ne va di mezzo è solo la mia, che poi mi fa un male da morire da costringermi a piangere e strillare dal dolore.
Perciò, cara la mia sorellina Maria.
Lascia perdere…
A confronto con le mie punizioni, le tue delusioni, possono considerarsi davvero delle sciocchezze, simili a delle passeggiate in piazza, lungo il corso cittadino oppure ad una strimpellata con la fisarmonica sotto le stelle del firmamento.

- Vincenzo, quanto parli?
Tutta questa lunga discussione mi ha confuso le idee e ora non so più perché sono arrabbiata.


- Meglio così Marì!
Adesso asciugati gli occhi e dammi un po’ di tempo per togliermi il pigiama e preparami per la scuola.
Mannaggia alla scuola.
Che fatica!
Preferirei scalare le montagne piuttosto che salire i gradini di quell’odioso edificio dall’odore acre, repellente, d’inchiostro e dal fetore di quelle aule chiuse e impolverate.
Avevo deciso che proprio oggi non sarei andato a scuola…
Mi sentivo così bene al solo pensiero di starmene in casa, che gustavo già il mio ozio, come fossi in paradiso.
Invece mi sono ricordato che se farò storie, papà mi trascinerà a scuola con la forza e per le orecchie.
Povere le mie orecchie!
Maria… ma tu…
Stai sentendo adesso … la voce di papà?
È meglio che mi sbrighi altrimenti ne vedrò, anzi ne sentirò delle belle di botte, di quelle sonore che ben conosco.
Sta chiamando qualcuno.
Marì!
Non lo senti?
Sta chiamando proprio te!
Te lo dicevo io.


- Papà sono qui!
Mi hai cercato?
Stavo aspettando proprio te, perché volevo essere abbracciata e baciata prima di andare a scuola.
Adesso paparino mi devi dare venti, mille baci.
Va bene?


- Che bella scena commuovente e sdolcinata! Disse Vincenzo tra se!
Mi viene pure da piangere!
Quante cerimonie, messinscene e salamelecchi... di qua e di là.
Bla… bla… bla.
Lo sapevo che finiva così.
Almeno Maria adesso sarà contenta.


- Eccola la mia regina, principessa, imperatrice! Disse quel papà.
Dove ti eri nascosta?
Ti ho cercato per darti il mio buongiorno.
Quanto mi vuoi bene Mariuccia, tesoro mio?
Dimmelo subito.
Proprio… tanto?
Non ci credo.
Dimmelo di nuovo quanto vuoi bene il tuo papà.
Abbracciami subito.
E tu Vincenzo …
Dico a te …
Sbrigati a vestirti perché se fai tardi poi, lo sai che mi arrabbio e rischi di prenderti… una giusta punizione!
Non voglio dire altro, perché di prima mattina, non mi va di incollerirmi.


- Si papà! Rifletteva Vincenzo.
Hai ragione!
Hai proprio ragione.
Come no!
Ah… dimenticavo: la “giusta punizione” …
E quale sarebbe poi la giusta punizione?
Lo sa solo lui…
Adesso sono pronto papà, pure io.
Ho fatto presto.
Lo so che devo accompagnare Maria.
E non preoccuparti… che starò attento ad attraversare la strada.
Uffa la scuola!
Ma domani, la marinerò.
Ho deciso, magari… forse…
Domani a scuola non andrò assolutissimamente.
Parola mia!
Mi godrò una meritata vacanza e se poi ci scapperà quello che papà giudica il “giusto castigo” non m’importa.
Almeno potrò dire di prenderlo a piacer mio.
Una volta tanto ci vuole un poco di libertà, e poi mi serve per sognare ad occhi aperti, alla ricerca di nuove magie e rincorrere le mie fantasticherie e i miei desideri.
D’altra parte, per immaginare, occorre tempo… tanto tempo, anche per riflettere.
Chissà che cosa sognerò domani?
In quale cielo andrò e quale vento mi porterà via a vagare per i monti e il mare?
Domani … mi metterò con il naso all’insù e guarderò le nuvole e poi le visiterò assieme ai miei amici fantastici, quelli che mi fanno sempre compagnia e che m’invento con la mia mente.
Oppure… forse… sarà meglio che vada con i miei compagni di strada a correre e giocare fino a stancarmi, sudare e gettarmi poi per terra sfinito e distrutto dall’allegria.
Domani sì che sarà una gran bella giornata.
Me la godrò tutta e sarà mia.
Non c’è cosa migliore che marinare la scuola per convinzione, decisione e determinazione.
Me lo devo proprio godere un giorno intero di riposo meritato, senza patemi e senza angosce, in barba a tutti: alla scuola, al maestro e ai compagni secchioni che dovranno, invece, stare attenti, fermi e silenziosi, seduti in quei banchi vecchi da cent’anni.
Domani mi godrò l’intera giornata.
Parola mia!


(Brano tratto dal libro dello stesso autore, “Le storie fantastiche di tre fratellini: Amalia, Maria e Vincenzo”. Volume II. Youcanprint Self-Publishing. Novembre 2015,Pagg. 269)




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Racconto scritto il 11/10/2017 - 13:16
Da Vincenzo Scuderi
Letta n.148 volte.
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