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LA PIETRA TURCHESE

LA PIETRA TURCHESE
Perla nera del Mediterraneo o Isola del Vento. Sono le comuni definizioni dell’isola di Pantelleria, più vicina alle coste africane che a quelle siciliane. Simile ad un meteorite caduto in mare, in quest’isola dove tutto è eccessivo, primordiale, forte nei colori, nel vento, nelle forme rocciose, dove l’ origine vulcanica le regala il colore scuro della terra e delle rocce, circondata dal mare blu cobalto e dove i tramonti si accendono di rosso, vive una bimba di nome Sara. La bimba va a trovare spesso una donna che sa leggere il cuore della gente e vede il futuro attraverso le pietre dure e i cristalli e le regala un ciondolo di pietra di turchese. Sara scopre che il padre è in vita e dopo la perdita della madre, decide di conoscerlo. La cattiva accoglienza che il padre le riserva la porta a scegliere di andare a vivere a Roma per lavoro, dove alla fine diventerà una brava stilista di moda. Dopo una storia d’amore tormentata, decide di tornare nell’isola, dove ritrova l’amicizia con l’anziana Nina ed anche di un amico d’infanzia, poi l’uomo della sua vita. Il padre, rimasto solo, la cercherà e dopo un profondo conflitto interiore Sara sceglierà la via del perdono.
Il cortile risuonava delle voci dei bambini che nella calura estiva si rincorrevano nel perimetro delle case basse e squadrate e il sole tramontando accendeva con i suoi raggi i colori vivaci delle facciate. Stanca del gioco, Sara si staccò dai compagni e decise di andare a trovare Nina, due case più in là della sua abitazione color azzurro, all’angolo della piazza, una casa a pianterreno, con una tenda di merletto bianca che delimitava l’ingresso dell’abitazione.
- Nina ci sei? – chiese Sara entrando timidamente nella sala d’ingresso, confinante con la cucina.
-Vieni Sara, vieni. Sto preparando la salsa di pomodoro. Vieni che ti insegno – disse Nina che indaffarata nella grande cucina, puliva i pomodori.
Sarà entrò in silenzio. Era accaldata, la frangetta sulla fronte in disordine metteva in risalto i grandi occhi chiari che contrastavano con il colore scuro dei capelli legati in treccine.
Si sedette su un sgabello alto e appoggiò la testa sul ripiano in marmo.
-Che c’è, sei stanca? Non ce la mamma? – Domandò la donna
-Si, Nina, sono stanca e Mamma é a servizio fino a tardi. Mi tieni con te?-
Nina conosceva Sara dalla nascita, poiché aveva aiutato sua madre durante il parto e la bimba si rifugiava da lei quando si trovava da sola.
-Ma si, puoi stare qui quando vuoi, lo sai. -
La bimba annuì e minacciava di addormentarsi in quella posizione scomoda, allora Nina la chiamò.
-Vieni, guarda. Vedi, fare la salsa di pomodoro è un rito e bisogna essere attente. Bisogna pulire i pomodori, metterli in una pentola con cipolla, aglio e basilico e farli cucinare. Il basilico è importante, dà l’aroma, il profumo. Se un cibo non ha profumo, non è un cibo-.
Nina era una donna particolare, sempre sorridente e con i capelli raccolti sulla nuca. Il suo sguardo era profondo come se riuscisse a leggere l’anima e il pensiero della gente. Possedeva delle pietre dure e dei cristalli che lei usava per degli strani giochi e addirittura riusciva a vedere, attraverso essi, la vita e il futuro di chi aveva innanzi. Ma non era una fattucchiera, aveva un dono che lei stessa non voleva si sapesse in giro, se non per aiutare la gente. La vita era stata avara con lei e aveva conosciuto la cattiveria umana, ma ciò non le aveva impedito di essere buona e aiutare il prossimo. Sara si era distesa su un divanetto e senza nemmeno cenare si era addormentata.
