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Il tesoro della Montagna oscura

Il signor Rossi è un uomo benestante e rispettabile, non ha mai avuto avventure, ne fatto niente di imprevedibile, viene trascinato da alcuni amici a recuperare il tesoro della Montagna oscura, dove la maggior parte dei filibustieri, bucanieri e pirati depositavano i loro bottini per secoli nella caverna del massiccio. Rossi parte dalla città unendosi alla combriccola con il compito di scassinatore di forzieri, ma lui di questa professione è completamente impreparato, di fiamma ossidrica, bombole di ossigeno e gas GPL, bombolette di vernice spray di colore nero, piedi di porco, indumenti per il travestimento e radioline portatili era completamente a digiuno. Hanno quindi inizio le prove e lo scassinatore improvvisato, inizialmente non riesce nemmeno a forzare un semplice lucchetto; si mostra maldestro nell’utilizzo degli arnesi del mestiere e diciamola tutta a livello di manualità lascia molto a desiderare, non è che a intelletto se la cavi tanto meglio. Addestrato da scassinatori professionisti: “Khaled”, un ingegnere, e “al Fitouri”, un fabbro, che hanno messo a disposizione tutte le loro competenze; erano talmente bravi che con una semplice forcina riuscivano ad aprire ogni tipo di serratura. Alla meglio hanno mostrato tutte le tecniche di scasso al povero signor Rossi, che ha palesato limiti di destrezza e abilità. Non sarà mai Alexandre Marius Jacob (ladro dei ladri), nessuna cassaforte riusciva a resistergli e questo anarchico che imperversò nella Parigi di fine secolo (ispirando a Maurice Leblanc il personaggio di Arsene Lupin), ancora oggi è considerato una sorta di “angelo custode” dagli scassinatori. Il nostro amico Rossi, scassinatore per caso e per spirito d’avventura, fa appello a Sant’Eligio, protettore della concorrenza, che nel settimo secolo si distinse per la sua abilità nel costruire forzieri; affinché diventi un discreto artista dello scasso. La lotta tra gli artigiani serraturieri e scassinatori va avanti da cinque mila anni, da quando, cioè, è stata inventata la chiave. La prima doveva consistere in un semplice bastone di legno ricurvo che infilato in una fessura della porta permetteva di spostare, dall’esterno, una spranga posta sul lato interno. Col tempo il ferro ha preso il posto del legno e qualcuna di queste primordiali “chiavi” è giunta fino a noi. Ma, nonostante le loro curvature, che si infilavano in percorsi scavati nella porta, queste “chiavi” non dovevano costituire un grande ostacolo agli scassinatori visto che già 4000 anni fa in Mesopotamia, come attestato dagli scavi nel tempio di Sargon a Khorsabad, si costruivano serrature basate su un sistema perpetuatosi fino ai nostri giorni: una chiave, costituita da un certo numero di puntali disposti a pettine, poteva ruotare, e quindi azionare la molla che faceva slittare il piolo di fissaggio, soltanto in una serratura con impronta speculare. Sembrava che il meccanismo garantisse una assoluta sicurezza ma gli scassinatori si affrettarono a costruire ferri uncinati che infilavano e ruotavano nelle scanalature della serratura; erano nati i grimaldelli che, ancora oggi, costituiscono lo strumento principe di ogni “topo” (di albergo o di appartamento) che si rispetti. L’utilizzo dei grimaldelli doveva essere molto diffuso nella Roma imperiale, considerando gli sforzi dei “magistri clavarii” (serraturieri) che si affrettarono ad inventare svariati meccanismi di bloccaggio, quali quello a rotazione, a doppia spinta, a sollevamento. Prodotte inizialmente con la forgiatura, ribattendo cioè il ferro arroventato per fargli assumere la forma desiderata, le prime chiavi erano costituite da numerosi puntali e pesavano talmente tanto che uno schiavo, detto portiarius, era incaricato di portarle sempre a seguito del suo padrone. Più tardi la tecnica, detta “a cera persa”, effettuata colando in uno stampo il bronzo o il ferro fuso, permise di realizzare una piccola chiave, detta sigillo, destinata, per lo più, ai forzieri delle case dei patrizi. Il sigillo, sostanzialmente un anello con un pettine da infilare nelle guide della