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Le istruzioni sono:

scrivi un racconto che abbia questo tema e non necessariamente il titolo: "Quella estate meravigliosa"


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La prima estate al mare

La mia più bella estate me l'ha regalata Enrico. Dopo quella ne sono venute altre, tutte belle, ma la prima resterà la regina. Avevo diciannove anni e stavamo insieme nemmeno da un anno, eppure era come se ci fossimo conosciuti da sempre. Lui, col suo carattere estroverso, era riuscito a conquistare la fiducia di mio padre, fiducia che non aveva mai accordato a nessuno dei miei amici, sicché il vecchio genitore approvò la proposta che il mio ragazzo aveva lanciato a me, mio fratello Luigi e la sua fidanzata Serenella, a Bruno e Silvana, amici comuni e inseparabili: due settimane di campeggio libero al Gargano.
Per la verità l'idea del Gargano era venuta a me, anche se non avevo nemmeno idea di come si potesse andarci. A parlarmene era stato il dottor Molteni, il primario del reparto di analisi dell'ospedale dove lavoravo come infermiera. Io non avevo mai visto il mare, ed allora ascoltavo il dottore parlare di quelle acque limpide, delle spiagge di sabbia finissima, e perfino dei boschi dell'entroterra, come la foresta umbra, un paradiso botanico; e mentre ascoltavo, sognavo.
Il mare... chissà che bello sarà, pensavo. Non avevo nemmeno la più pallida idea di come fosse fatto, se non da immagini viste in cartolina.
Quando lo dissi ad Enrico, lui reagì nel solito modo:
« Amore, fai conto che siamo già lì. Organizzo tutto io. Ho già in mente come fare. Con tuo padre ci parlo io... », disse.
Serviva una tenda grande, tipo casetta con almeno tre camerette separate, un mezzo di trasporto, e l'attrezzatura per cucinare. In men che non si dica Enrico era pronto. Per la tenda aveva approfittato di una ghiotta occasione. Suo padre era indeciso se vendere un appezzamento i terreno ad una gruppo di soci occasionali che avevano aperto in città il Mercatino Americano e che stava andando a gonfie vele, avendo come clientela i giovani del momento, decisi a cambiare look ed usanze. Costoro del Mercatino Americano volevano lanciarsi nel settore dei campeggi e necessitavano di un terreno sulla statale che univa la città al lago di Garda. Detto e fatto: Enrico era andato a parlare con questa gente, si era fatto promettere in regalo la tenda più bella ed aveva fatto da garante presso il padre.
Per il furgone aveva insistito con la famiglia per poter usufruire per almeno due settimane del furgone del negozio, un pulmino 850 Fiat con sei posti a sedere. L'ideale. Ricordo ancora il colore: rosso sangue di bue. Quando lo caricammo di tutta l'attrezzatura necessaria, in parte sul grande portapacchi fissato sopra il tettuccio e il resto tra i sedili, Enrico disse, ridendo:
« Mi ricorda le vecchie corriere Messicane: mancano solo le gabbie dei polli »