L’indomani , mentre addentava una ciambella, Sara pose una domanda che aveva in mente da tempo:
- Nina, mi fai vedere le pietre magiche? -
-Oh quelle, lascia perdere, è roba da grandi.-
L’insistenza di Sara convinse Nina ad aprire un cassetto della credenza ed estrarne una scatola in legno colorato. Era ricolma di pietre dure bellissime, grezze o lavorate. Piccoli frammenti di universo, carichi di vibrazioni, di energia e dai colori fantastici. Ambra, corallo, malachite, corniola, lapislazzuli, acquamarina, giada, quarzo rosa, ametista e altre altrettanto belle e originali.
-Vedi Sara, tutti sulla terra possediamo un’energia: le persone, gli animali, le piante ed anche le pietre. Le pietre anzi la catturano, la conservano e poi a la trasmettono. Assorbono le vibrazioni cattive ed emanano quelle buone. Ogni pietra ha delle caratteristiche particolari-. Spiegava Nina
Depose le pietre e i cristalli dalle forme più strane e variamente colorate sulla tavola e osservò la bimba, che guardava, con i suoi grandi occhi azzurri, attenta e sbalordita.
Nina non vedeva solo con gli occhi, piuttosto percepiva nel profondo, nel regno delle emozioni, penetrava con la mente in una rete empatica di comunicazione molto complessa e come in uno specchio vedeva la vita della persona che aveva davanti. Le pietre erano solo uno strumento per liberare l’ energia.
-Vedi piccola – disse la donna con voce seria - tu dovresti essere ricca, ma ti hanno tolto tutto quello che ti spettava e in amore ti toccherà soffrire prima di essere felice. Dovrai lottare per ogni cosa e questo ti renderà più forte e alla fine, nella tua vita, se tu lo vorrai, prevarrà il bene.- concluse Nina.
Poi Nina estrasse da un sacchetto un ciondolo e glielo porse. Era un turchese grezzo con una sfumatura di colore verde ed era appeso ad una catenina. Un amuleto che avrebbe allontanato la cattiva sorte da lei.
Nina spiegò alla bimba che si era fatta sempre più attenta: - Il turchese é la pietra della rigenerazione. In Egitto questo minerale veniva considerato il simbolo dell’aldilà e dell’universo. Porta denaro, successo e amore. Tienilo con te, ti aiuterà ad allontanare le energie negative e a darti coraggio nei momenti difficili -.
-Grazie Nina, è proprio bello-. Rispose Sara, contenta di ricevere un dono magico e lo mise subito attorno al collo. Poi sorridendo salutò la donna e andò fuori verso la sua casa.
Era una giornata ventosa e piccole nubi sembravano correre velocemente nel cielo. Le strade erano animate dai paesani che iniziavano a trascorrere la giornata e il lavoro quotidiano: i pescatori avviavano le barche verso il largo, gli anziani si riunivano in piazza a chiacchierare o a giocare a carte, i bambini nella pausa estiva della scuola, non vedevano l’ora di iniziare a scorazzare per il paese o andare pericolosamente sugli scogli, correre al porto o recarsi con gli zaini nelle campagne tra gli antichi muretti a secco. Si incontravano turisti che a gruppi numerosi facevano il giro dell’isola e acquistavano nei piccoli negozi piccoli souvenir, riempivano i bar e i ristoranti e si tuffavano nelle acque cristalline di quel piccolo angolo di Mediterraneo.
Spesso Sara chiedeva alla madre di raccontarle qualcosa del padre, partito per lavoro in un posto lontano e morto in un incidente e la donna iniziava a descrivere un uomo alto bruno, con dei baffetti e gli occhi azzurri come i suoi. Le diceva che era stato un uomo buono e aveva voluto un gran bene ad entrambe.
Il tempo trascorse e Sara divenne adulta, trasformandosi in una ragazza speciale. Alta, snella e grandi occhi azzurri, conservava dell’infanzia la frangia sulla fronte e i capelli lisci che le poggiavano morbidamente sulle spalle. Un triste giorno sua madre si ammalò e quando sentì di aggravarsi, la chiamo vicina a sé. Sembrava dormisse, poi aprì gli occhi e guardandola le rivelò che il padre era vivo. Si trattava di un nobile che l’aveva sedotta e poi cacciata via.
