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LA NAVE DEL DESTINO

la nave stava tornando a Londra. Annotò la traiettoria seguita, le condizioni del tempo e la velocità raggiunta. La candela mezzo consumata illuminava appena, il buco di cabina. Chiuse il diario di bordo. Il minuto dopo il fragore di una bomba risuonò nel silenzio della notte. Per qualche istante tutto sembrò oscillare, sospeso, si precipitò sul ponte. L'inferno si manifestò ai suoi occhi.


L'acqua era scura e fredda, sempre più fredda. I vestiti erano fradici e le impedivano i movimenti. Ricordava a stento come era finita in acqua, aggrappata ad un pezzo di legno, che a malapena reggeva il suo peso, tanto più che la gonna, ormai sempre più pesante la spingeva giù, sempre più giù e lei era tanto stanca. Per lungo tempo, la nave era stata ai suoi occhi solo un vago punto in lontananza, avvolto dalle fiamme, e ora neanche la vedeva più. Le membra erano pesanti, e la mente sempre più annebbiata. Chiuse gli occhi. Che male c'era a lasciarsi andare? Infondo, cosa le importava di andare giù? La logica aveva abbandonato i suoi pensieri, c'era solo il mare, scuro e minaccioso e la sua stanchezza. A malapena si accorse dell'ombra che si avvicinava e delle voci concitate, nella nebbia. A malapena si accorse delle robuste braccia che la issarono a bordo. Le voci e le frasi intorno a lei, erano solo suoni indistinti mentre il sonno la sopraffaceva.
<<Cosa avete ripescato?>> Una voce fredda e risoluta risuonò nella notte.
Gli uomini si fecero da parte. Egli diede una rapida occhiata alla ragazza, memorizzandone i lineamenti.
<<Portatela nella mia cabina.>> Tuonò la voce.
<<Ma capitano...>> Si arrischiò uno degli uomini. <<È una donna.>> Il capitano si voltò a guardarlo, il suo viso era una maschera fredda ed impassibile.
<<Fate come vi ho detto. E ravvivate il fuoco.>>Tuonò. E gli uomini scattarono all'istante. Avevano troppa paura e troppo rispetto, per discutere i suoi ordini. E questo egli lo sapeva bene.


Quando finalmente ebbe la forza per riaprire gli occhi, per poco non si mise a gridare, si sentiva ancora molto debole. Ma a spaventarla non era il suo stato, quanto piuttosto il fatto di trovarsi in un luogo sconosciuto, in un letto che non le apparteneva, con indosso solo una camicia, al cospetto di un uomo che non aveva mai visto prima. Arrossì violentemente. Cosa era accaduto? Ricordava solo l'acqua scura e fredda, tanto fredda.
<<Vi siete svegliata.>> Disse l'uomo.
Lei annui, ma non riuscì a proferire parola. Dove si trovava e perché?
<<Vi hanno ripescato i miei uomini.>> Lo sconosciuto sembrò leggerle nel pensiero. <<Benvenuta a bordo del Destiny. Il mio vascello, signora.>>
<<Vi ringrazio, credo.>> Disse incerta. L'uomo rise, appoggiandosi alla struttura in legno del letto.
<<Mi duole, avervi strappato all'abbraccio dell'oceano.>> Le disse con tono duro, ma divertito.
<<Oh, non intendevo quello...>> Arrossì ancora, coprendosi di più con le coperte. Lo sguardo dell'uomo seguiva ogni movimento.
<<Dovreste mangiare qualcosa.>> Disse.<<Anche se temo non troverete cibi raffinati, qui.>> Ella continuava a guardare un punto indefinito, e il suo sguardo era lontano. Rendendosi conto che l'uomo aspettava, una risposta, si costrinse a dire:
<<Vi ringrazio.>> Un mormorio sommesso, che egli fece fatica ad annuire. Fece un inchino beffardo ed uscì lasciandola sola. Tremò.
Salì sul ponte. L'aria della notte lo investi in pieno. Fredda e pungente. Cosa doveva farne della ragazza? Uno strano, indecifrabile sorriso gli increspò le lebbra. Diede l'ordine ad uno dei suoi uomini di portarle dell'acqua e del cibo. Rimasto di nuovo solo, s'immerse daccapo nei suoi pensieri. Né lui, né i suoi uomini avevano visto navi o scialuppe, quando avevano trovato la ragazza. Ma era anche vero che fermare la nave ed issarla a bordo non era stata una passeggiata, tanto la corrente era forte, e anche allora il Destiny non faceva che boccheggiare e rollare, mentre fendeva le onde. In cielo la pallida luna si era abbassata sull'orizzonte, presto sarebbe tramontata, lasciando il posto all'aurora. Che visione romantica, si canzonò, ma il suo animo era tutto, fuorché romantico. Un sorriso cinico, gli alterò il volto. Perché indugiare in simili fantasticherie, se poteva annegarle, in un bicchiere? Già, perché? E un lampo gli passò negli occhi.


