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ECCE HOMO!

Sono rientrato a casa circa un’ora fa dopo una giornata pessima e noiosa e improduttiva di lavoro. E sì, dovete sapere che io lavoro, più o meno (e ancora per poco…). Consiste, sic et simpliciter, nel rompere le palle alle persone. Tutto qua. C’è chi abbocca e chi no. Non sempre va bene, però. Alle volte sono i tizi all’altro capo della cornetta che le rompono a me. Il più delle volte, a dire la verità. Oddio, se non ho i coglioni girati, mi va anche bene. Ma se il giorno è “no”, ahia ahia ahia ahia povere persone!
In un modo o nell’altro, chi ci perde, sono sempre io. Fino a un certo punto. Ma a me non interessa più di tanto. Presto le mie straordinarie doti momentaneamente, per un breve periodo e solo per riscuotere il compenso dovuto.
Un mese.
Anche se sento odore di licenziamento.
Sono appena rientrato a casa. Non c’è nessuno. Immagino come dev’essere bello se ci fosse una donna ad aspettarmi. Ma non c’è.
(Mi sono lasciato trasportare troppo e ho dimenticato quello che dovevo dire, una cosa davvero importante, fondamentale, senza la quale il racconto sarebbe vuoto).
Giacché non riesco a ricordarmelo, scrivo la prima cosa che mi salta alla mente e cioè che fuori è freddo, piove e c’è un po’ di nebbia. Vorrei accendere il camino ma non ho né tempo né legna. È arrivato il suo momento. Perdio, avverto adesso i morsi della fame e lo stomaco brontola. Non ho pranzato. Ho preso soltanto due caffè. Il tutto è accompagnato da un leggero senso di paturnie. Ora sono le diciotto e nell’intorno tutto tace. Non riesco tanto a concentrarmi perché sono davvero molto stanco. Ancora sento i rumori fastidiosi della stanza, le voci stridule, gli schiamazzi, le urla, l’aria insopportabile.
Ancora sento la voce del pettegolezzo.
Mentre lavoravo, tra una chiamata e un’altra, tra una richiesta deficiente ed una risposta altrettanto deficiente, invece di focalizzarmi sul lavoro, pensavo a come iniziare il nuovo racconto.
Oggi ho pure litigato con il responsabile, pensate un po’. Che andasse a farsi fottere! Le persone prepotenti, arroganti e presuntuose, irrispettose e scortesi e villane, proprio non le tollero, non riesco a simpatizzare con loro. Credono solo di avere un io. Molte persone lo credono, in realtà. Poveri creduloni. Questo accade quando glielo fanno notare. Allora con pomposità, con boria, si erigono a leader. Sì, va be’… Leader…Non fate essermi troppo volgare. Avete già capito…
Tanto non leggerà mai i miei racconti.
Sto scrivendo questo racconto di getto, scrivo quel che sento, senza pensare troppo alle parole, senza focalizzarmi troppo sul lessico. Diciamo che mi sto concentrando di più sui pensieri. E cerco di trascriverli. Avevo l’anima in fiamme. Cerco di raccontare una brevissima esperienza quotidiana di vita noiosa, questa vita fuori dalla vita; questa vita mai nata ma solo gettata n-e-l mondo.
Ecco, sono le sette di sera e dovrei farmi una doccia.
Cosa scrivere più?
Va bene, allora, niente, scrivo questo piccolo squarcio di esistenza che cambierà le sorti dell’umanità intera, le sorti della stirpe umana: mi alzo molto presto, diciamo alle sette e mezzo, anche se la sveglia suona un'ora prima. Con estrema lentezza faccio sempre le solite cose. Oramai è diventata una routine. Appena mi alzo dico “…è soltanto un’altra giornata. Resta calmo”. Alcuni fanno training autogeno- alcuni, altri, la massa. Diciamo così: molte persone, che io sappia, fanno training autogeno alla mattina per “ritrovare il naturale benessere interno ed iniziare al meglio la giornata” così da essere suuuuuper efficaci. Io invece mi gratto le palle. È il gesto più naturale e ovvio. Poi prendo gli occhiali che normalmente si trovano sempre per terra, e vado in bagno a svuotare la vescica; mi lavo la faccia, mi guardo allo specchio nella speranza di trovare un altro essere ma, ahimè, ogni giorno mi alzo sempre con la stessa faccia. Poi dico che amo questa solita faccia, mi ci sono troppo affezionato e vado a prendere un caffè. Faccio colazione, ascolto un po’ di musica alla radio e poi vado a vestirmi. Camicia, jeans e un paio di scarpe da ginnastica molto comode e molto economiche. Fumo una sigaretta, prendo il mazzo di chiavi, apro la porta, chiudo la porta, scendo quattro piani di scale (senza ascensore) ed entro in macchina. Metto il moto il mio mezzo, abbasso il finestrino e osservo.
Traffico traffico macchine traffico macchine autobus tir smog e l’odore della città.
Mi reco al lavoro, parcheggio, fumo un’altra sigaretta, interagisco con i colleghi ed entro all’inferno. “Sono solo due ore e poi ci sarà la pausa” dico.
Prendo possesso, fingendo un bel sorriso, della mia postazione. E inizio.
Cos’altro dirvi?
Interagite, fate all’amore, godetevi la vita finché potete ed il resto lasciatelo perdere.
Finché potete.



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Racconto scritto il 11/11/2017 - 22:15
Da Cristian Iapaolo
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