-Perdonami se non ti ho raccontato il vero e ti ho lasciato credere che tuo padre fosse morto. Chissà forse adesso si è pentito e ti può aiutare- Disse sua madre con la voce sempre più fioca.
L’ultimo respiro lo conservò per dirle il nome dell’uomo, poi la povera donna reclino il capo e spirò, lasciando Sara in lacrime. Nei giorni a seguire si trovò spesso a girare da sola per l’isola. Era cosi che faceva quando era afflitta e confusa. Percorreva sentieri deserti ed andava a respirare l’aria salmastra del mare, poi si sedeva sugli scogli scuri e stava lì a pensare. Infine decise di andare a trovare l’uomo che sua madre le aveva rivelato essere suo padre.
Sara fu accompagnata da un domestico che la introdusse in una stanza riccamente arredata, con una grande scrivania, librerie antiche e pesanti tendaggi. L’uomo era in piedi, rigido ed elegante e la guardava entrare con un’aria infastidita. Non si aspettava certo quella visita.
-Cosa vuoi ragazza? Ho poco tempo per le stupidaggini, quindi sbrigati!-
-Vi ricordate di Angela? – domandò, guardandolo negli occhi, azzurri come i suoi, poi espose con emozione il racconto della povera Angela.
- Ho saputo che siete mio padre e che avete cacciato via la mia povera mamma, che da quel momento non ha avuto che problemi.-
- Cosa vuole adesso Angela? Che la sposi?-
- No , affatto, sapete è tardi, è già morta, di fatica e di solitudine.-
- E tu cosa vuoi, denaro ? io ho già un figlio e non intendo mettermi nessun altro sulle spalle -.Disse l’uomo bruscamente. Con gesto veloce prese il blocchetto degli assegni, ne compilò uno e glielo porse.
Sara era incredula, guardava quell’assegno abbastanza ricco che aveva tra le mani e sicuramente le sarebbe servito, ma provò un così grande disgusto che lo gettò sul tavolo e con voce un po’ alterata disse:
-Tenetelo pure, non è per questo che sono qui, avrei voluto solo parole di affetto. Ma voi siete un uomo spietato e senza cuore. Addio-.
Così Sara, scappò via, in lacrime, mentre l’uomo stava impietrito a vederla andar via e fu in quel momento che la ragazza decise di partire. Aveva letto sul giornale un annuncio di lavoro per commessa in un grande negozio per abbigliamento femminile a Roma. Era lì che doveva andare.
L’aereo per la capitale la portò verso una nuova vita e presto iniziò il suo lavoro di commessa, bene accolta per la sua bella figura e i suoi modi gentili. Nei momenti liberi Sara amava andare a spasso per quella città dalla lunga storia, esplorare le vie del centro, ammirare i monumenti, le chiese, le fontane e poi le piazze, la gente, i negozi. Tutto per lei era nuovo e straordinario.
Amava guardare le vetrine, seguire la moda e spesso la sera, dopo cena, si divertiva a disegnare modelli. Una sera la sua vicina di stanza, Marisa, entrò nella sua stanza per chiacchierare un po’ e la trovò mentre appunto disegnava un abito da gran sera.
-Cosa fai di bello? Oh! Ma guarda, che bei disegni. Sei brava!- fu il suo commento. Poi posò i disegni sul tavolo e guardandola seriamente le disse:
-Ascolta, conosco una signora che possiede una sartoria abbastanza importante. Perché non le porti i disegni ?
Sara si sentì invogliata a provare e fu con grande meraviglia che quell’idea trovò un esito favorevole e in poco tempo si trovò a lavorare in sartoria. Riusciva a creare bei modelli che piacevano molto sia al suo datore di lavoro, sia al pubblico. Le riconoscevano un certo talento e una buona creatività.
Una mattina, camminava soprapensiero e andava al lavoro, girò l’angolo e quasi si scontrò con un giovane in divisa. Si scusarono reciprocamente per poi infine si presentarono.