serratura, serviva in alcuni casi come timbro da imprimere sulla cera applicata ai documenti e ha dato origine ad una usanza giunta fino a noi; i ricchi Romani, infatti, usavano regalare l’inusuale anello alla propria moglie il giorno delle nozze a delega della gestione finanziaria familiare e a dimostrazione di stima e di fiducia (fides). Da questa tradizione sarebbe nata l’origine dello scambio degli anelli, detti, appunto, “fedi”, durante la cerimonia nuziale. Le serrature romane dovettero dare talmente tanto filo da torcere agli effractores (ladri con scasso dell’epoca) che questi, messi da parte i grimaldelli, si specializzarono nello svellere i chiavistelli delle porte (claustra perfringere). Per questo scopo furono realizzati i dolabra (speciali attrezzi demolitori); uno di questi, l’extractor, composto da una serie di viti senza fine e corone dentate riduttrici, era capace, con l’ausilio di tiranti applicati con ganci alla piastra, di schiodare la serratura con il minimo sforzo e, soprattutto, senza molto rumore. La diffusione di questo strumento di scasso finì col consigliare ai proprietari di mettere le serrature al riparo installandole in un apposito alloggiamento ricavato, all’interno della porta. Nel medioevo la serratura conosce una netta involuzione; solo nel sedicesimo secolo tornerà a quella perfezione meccanica conosciuta dai Romani. E, con la diffusione di quelli che ci si illudeva essere inespugnabili forzieri, ritornano gli scassinatori. Ad esempio, Benvenuto Cellini era solito proferire: “Ogni serratura è difficilissima, ma io sicuramente l’aprirei, e maggiormente quelle delle prigioni, le quali mi risulterebbero facili, come mangiare un poco di cacio fresco”, afferma nelle sue memorie questo artista fiorentino passato alla Storia per la sua abilità nel lavorare il metallo e per le innumerevoli attività criminali. Nel sedicesimo secolo la diffusione della serratura a combinazione e la conseguente scomparsa della chiave, (sostituita da dischi che, messi in una precisa posizione, permettono l’apertura del forziere), rendendo inutili i grimaldelli, fa sperare che per gli scassinatori sia ormai finita. Ma non è così. In un verbale di processo tenutosi a Napoli nel 1586 lo scassinatore imputato, tale Castruccio, rivela come sia possibile, utilizzando la mano sinistra (più sensibile in quanto, solitamente, meno utilizzata e, quindi, con la pelle meno spessa e le fasce muscolari meno sviluppate) intercettare i pur piccolissimi rumori prodotti dal meccanismo di rotazione e identificare così la combinazione. È una tecnica tramandatasi fino ai nostri giorni e che è stata, recentemente, integrata dall’utilizzo di microfoni collegati ad una cuffia. Messa momentaneamente da parte la serratura a combinazione, l’evoluzione della serratura a chiave conosce capolavori di ingegneria meccanica, come quelli realizzati dal celebre Jean Lamour, fabbro di Stanislao Leszczynski, fondatore, in Francia nel 1720, della prima ditta produttrice di casseforti. Nel diciottesimo secolo la chiave, e quindi la serratura, si trasforma da manufatto artigianale a prodotto industriale e gli “scoop” pubblicitari per conquistare nuovi mercati non mancano. Il più famoso è certamente quello del serraturiere americano Alfred Charles Hobbs che, alla Grande Esposizione di Londra del 1851, riuscì ad aprire in pochi minuti quella che era fino ad allora considerata la “inviolabile” serratura a doppia mappa, ideata dall’inglese John Chubb. Da allora le sfide per accaparrarsi un mercato in vorticosa espansione si moltiplicarono portando alla ribalta serraturieri quali August Fichet, James Sargent (inventore della serratura con apertura a tempo) e, soprattutto, Linus Yale. Ma nessuna delle pur portentose imprese di serraturieri che, vincendo le ingenti somme messe in palio, riuscivano ad aprire casseforti presentate fino a quel momento come sicure, è mai riuscita ad offuscare la fama del leggendario Houdini. Figlio di un rabbino ungherese emigrato negli Stati Uniti, Houdini (il suo vero nome era Ehrich Weiss) all’età di undici anni, lavorando come garzone presso un fabbricante di serrature, apprese l’”arte dello scasso” che