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Scrivi una storia che inizi così: "Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, che a me non mi va proprio di parlarne" (tratto da J.D. Salinger - Il giovane Holden).


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MARTA CASSONI

Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, che a me non mi va proprio di parlarne
Eppure la storia schifa della mia infanzia ce l’ho, e mi sa che un pezzo ve la devo raccontare, se no non capirete il resto. Ebbene, basterà che vi racconti i miei primi anni di vita, perché dicono gli psicologi che tutto il tuo carattere si forma da lì. Mia madre si imbarcò per l’Australia mentre aspettava la mia nascita al settimo mese. Per un pelo non nacqui in nave,le carte erano arrivate in ritardo e l’emigrazione programmata non poteva essere rimandata. A dire il vero erano dovuti scappare dall’Italia perché mia madre, mi confidò in seguito, aveva sposato mio padre per tranquillità, diceva lei, non per amore, perché lei era ancora follemente innamorata del bel pugile che, anche dopo il matrimonio, la tormentava per averla. Abitava con la suocera in un minuscolo appartamento, una casa popolare di un quartiere periferico di Roma. Erano gli anni cinquanta e si coabitava per necessità, erano poveri ma… avevano un bellissimo telefono nero. Mia nonna ascoltò per caso una telefonata appassionata tra mia madre e il pugile e le “ordinò” di andare via, nella parte più lontana del mondo, se non voleva che raccontasse tutto a suo figlio. Così venne fuori Sidney dove c’era già uno zio materno e, visto che mia madre era incinta e il lavoro non c’era, fu facile convincere mio padre a partire. Appena arrivati nacqui io, in un ospedale pubblico. Mio zio aveva trovato un lavoro in fabbrica a mio padre e uno in una sartoria per mia madre. Mio padre faceva i turni di notte fino a mattina inoltrata per guadagnare di più quindi non lo vedevo mai, una figura inesistente.
Avevo qualche mese di vita, mia madre lavorava come un’ossessa, gli emigranti sono uguali dappertutto, capiscono solo il lavoro fino all’esaurimento fisico e nervoso, perché devono realizzare il più possibile in quegli anni che vivono nel paese straniero. Come tutti gli italiani che si credono furbi ed invece sono fessi, pensava che fosse meglio fidarsi di una bambinaia italiana. Mi portava la mattina presto e mi ritirava la sera tardi, cambiata di pannolino, piena di borotalco, sempre dormiente. Non sapeva che la signora mi lasciava da sola tutto il giorno perché andava a fare lavori ad ore, tornava solo all’ora di pranzo per darmi da mangiare e poi riandava ed io piangevo, urlavo fino all’esaurimento, ma nessuno mi sentiva. Quando ho iniziato a gattonare, risolse la complicazione rinchiudendomi a chiave dentro uno stanzino tutto il giorno, tranne i 10 minuti all’ora di pranzo. Per mesi io urlavo, le mie urla si facevano più forti anche se dopo un po’ finivano perché svenivo. Mia madre seppe tutto da una vicina di casa che iniziando ad avere dei sospetti a causa del pianto continuativo, scoprì la verità.
In Australia il servizio materno infantile era efficiente ed erano obbligatori i controlli periodici .I medici dicevano che questa bambina era strana, a parte il mancato aumento di peso, la bambina non rispondeva agli stimoli, era spenta, sfinita, un medico disse che sembrava quasi un caso di depressione,la bimba era come se fosse rinunciataria, esaurita.
Mia madre non dava peso a queste considerazioni, doveva lavorare, la signora mi teneva sempre asciutta e profumata…La voce non mi usciva più, ecco forse perché sono rimasta per sempre taciturna e rinunciataria. Per tutta l’infanzia ho sognato con angoscia di voler parlare e non riuscirvi, di cadere nel vuoto. Tutte le notti ,tutte, mi ossessionava un sogno ricorrente che ricordo nei minimi particolari: prendevo una tanica di benzina e davo fuoco a mia madre. Ah, che piacere, che impulso irrefrenabile veniva dalle mie viscere, combattevo con la volontà di non doverlo fare ma poi lo facevo tutte le notti. Inorridita per quello che avevo fatto , la mattina mi svegliavo piangendo, piena di vergogna e sensi di colpa. Colpa per desiderare tutte le notti di uccidere la propria madre, ma colpa ancora più grave era quella che sentivo: meritarmi l’abbandono, perché se lei mi abbandonava e non mi amava era perché io lo meritavo, non avevo stima di me stessa..