Si chiamava Alex ed era pilota di linea aerea. Emanava un gran fascino con quella divisa scura, con il volto interessante e i capelli un po’ grigi sulle tempie, malgrado fosse giovane. Sembrava rapito dalla bellezza di Sara che si sentiva molto imbarazzata dall’accaduto e dagli sguardi che l’uomo le lanciava.
Quell’incontro non rimase isolato e presto la loro conoscenza si trasformò in amore. Si vedevano la sera e spesso si recavano nell’appartamento di Alex, dove viveva da scapolo. Passavano delle ore piacevoli insieme e Sara in quella prima esperienza amorosa si sentiva ogni giorno di più legata a lui. Ma non Alex che sembrava sempre più distaccato. Anzi un giorno le disse chiaramente di non mettersi strane idee in testa e che non voleva legami.
Sara era sconvolta, ma il suo orgoglio le impediva di mostrarsi delusa e lasciò che la storia continuasse così, in attesa di sue telefonate che giungevano sempre più di rado e la ragazza viveva tra alti e bassi di umore..
Una mattina Sara, dal finestrino dell’ autobus che la portava al lavoro, vide Alex in compagnia di una donna bionda, con i capelli a caschetto e molto elegante. Ridevano e si guardavano complici mentre lui le circondava le spalle con un braccio. Fu una visione che la colpì profondamente e le diede la forza per prendere la decisione definitiva, l’aveva rimandato troppo. Alex aveva superato il limite e questa volta Sara sentiva di avere chiuso con lui. Non voleva nemmeno sentirlo per telefono. Gli scrisse poche righe di addio definitivo e lasciò il biglietto in portineria.
Sara scappò via angosciata, i fantasmi della sua esistenza venivano fuori uno dietro l’altro e mentre piangeva, accarezzò il ciondolo di turchese e fu allora che capì di aver bisogno di tornare a casa, nella sua piccola isola sul Mediterraneo, magari per un po’.
Fu così che dopo qualche giorno si ritrovò a Pantelleria, a percorrere le strade della sua infanzia e respirare quell’aria le restituì una pace che non aveva più da tempo. Trascorreva diverse ore a lavorare sulla collezione che stava disegnando, seduta nella veranda del dammuso che aveva in affitto, circondata da fiori, piante e palme nane. Nina la incoraggiava e stavano a chiacchierare mentre l’aroma del caffè appena fatto si diffondeva nella grande cucina.
-Sara, devi accogliere nel tuo cuore il perdono, solo così la tua vita si colmerà di luce. – le suggeriva Nina
Un giorno la giovane donna si recò davanti alla villa imponente e lussuosa del padre e sentì piena di rabbia. Era dritta davanti al cancello e un tumulto di sentimenti le agitava il cuore. Altro che perdono! Le sarebbe piaciuto entrare per gridargli il suo dolore, ma si trattenne e stava lì con i pugni stretti e la mente in tempesta senza accorgersi di un ragazzo che stava lì a guardarla, sorridendo.
Alzò i suoi grandi occhi azzurri che si incontrarono con quelli scuri del giovane che le stava davanti.
-Ma tu sei Giuseppe!- Esclamo allora
-Eh si, sono io. Mi hai riconosciuto. Tu sei sempre la stessa! Ma quante ombre nel tuo viso !-
Rimasero a parlare un po’, poi decisero di incontrarsi per pranzare insieme. Scelsero un locale, nei pressi del castello e seduti di fronte, dopo un iniziale imbarazzo iniziarono a parlare delle loro vite.
Sara scopri così che Giuseppe aveva rinunciato a fare il lavoro di marinaio, come avrebbe voluto suo padre e infine aveva aperto una agenzia di viaggi in paese. Nei giorni a seguire continuarono ad incontrarsi. Sara gli raccontò di Alex e di quella delusione, gli raccontò di quel padre vigliacco e della sua vita solitaria, piena di difficoltà.