grazie alle sue eccezionali capacità raggiunse vette insuperabili. Le sue gesta hanno dell’incredibile. A Mosca, il 18 aprile1903, per conto dei banchieri Kirhoff, affrontò una cassaforte della quale era andata persa la combinazione. Per otto anni tutto, tranne la dinamite, era stato tentato per aprirla, Houdini ci riuscì in poche ore. L’11 maggio un’altra sensazionale impresa: la fuga dalla “Carezza d’acciaio”: una inumana carrozza di ferro usata dalla polizia zarista per deportare i prigionieri in Siberia. Alla esibizione non furono ammessi né giornalisti né fotografi e l’unico resoconto è quello scritto dallo stesso Houdini. <<Condotto nella tetra Butirskaya, la più sicura delle prigioni di Mosca, fui steso nudo su un tavolo dove fui ammanettato e perquisito attentamente da due poliziotti; infine, sempre nudo e ammanettato, fui scortato nel gelido cortile della prigione. Qui, si trovava la “Carezza d’acciaio”: sembrava una grossa cassaforte su ruote; costituita di pareti d’acciaio, aveva un’unica porta sul retro, con una finestrella chiusa da barre di ferro. Come concordato, fui chiuso lì dentro ammanettato e la camionetta fu voltata con il lato che presentava la porta verso un muro, dopodiché i poliziotti lasciarono il cortile. Quarantacinque minuti dopo ero libero e, copertomi alla meglio, raggiunsi la folla esultante di giornalisti e curiosi che si accalcavano fuori la prigione>>. Come aveva fatto Houdini ad evadere? I suoi biografi hanno ipotizzato che con grimaldelli ed altri attrezzi (tra i quali, probabilmente, un piccolo specchio) precedentemente ingoiati era riuscito ad aprire le manette e poi, costruendo una struttura tubolare, era riuscito ad utilizzarli per attaccare la serratura della porta. Ma si tratta di supposizioni e il segreto di quella storica evasione è finito nella tomba con Houdini. Tutt’altro modo opera Rossi, che nemmeno lontanamente si può accostare a questi fenomeni del furto con scasso, che hanno fatto di questa professione una vera arte. Acquisiti alla buona i primi rudimenti di questa millenaria arte criminale, Rossi e l’allegra combriccola partono per la destinazione prefissata, ma il viaggio non si rivela così facile come previsto. L’incontro con gli indigeni del luogo che li catturano; la tempesta sulle Montagne nebbiose; lo scontro con gli spiriti dei filibustieri, bucanieri e pirati, che infestano la caverna e respinti grazie all’intervento maldestro di Rossi, che diviene un ghost hunter a sua insaputa. Nella fuga che segue, il signor Rossi cade tramortito e resta solo e al risveglio trova un monile d’oro e senza pensarci, lo mette in tasca: « Era un punto di svolta della sua vita, ma non lo sapeva ». Quel medaglione era dotato di un potere magico e aveva inciso una chiave nel suo incavo a sostegno che apriva tutte le porte e aveva risposte per ogni domanda. Proseguendo nelle buie gallerie arriva ad un grande lago sotterraneo dove vive una creatura viscida e fangosa che mangia pesci e carne cruda di tutti gli esseri viventi. Rossi sospettando di essere un’inaspettata prelibatezza, per quella oscena creatura; gli propone una gara di indovinelli per tentare di salvarsi: ma non sarà l’astuzia o l’intelletto a salvarlo, bensì la magia del monile che ha in tasca e che lo rende invisibile quando lo infila al collo. Dai soliloqui della strana creatura, che lo insegue senza vederlo, Rossi capisce il potere magico di cui è il nuovo padrone e grazie ad esso, riesce a fuggire e a trovare l’uscita dall’altra parte della catena montuosa. Qui si ricongiunge al resto della compagnia e insieme a loro riprende il cammino ed affrontano nuove avventure; la combriccola è assalita dai feroci Wargs; questi Lupi Mannari sgozzano gli altri animali e qualsiasi essere umano, divorandoli con eccellente appetito; camminano a quattro zampe; ululano come veraci lupi; hanno ampia bocca, occhi di fuoco e zanne acuminate, da cui li salvano le aquile portandoli al sicuro nel loro nido; non fidandosi dei loro soccorritori per la discesa, decidono per l’impervia calata della montagna. Giunti ai piedi della catena rocciosa sono ospitati dagli uomini orsi, i cosiddetti guardiani delle