Mai neanche un bacio. Sono cresciuta così ,fino a sei anni, poi, finalmente il viaggio verso l’ Italia, mia madre aveva preso un esaurimento psicofisico per il troppo lavoro. Continuò a lavorare in casa a Roma, io giocavo su una coperta stesa per terra, controllando continuamente che non se ne andasse. Il guaio era comunque fatto, non parlavo mai, non mi difendevo mai, dovevo continuare a stare attenta ai miei fratelli e la colpa di ogni accapigliamento tra i due maschietti era sempre la mia, non abbastanza madre-supplente. Ero rovinata dal senso di responsabilità, dalla bassissima autostima, dalla tristezza, dall’ansia. Sono rimasta sempre depressa, anche da scolara, mio padre di fronte ai miei dieci mi liquidava dicendo che avevo fatto semplicemente il mio dovere, ed io morivo dentro. Anche l’adolescenza è stata un periodo angosciante, ero bella ma triste, mi sentivo sempre inadeguata e provavo un paralizzante senso di inferiorità rispetto alle altre ragazze. Poi incontrai lui,la ciliegina sulla torta avvelenata che ero diventata, panna di fuori, marciume dentro. Mi innamorai perdutamente di quel ragazzo particolare che nelle assemblee scolastiche parlava così bene e sfoggiava la sua cultura alternativa insieme agli occhialetti tondi alla John Lennon ed ai capelli ricci lunghissimi. Era strano, originale, unico, non mi accorsi che era semplicemente depresso più di me, uno psicolabile che aveva continui sbalzi di umore e quando stava giù di morale mi accusava di non renderlo felice. Io rincaravo la dose di azioni crocerossine, lo coprivo di premure, di dolci fatti in casa, di proposte umilianti di prestazioni sessuali che lui rifiutava. Fino a che , a causa della forte irritazione che gli procuravo, iniziò a picchiarmi. Schiaffi, poi cintate, sempre in faccia. Io pensavo di meritare le punizioni, perché, come sempre, la colpa era mia: non ero capace di farmi amare. Fino a quel maledetto giorno. Mi ero trasferita per studiare in quel piccolo appartamento ereditato dalla nonna. Non mi facevo vedere quasi mai da mia madre , lei se ne lamentava, ma io non potevo certo farmi vedere quando avevo i segni in faccia. Quel giorno, stavamo in cucina, lui aveva bevuto , mi si era avvicinato e farfugliava frasi discordanti; mi doveva lasciare, diceva, ma aveva bisogno di me. Io ero paralizzata, stranamente quella sera ero fredda, distaccata, cinica. Era come se sapessi già che sarebbe stata la sera dell’epilogo di quella storia, in qualche modo mi dovevo liberare di lui, di quella bestia che tirava fuori le parti peggiori di me. Tirò fuori la parte peggiore della mia anima o io ero davvero malvagia? Oppure la mia depressione non curata mi aveva condotto ad uno stato di disperazione? Non lo so, me lo chiedo ancora ogni notte qui in questo carcere femminile in cui sto da dieci anni. So solo che la pena che devo scontare per avergli conficcato quel coltello mortale in pancia è giusta , me la sono meritata. Mi autodenunciai e non feci chiedere all’avvocato d’ufficio nessuna attenuante.
Roma, C. C. di Rebibbia Femminile, 18 dicembre 1984
p.s. Fogli scritti a penna e trovati all’interno del libro “il giovane Holden” di J.D. Salinger che la mia compagna di cella Marta Cassoni stava leggendo la notte del 24 dicembre in cui decedette a causa di un infarto.
Scontata la mia detenzione il 2 gennaio 1985 chiesi di poterli avere.Mi furono consegnati visto che nessun familiare aveva reclamato i suoi oggetti personali



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Scrittura creativa scritta il 13/11/2017 - 14:20
Da SILVIA OVIS
Letta n.62 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Racconto sconvolgente, ma bello.

Teresa Peluso 13/11/2017 - 21:44

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Racconto sconvolgente, ma bello.

Teresa Peluso 13/11/2017 - 21:43

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Bel racconto, dal taglio psicologico e un convincente ritratto della protagonista. Giulio Soro

Giulio Soro 13/11/2017 - 18:08

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