I giorni passavano e Sara richiamata dal suo lavoro rientrò a Roma, dove trascorreva molte ore in sartoria a completare i disegni dei figurini che aveva ideato durante la sua vacanza a Pantelleria. Sentiva la mancanza di Giuseppe, della sua tenerezza e della tranquillità che gli trasmetteva anche per telefono, con il quale stava parecchie ore.
Fu con grande meraviglia che un giorno trovò Alex, con aria smarrita, davanti alla sartoria all’uscita del lavoro. Si salutarono stringendosi le mani, mentre Sara lo guardava meravigliata di trovarselo lì davanti. Poi Alex le chiese di uscire insieme e di iniziare un rapporto diverso. Aveva sentito molto la sua mancanza e aveva capito con ritardo di amarla. Fu Sara che questa volta si trovò a respingerlo e gli spiegò della sua gita nell’isola e del suo amore per Giuseppe.
Alex cercava di dissimulare la delusione con un atteggiamento di sufficienza. Ma l’espressione del viso denotava una certa sofferenza. Non c’era rancore tra di loro, semplicemente i loro ritmi emotivi avevano avuto tempi diversi e non si erano incontrati. Si salutarono con un abbraccio, poi lui senza voltarsi andò via. La sua figura alta ed elegante camminò veloce fino a quando svoltò l’angolo e poi non si vide più.
Nella sua vita adesso c’era Giuseppe, che un’ora dopo la chiamò al cellulare e con voce squillante le spiegò di avere trovato una casa niente male e che quindi doveva tornare al più presto per vederla. Sara sentiva che era lui l’uomo della sua vita. La sua voce le scaldava il cuore e non vedeva l’ora di essere insieme, guardare i suoi occhi scuri e disordinagli il ciuffo ribelle sulla fronte.
Consegnata la collezione ormai ultimata, Sara discusse con il suo capo sulla sua nuova modalità di lavoro a distanza, inoltre in futuro volevano realizzare il progetto di aprire un punto vendita dei loro capi di sartoria a Pantelleria.
Sentiva gioia quando l’aereo atterrò nell’isola e il caloroso abbraccio di Giuseppe le diede la certezza di non essere più sola. Nei giorni successivi andarono a vedere la casa che lui aveva trovato. Era una villetta prossima al paese, non molto grande ma con un bel giardino. Decisero di affittarla e poi se si fossero trovati bene, con un po’ di sacrifici l’avrebbero acquistato. Tutto sembrava perfetto, ma quel momento di gioia era turbato da un’ ombra, quella del padre, che adesso solo, malato e con il suo pupillo di figlio che l’aveva abbandonato, si era messo a cercarla. Sara non se la sentiva di rivederlo e rimaneva sorda alle sue richieste. Il suo animo era agitato dal risentimento e da sentimenti ostili. Cosa voleva adesso lui?
Andò da Nina che come sempre preparava delle strane tisane e senza lasciarla parlare si mise a raccontarle le ultime sequenze della vicenda di suo padre. Quando finì il racconto Nina tirò fuori la sua saggezza:
-Ascolta Sara, tuo padre si è comportato male, ma la superbia albergava nel suo cuore ed era convinto di aveva diritto ad agire in quel modo. Pensava di avere una famiglia, ma lo hanno lasciato solo. Adesso ha capito cos’è l’abbandono, la solitudine e alla fine ha pagato per il male fatto-.
-Non odiarlo, Sara, è solo un povero vecchio malato e solo.- Concluse Nina
Si recò nel suo rifugio solitario, un luogo dove spesso andava quando era ragazzina ed aveva la mente confusa. Iniziò a riflettere nel silenzio che il posto offriva, dinnanzi ad un paesaggio collinare di straordinaria bellezza, dove i minerali, stratificati nei secoli, avevano forgiato una gamma di colori che dal giallo ocra, si susseguivano il grigio, il giallo, il bronzo brunito, il nero. In una atmosfera primordiale Sara sentì di appartenere a quei luoghi e di avere davanti a sé tanti anni e tanto tempo per rivedere la propria vita, per costruire e fare cose nuove, poteva formarsi una famiglia, godere di quell’aria e di quel mare, mentre per suo padre il tempo stava per scadere, la sua vita stava per finire senza potere rimediare ai suoi errori, senza più alcuna possibilità. Fu li che Sara si soffermò, fece la sua scelta.