Grace era ancora a letto, quando la porta si aprì, lasciando entrare un omaccione nerboruto, dall'aspetto tutt'altro che rassicurante. Si strinse di più nelle coperte, spaventata e atterrita. La sua mente cercava in tutti modi delle risposte, ma i suoi ricordi erano troppo vani e annebbiati, per trovare qualcosa. Sconsolata scosse la testa, nel vano tentativo di calmarsi e schiarirsi le idee, ma un improvviso capogiro le ricordò di quanto fosse debole. L'umo mise un vassoio su di una specie di scrivania e lasciò la cabina. Quando la porta si richiuse alle spalle dell'individuo, tirò un sospiro di sollievo. Dove mai era capitata? Si chiese sgomenta. Aveva tanta voglia di piangere, ma le lacrime restavano asciutte. Guardò il vassoio. Il pasto era davvero poco invitante. Consisteva in qualche pezzo si carne secca e di qualche galletta di riso. Erano molte ore che non consumava un pasto. Si costrinse a scendere dal letto e a mangiare. Non era buono, ma avrebbe mangiato qualsiasi cosa. Cercò di guardarsi attorno, m l'ambiente era decisamente angusto e spartano. Sentì dei passi che si avvicinavano e si affrettò a ripararsi sotto le coperte.
Il capitano entrò nella cabina. La ragazza era ancora a letto, ma il vassoio era vuoto. Sorridendo le si avvicinò.
<<Dovevate avere molta fame, per mandare giù quello che Donk vi ha portato.>> Una luce strana gli brillava in fondo agli occhi. Lei non rispose subito. Donk. Ma che razza di nome era Donk? E come si chiamava lo sconosciuto?
<<Avete ragione.>> Si limitò a dire.
<<Cosa vi frulla in quella graziosa testolina?>> Chiese l'uomo, appoggiandosi pigramente alla struttura del letto. Era vicino. Troppo vicino.
<<Non conosco il vostro nome.>> Tergiversò. Ma l'uomo non si mosse.
<<Ma neanche io conosco il vostro, signora.>> Lei si rannicchiò quanto più lontano poteva.
<<Grace Milton.>> Mormorò. Quell'uomo la inquietava.
<<Molto appropriato. Thomas Deville. Al vostro servizio.>> Fece un gesto teatrale ad imitazione di un inchino.
<<Vi ringrazio del pasto. Suppongo che voi non possiate... si ecco...avrei bisogno di un...>> arrossì senza avere la forza di finire la frase. Si avvolse di più nelle coperte, egli le rivolse un sorriso beffardo.
<<Degli abiti? Come potete immaginare non ne possiedo. I miei uomini si stanno occupando dei vostri abiti, ma non sperateci troppo. Non sono abituati a capi costosi>> Una luce maliziosa gli brillava nello sguardo e un sorriso sardonico gli increspava le labbra.
<<Su questa nave c'è, si un modo, si ecco un modo per inviare un messaggio?>> il viso dell'uomo s'indurì.
<<No. Signora. Nessuno manda messaggi a bordo della nave.>> Grace impallidì.
<<Ma non posso certo stare qui in eterno!>> Era spaventata, ma molto bella. Doveva andare via di lì.
<<No di certo>> Disse.
<<E allora?>> Chiese ancora, facendo attenzione, acché le coperte non scivolassero via.
<<Ebbene, non appena attraccheremo in un porto, vi lasceremo lì. E dopo potrete mandare tutti i messaggi che vorrete.>> Disse freddo.
<<Quando ci vorrà?>>
<<Svariati giorni e ora dormite.>> Disse brusco. Si staccò dal letto ed uscì dalla cabina. Sarebbero stati giorni molto duri e lunghi, si disse. Molto lunghi. Andò sul ponte, l'aria fredda e pungente della notte era un lieve sollievo per i suoi tormenti.