Partimmo che era un venerdì pomeriggio alle diciassette esatte, l'ora che finiva il mio turno di lavoro. Anche mio fratello e Serenella lavoravano, sicché quello era l'orario ideale per guadagnare un giorno. Enrico era alla guida, ed aveva pensato a tutto: bibite, caffè, sigarette e un pacco di cartine stradali rubate a suo fratello Angelo, uno che aveva la collezione completa di tutte le strade d'Italia, essendo un appassionato viaggiatore automobilistico.
Inoltre dal negozio di generi alimentari dei genitori aveva preso ogni ben di Dio, per il viaggio e per i primi giorni di campeggio libero. Bruno invece era un appassionato di vini del lago di Garda, ed aveva messo da parte una bella collezione di bottiglie, mentre la mia mamma ci aveva cucinato le cotolette alla milanese, la sua specialità.
Decidemmo, anzi lo decisero i maschi, di fare la strada normale fino a Bologna, dove poi avremmo preso l'autostrada Adriatica che passava vicino al Gargano.
Non avevamo fatto nemmeno cento chilometri che Enrico fu costretto a fare una brusca frenata per evitare un cane che attraversava la strada. I freni non funzionavano, o meglio ci accorgemmo che il carico era talmente pesante che nella frenata si era surriscaldato l'impianto frenante.
« Le pastiglie sono consumate. Non possiamo arrivare al Gargano in queste condizioni », sentenziò Enrico.
Io vedevo già la vacanza sfumare e dissi, tra il sorriso e il pianto:
« Cosa vuol dire, che dobbiamo ritornare a casa? »
Enrico non smetteva più di ridere, spalleggiato da Bruno e da mio fratello. Insomma, i tre decisero di arrivare piano piano in autostrada, con una velocità massima di sessanta chilometri l'ora, fermarsi in un centro e chiedere le pastiglie nuove per quel tipo di automezzo.
« Sicuri che le troviamo in un'officina dell'autostrada? E poi le sapete cambiare... » disse Silvana, la più pragmatica di noi femmine.
Enrico non poteva esimersi dal fare la sua battuta, iniettando allo stesso tempo una ventata di ottimismo:
« Beh, le pastiglie di solito le vendono in farmacia...ma ci proviamo lo stesso...ahahahah »
Insomma, per farla breve, dopo due ore eravamo già con i freni come nuovi di zecca. Vedere i tre lavorare ai dischi dei freni, chissà mai perché li chiamavano dischi, era uno spettacolo. Ogni tanto il titolare dell'officina che aveva fornito i pezzi di ricambio veniva a fare un giretto e, con la scusa di rendersi utile offrendo le chiavi adatte allo scopo, ci lanciava occhiate libidinose, a tutte e tre noi ragazze.
« Tutto bene giovanotti?...se serve una mano... » e intanto guardava noi. Che brutte bestie sono gli uomini, diceva mia nonna.


Arrivammo al Gargano esattamente ventiquattro ore dopo la partenza, alle cinque del pomeriggio. Il primo paese sul mare che vedemmo fu Rodi Garganico, e di quel posto mi sono rimaste alcune immagini indelebili: la pizza con le cipolle, esposte in una panetteria sul litorale, le case allineate come statuine in riva al mare ed il treno, che passava a pochi metri dal mare, quasi sul bagnasciuga. Mi venne spontaneo pensare che quando il mare era agitato gli spruzzi delle sue onde sarebbero certamente entrate dai finestrini del treno.
Decidemmo di andare avanti e ci fermammo in una spiaggia stupenda, isolata, tra Peschici e Vieste. Mentre Bruno e mio fratello si davano da fare per montare la tenda in riva al mare, Enrico si spogliò e si buttò in mare in mutande. Aveva guidato per una giornata intera e voleva ripulirsi dal sudore e dalla stanchezza. Nuotò tanto, fin che non lo vedemmo più.
Io ero in estati. Guardavo il mare, e già mi stavo innamorando.
In quei quindici giorni accadde di tutto, e furono tutte cose piacevoli. Io mi innamoravo ogni giorno di più, di Enrico, del mare, della vita. Una vacanza indimenticabile.




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Scrittura creativa scritta il 18/06/2018 - 19:55
Da Franca M.
Letta n.133 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Un racconto, oserei dire di altri tempi, bei tempi. Brava come sempre 5*

donato mineccia 19/06/2018 - 14:58

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Bel racconto, hai trasportato il lettore in un'altra epoca. Come al solito scritto molto bene

Roberto L 19/06/2018 - 07:55

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Racconto piacevole e ben esposto. Si è respirata aria di mare e di avventura.

Teresa Peluso 19/06/2018 - 00:11

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Brava! Che bel racconto...
il viaggio, piccoli imprevisti rendono la vacanza indimenticabile...
L'atmosfera è quella della scoperta, della spensieratezza!

Grazia Giuliani 18/06/2018 - 21:21

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