Gli aprì un cameriere, l’unico rimasto, che la fece entrare in una stanza buia, riccamente arredata, dove l’uomo, pallido e malato, stava disteso nel letto come se già fosse morto.
-Padre.. – lo chiamò timidamente –
Egli volse il capo e la guardò meravigliato.
-Sara sei qui.. ti prego perdonami, ho sbagliato tutto. L’ho capito quel giorno quando sei venuta a trovarmi , volevo liberarmi di te con un assegno e ti ho trattato male. Ma tu hai rivelato una dignità che io, con tutto il mio denaro, non ho mai avuto. Volevo chiamarti, chiederti di tornare indietro, ma la superbia in quel momento ha preso il sopravvento e la mia bocca rimase muta. –
Fece una pausa guardandola negli occhi, poi continuò:
-Sara ti prego, perdona questo vecchio che non ha capito nulla, che non ha saputo educare nemmeno quello che riteneva un figlio. Che appena mi ha visto sofferente è andato via. Mi dispiace per Angela. Io l’amavo, era così dolce e buona. Ma c’era la mia famiglia, c’era quella serpe di mia moglie e quel pupillo di figlio e l’arroganza del denaro.
Eravate voi la mia famiglia e io vi ho scacciate via … -
Le lacrime rigavano il viso ricoperto di rughe dell’uomo che una volta vantava una straordinaria bellezza e gli occhi azzurri,come quelli di Sara, sembravano ormai spenti.
Un nodo di commozione impediva a Sara di parlare, ma la stretta delle sue mani e il suo viso commosso fu più eloquente di ogni parola.
Poi finalmente rispose:
- Non preoccuparti papà, adesso io sono con te, ti aiuterò io. -
Da quel momento Sara si sentì l’animo libero e malgrado l’agitazione dei sentimenti contrastanti la sua vita si era finalmente conciliata con il suo passato. Trascorse i giorni successivi vicino al padre, con cui parlava a lungo e gli leggeva dei libri, mentre il suo stato di salute sembrava migliorare. Lo aiutava a mangiare a ripulirsi, gli faceva compagnia e infine, su sua richiesta, chiamò il parroco per confessarsi.
Un giorno l’uomo senti che la sua vita stava per finire, lei lo abbracciò quasi a cullarlo come un bimbo e infine spirò serenamente. La meravigliosa voce del perdono che Sara aveva ascoltato, aveva reso la sua vita piena di amore, come le aveva predetto Nina.
Sara e Giuseppe camminavano tenendosi per mano nei pressi di uno scoglio dalla forma bizzarra, una scultura creata dalla natura, modellata dal vento e dalle onde, la zampa di un elefante che disegnando un arco, si immergeva nelle acque agitate del mare, un gigantesco faraglione divenuto quasi un simbolo dell’isola. Era una giornata splendida, piena di luce e il silenzio del luogo era colmato dal fragore delle onde che si infrangevano sugli scogli. Si abbracciarono e nel loro abbraccio, la pietra turchese si trovò nascosta come in una nicchia, tra il palpito dei loro cuori e del loro respiro, a battere insieme a loro.



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Racconto scritto il 12/10/2017 - 12:42
Da Patrizia Lo Bue
Letta n.73 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Grazie Francesco per il tuo commento.

Patrizia Lo Bue 13/10/2017 - 08:11

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C'è un pregio in questo racconto, abbastanza lungo, che è quello di farsi leggere senza sforzi; ed è stato poi coinvolgente e trascinante fino in fondo. Un bel racconto, molto piaciuto..

Francesco Gentile 13/10/2017 - 07:58

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Grazie per il tuo commemto

Patrizia Lo Bue 12/10/2017 - 21:43

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Una vita chiusa in un racconto,
bello, bella storia!
Un saluto

Grazia Giuliani 12/10/2017 - 21:33

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