La mattina, quando si sveglio, notò un vassoio, sulla scrivania con lo stesso pasto, del giorno prima, e buttato sulla sedi il suo vestito. Rabbrividì. Qualcuno era entrato nella stanza, mentre dormiva. Ma chi? Il capitano? Donk? Un altro uomo? Si alzò con circospezione, sbocconcellò qualche pezzetto di cibo, di malavoglia e poi s'infilò il vestito. Le cadeva male ed era rovinato in più punti, ma almeno era asciutto.
Uscì dalla cabina. Si sentiva prigioniera. Salì sul ponte. Ma ad ogni passo, si sentiva mancare il coraggio. Ogni uomo che incontrava non era dissimile da Donk, e la guardava con ostilità. Gli occhi le pungevano, ma non avrebbe pianto, si disse risoluta. Il ponte era deserto, e più ampio di quello che aveva immaginato. Guardò oltre, verso l'orizzonte, si estendeva sconfinato e sereno davanti ai suoi occhi. Era magnifico.
<<Vi siete alzata.>> Una voce la distolse dai suoi pensieri. Era il capitano.
<<Signor capitano.>> Disse, facendo una riverenza. La sua espressione mutò.
<<Lasciate certe maniere e formalità ai salotti di Londra.>>
<<E voi cosa ne sapete dei salotti di Londra?>>Chiese lei.
<<Molto più, di quello che immaginate. E comunque abbastanza per riconoscere in voi un fiore della società.>> Si avvicinò a lei più del dovuto, poi con un sorriso enigmatico sparì, lasciandola sola, in preda a pensieri contrastanti.


I giorni erano passati veloci, e piano, piano aveva imparato ad apprezzare il capitano, Thomas Deville, e i suoi modi bruschi e giorno dopo giorno, se ne era innamorata. Un amore che la divorava, ma si sforzava di tenere per ella sola, poiché sapeva che non era ricambiato. Eppure tra loro c'era una specie d'intesa e col tempo le conversazioni erano divenute più semplici e rilassate. Lei provava un gran piacere nella sua compagnia, aveva una mente arguta, e un grande spirito di osservazione, ma ormai sarebbero sbarcati, tra un giorno, al massimo due, e quel pensiero la rattristava perché voleva dire rinunciare a quel poco di felicità che aveva, a lui e non voleva rinunciarvi per nulla al mondo. Sospirò.


Quella notte era assai penosa per lui. I suoi pensieri erano tutti rivolti a Grace, e in più si era alzato un forte vento, che aveva fatto ingrossare il mare. C'era aria di burrasca e presto si sarebbe scatenato l'inferno. Come avrebbe reagito Grace? Grace. Sempre Grace. Dannazione. In quei giorni si era avvicinato molto ad ella e nei suoi pensieri era diventata la sua Grace. Che non sarebbe mai stata sua davvero, però. Un fuoco lo consumava dentro, presto troppo presto avrebbe dovuto dirle addio. Preoccupato andò nella sua cabina. La nave boccheggiava e rullava rumorosamente, ma ce l'avrebbe fatta anche quella volta.
Grace era rannicchiata in un angolo, del letto, bianca di paura. Stringeva forte le coperte. Le si avvicinò sedendo sul bordo del letto e le prese le mani.
<<State tranquilla. >> Lei lo guardò, era così sicuro, così forte...così bello.
<<Vi pare facile?>> Chiese. Era bellissima e desiderabile.
<<No. Ma io sono qui, e non vi accadrà nulla.>> Grace strinse di più la sua mano.
<<Vorrei che fosse sempre così...>>Si lasciò sfuggire in un sorriso. E a lui, si strinse il cuore. Un lampo gli folgorò il cervello. Si era innamorato. Quello che sentiva era amore, amore vero. Si girò verso di lei.
<<Vorreste restare con me?>> Chiese.
<<Oh, sì!>> Arrossì per essersi lasciata sfuggire quelle parole. Lui sorrise, e le si avvicinò, posando le labbra sulle sue, in un bacio ricco di passione. Quando si staccò, da lei, avevano entrambi il fiato corto. Ed entrambi leggevano l'amore dell'uno, negli occhi dell'altro.
Prese Grace tra le braccia, cullandola e carezzandola, finché serena, non si addormentò. La lasciò dormire tranquilla, e salì sul ponte. La burrasca era cessata, e domani avrebbero cominciato una seconda vita, nessuno, giurò a sé stesso gli avrebbe portato via la sua Grace. Mai.




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Racconto scritto il 11/11/2017 - 18:17
Da Marirosa Tomaselli
Letta n.60 volte.
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Commenti


La nave di un felice destino,
il tuo racconto fa sospirare...
Brava
Un abbraccio

Grazia Giuliani 12/11/2017 - 18:09

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