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Le istruzioni sono:

prendi una poesia qualsiasi che per qualche motivo ti ispira e partendo da quella scrivi un racconto breve riportando all'inizio la poesia, anche tua, che ti ha ispirato


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Un treno fermo

“V'è un treno fermo.
Tra rovi e siepi sogna.
Di rossastra ruggine si tinge solingo.
In spoglie carrozze,
quadri ingialliti sorridono fra loro.
Vecchi binari,
morti da sempre.
Vivi mai.
Vuoti vagoni,
rifugio d'anime.
Non servono stagioni
o bizzose vespe per correre nuovamente.
Lucertole indolenti,
aspettano il domani.
Un domani che è già ieri.
Una vipera distratta,
assapora il caldo frastuono della campagna.
Lattine abbandonate in artistica posa
disegnano una notturna ebbrezza,
diversa nella parvenza,
reale nell'esistenza.
Così è quell'angolo di mondo
per chi lo vive e per chi
lo guarda dall'altra parte
d'una sgangherata staccionata”



Nei rupestri luoghi d'infanzia passava un treno.
Non v'erano orari in stazione e forse nemmeno una stazione.
Due carrozze bluastre facevano la spola tra luoghi persi nella campagna brulla.
Nelle vicinanze d'un passaggio a livello un cartello, messo lì chissà quanto tempo addietro,
recava la scritta: “sciopero, barre alzate. Prestare attenzione treno in transito”.
Io avrei aggiunto a penna la dicitura: raccomandate l'anima prima di passare e sperate che non arrivi il treno.
Quando la primavera si faceva sentire, già nel mese di marzo, abbandonavo il mio maglione preferito nel cassetto e indossata una più comoda camicia saltavo sulla mia giovane età come una cavalletta nei campi di mais.
Avevo un amico e un cavallo amico dell'amico.
Anzi eravamo due amici e un cavallo amico.
Le strade erano polverose e un carretto di paterna provenienza ci trasportava per i campi,
con bucolica letizia della mia anima.
Non ricordo il nome di quel simpatico quadrupede, anzi ora che sovvengo meglio nel pensiero,
credo che l'avessero chiamato “Rondello”.
Ero nato in campagna e la città di Federico II, che s'iscriveva fra rigogliose alture, era il perfetto dipinto dove trascorrere le ore d'un sentire i valori vitali pulsare forte nell'immaginario d'un'inesperta vita.
Un venticello tiepido spesso s'affacciava sui volti, accarezzandoli con modi a volte spavaldi e
bizzarri.
Tutto era semplice e vero, come questo racconto.
Tutto parlava al cuore, il cuore d'un futuro poeta immerso nei colori che lo spirito avrebbe dipinto dopo nel suo interiore mondo.
Qualcuno scrisse d'una mia venuta al mondo nella stagione del sole.
Mai io non lessi quella notizia, né l'ho mai fatto.
Non mi curavo troppo di questo, in fondo dopo la nascita conta quello che si raccoglie nel terreno
della permanenza. Una permanenza che sognavo luminosa e solare.
Poi però, quando il cammino s'ingrigì, eventi avulsi da quello che a noi sarebbe lieto sperare, segnarono le rughe dell'anima e io cominciai ad avere una certa indolenza della calda stagione.
Trovai pace nel tepore d'un camino: oramai avevo sviluppato un tormentatissimo
rapporto di odio amore con il caldo.
Eppure nella bella stagione l'incertezza dello spirito esplodeva ancora fra illusioni e sogni.
Inevitabilmente, in seguito, si tramutava in improvvise discese nell'interiore fondo.
Ancor oggi mi sovviene quel nome: “Rondello”.
Mi sovvengono pure quei giorni trascorsi senza trascorrere e tutto diviene sogno.
Il sogno della mia vita, accanto a un fuoco che tanto ricorda l'esistenza.




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Scrittura creativa scritta il 10/05/2017 - 10:11
Da Jean Charles
Letta n.153 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Che bello questo racconto dei tempi passati! Mi era sfuggito. Sempre mi affascina il ricordo e le speranze della giovinezza, poi ahimè troppo spesso disilluse dalla realtà della vita! Simbolico quel treno, fermo, arrugginito, assolato, luogo di dimenticanze, di disordine, di solitudine. Di speranze perdute.

Patrizia Bortolini 18/06/2017 - 20:29

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