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L'onore

L'onore


Il rumore dei tre spari ruppe il frinire dei grilli e il silenzio antico di quel tratto di collina impervia, al pari dell’Aspromonte, di cui faceva parte.
Un solo casolare, rimodernato, turbava la sua bellezza selvaggia e inesplorata. Accanto ad esso, l’orto rigoglioso dei prodotti che la terra non sfruttata rendeva più saporosi ed intensi.
Per terra un uomo, raggiunto da due colpi di lupara ed un bambino di appena otto anni, bersaglio di un solo colpo.
Dopo gli spari, l’uscio del casolare si aprì e ne uscì una donna che urlava. Urlava il nome del piccolo Nino. Giunta sul luogo maledetto in cui giacevano i due corpi, si inginocchiò e prese il corpicino del bimbo stringendolo al cuore. Infine, dopo alcuni, strazianti momenti e con le mani insanguinate dalla stessa linfa che una madre genera nei propri figli, depose il corpo così come si trovava e si sollevò.
Quando fu in posizione eretta si rese conto che qualcosa era cambiato in lei. La nemesi si era impadronita della sua mente, le lacrime che avevano pianto il figlio si erano seccate e il suo volto aveva assunto un’espressione fredda, assente.
Telefonò ai carabinieri e con tono asettico comunicò quanto avvenuto ed esperì tutte le formalità susseguenti al fatto, in modo distaccato. Quasi non le appartenessero. In seguito, interrogatori, chiarimenti, giudici, funerali, furono un turbillon di avvenimenti che la lasciarono del tutto indifferente e libera nel nuovo mondo che si era creata. Ma era una mamma e non avrebbe potuto, voluto dimenticare. Continuò a vivere da sola nel casolare, col suo dolore e con una compostezza assoluta, innaturale. Non aveva detto niente agli inquirenti perché non credeva alla giustizia degli uomini, molto spesso prona a sentimenti umanitari. Gli stessi sentimenti che mancavano agli uomini che avevano così brutalmente trucidato la sua famiglia. Del marito aveva nutrito un profondo senso di pietà, benché sapesse che non era scevro da responsabilità per una vecchia storia di complicità con gli stessi uomini che l’avrebbero ucciso. Era a conoscenza che, da certi ambienti, è difficile chiamarsi fuori. Tuttavia, il piccolo Nino…perché coinvolgere un innocente ?
Era, peraltro, a conoscenza di chi fosse il mandante di tanta efferatezza, ma tacque perché ora aveva deciso di imporre la sua giustizia, quella senza sconti per nessuno. Fu così che mise in opera i suoi progetti dopo un periodo di preparazione degno dei migliori investigatori. Una mattina, infine, prese la pistola che il marito nascondeva sapientemente, ultimo ricordo del suo trascorso burrascoso e si recò presso l’abitazione di campagna dell’uomo che riteneva responsabile della sua e di altre nefandezze. Lo colse a potare le rose del suo giardino. Lui la vide arrivare e l’apostrofò del sorriso più arrogante e strafottente che avesse, per passare ad una risata di commiserazione quando le vide l’arma in mano. La invitò ad abbassare l’arma promettendole comprensione, ma quando la donna sparò due colpi intimidatori ai suoi piedi, la sua espressione, finalmente, mostrò i segni della paura. La donna lo fece distendere nel portabagagli dell’auto e partì verso le montagne.
Giunta ad un certo punto, lo fece scendere per percorrere un lungo tratto a piedi tra meandri e anfratti di cui l’Aspromonte è ricco. Infine raggiunsero un capanno, retaggio di un ricovero di pastori ormai in disuso e fatiscente, immerso in una fitta vegetazione di cui era venuta a conoscenza dai racconti del marito. Dentro di esso, poche cose, una seggiola, un letto e una struttura in ferro dove i pastori macellavano i capretti e li appendevano.
Con un ordine perentorio la donna fece trasportare al suo prigioniero il letto sotto tale struttura di ferro, lo fece distendere e fece indossare all’uomo due paia di manette che collegò a tale struttura. Aveva già espresso la sua sentenza di morte e aveva, altresì, deciso di consegnarlo alla morte nel peggior modo possibile. Così lo interrogò e ad ogni risposta evasiva o poco sincera lo colpiva al volto con un bastone. Quando andò via con la promessa di tornare il giorno dopo l’uomo era una maschera di sangue e portava i segni, per tutto il corpo, di un pestaggio feroce. “Questo è quello che si merita”, si diceva la donna. E pensare che, questo tipo di uomini si definisce “uomo d’onore” ! Ma quale onore può avere un uomo che uccide i bambini ? Che stupra le donne ? Che uccide alle spalle, coperto da un mondo d’omertà ?
Per cinque giorni andò e venne da lì. Portava acqua, pane e un pò di formaggio. Lo faceva mangiare e poi ancora giù botte ! Ormai l’uomo era allo stremo e la morte era imminente. La donna si crogiolava tra i suoi sentimenti di vendetta e l’esecrazione della personalità degli uomini di quella fatta ma, seppur esacerbata dalla voglia di vendetta tentava di riflettere e quel giorno, ripercorrendo la strada del ritorno fu assalita da un dubbio. In cosa consisteva il suo, di onore, se si era arrogata il diritto di decidere della vita di un uomo ? Bestia che fosse, era questa la strada da percorrere ? La giustizia non è di chi sa conquistarsela, la giustizia è di tutta una comunità di persone che si impegnano a farla rispettare. L’uomo che stava così atrocemente, barbaramente uccidendo avrebbe dovuto solo subirla, decisa, inflessibile e a futura memoria di tutti. Questi pensieri non le fecero dimenticare, però, di essere una madre turlupinata della cosa più bella della sua vita. Non poteva nemmeno desiderare di vivere, da essere umano, in un mondo che si faceva giustizia da se. La catarsi ebbe il sopravvento in quell’animo martoriato. Arrivata a casa, fece un paio di telefonate anonime ad alcuni amici del suo ostaggio indicando loro il posto in cui lo teneva segregato. Si recò, quindi, dai carabinieri e riferì loro tutto quel che sapeva mettendo in moto la macchina degli accertamenti delle responsabilità. Aderì ad un programma di protezione e sparì nel nulla. In quel lasso di tempo fu trovato il corpo dell’uomo e si accertò che non era morto per le percosse ma per una rivoltellata cui era stato fatto oggetto dagli amici per dispregio, pensando che avesse “parlato” delle tresche comuni con il suo sequestratore. D’altra parte, cosa potevano fare, poiché erano uomini dell’onorata società, se non comportarsi da uomini d’onore ?




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Racconto scritto il 24/05/2018 - 09:26
Da Nino Curatola
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