strade del nord; attraversano la maligna foresta incantata con spettacolari colori e luci, che annebbiano la vista e causano vertigini ai malcapitati amici; ma prima superano il Lago Magico, le cui acque provocano il sonno e l’oblio a chi le beve o vi si immerge. Nella boscaglia inoltrata vengono fatti prigionieri da mostruosi uomini ragni, delle gigantesche creature che di umano non hanno un bel niente. Il signor Rossi riesce a liberare i compagni usando il monile e a questo punto, è costretto a rivelare l’esistenza della magica collana e di come ne è venuto in possesso. Dopo la terribile battaglia riescono a fuggire, ma di nuovo vengono catturati da una tribù indigena appena fuori la foresta incantata, da cui riescono a liberarsi nascondendosi in botti che, trasportate dalle acque di un fiume sotterraneo, arrivano alla meta, la città che sorge ai piedi della Montagna oscura. La popolazione accoglie il gruppo trionfalmente offrendo aiuto, perché antiche leggende avevano profetizzato che sarebbe arrivato un gruppo di forestieri e la loro venuta avrebbe coinciso con un lungo periodo di prosperità, dal quale oro e ricchezze sarebbero tornate in abbondanza nella città. Quindi Rossi e compagnia bella partono per la spedizione finale; riescono ad entrare nel fianco della Montagna, e qui tocca ancora allo scassinatore maldestro, sennonché ghost hunter avventurarsi, invisibile, fino alla tana degli spiriti ed ha con quest’ultimi una conversazione a base di indovinelli, durante la quale rischia di lasciarsi ammaliare dal fascino delle parole sibilline degli spettri, ma riesce a sapere dagli stessi i loro punti vulnerabili per loro fatali, che si tradirono; rivelando che solo coloro che credono incondizionatamente alla loro esistenza, non hanno possibilità di vie d’uscita. Inoltre credevano che Rossi sia stato mandato dagli uomini del Lago per allontanarli per sempre dalla caverna, impedire di continuare a custodire il tesoro. Convinti di averla vinta facilmente con il povero avventore, forti del fatto che mai nessuno era riuscito a mandarli via e tutti spaventati, se ne erano tornati con la coda tra le gambe, da dove erano venuti; iniziarono con una serie di indovinelli prima, che Rossi con l’aiuto del medaglione rispose a tutti correttamente. Successivamente fecero ricorso alle maniere forti, ma il neofita ghost hunter memore della rivelazione, si concentrò e riuscì a cacciare i fantasmi dalla sua testa, che immediatamente abbandonarono la caverna della Montagna oscura. A sorpresa, tutti i membri della compagnia si ritrovarono sani e salvi nell’antro della grotta e padroni delle ricchezze che dapprima si rifiutarono categoricamente di spartire. La vista dell’oro ha risvegliato l’atavica cupidigia dei più avidi della compagnia, che pretesero da Rossi l’apertura di tutti i forzieri chiusi, che si rifiutò di farlo, ben sapendo che i problemi di spartizione avrebbero condotto a conflitti e malumore. Motivò il suo rifiuto, adducendo che il cuore della Montagna, da sola vale più di tutto il tesoro per il suo significato simbolico, proponendo di dividersi solo una parte di quell’immenso tesoro e la restante parte donandola alla città a titolo di risarcimento per i danni, i torti e soprattutto per lo spavento che la popolazione ha dovuto subire dagli spiriti maligni. Ma l’oro ha ormai corrotto il cuore dei più avidi; la situazione si fa sempre più tesa, quando, è improvvisamente risolta da una scossa di terremoto che fa franare tutto all’interno e riescono appena in tempo a mettersi tutti in salvo correndo velocemente verso l’uscita, mentre l’uscio viene ostruito da gigantesche rocce, che impediscono l’accesso. A nulla sono valsi gli sforzi dei più ingordi e bramosi di liberare il passaggio dalle ingombranti rocce e dai detriti di varia natura, forma e dimensioni, proveniente dalla disgregazione rocciosa causata dal sisma. Gli abitanti della città del lago recuperato il tesoro con i potenti mezzi di rimozione, si fanno carico di dare una piccola parte del tesoro alla allegra combriccola di avventurieri, che seppure piccola era abbastanza grossa da rendere tutti ricchi. Rossi tornato nella sua città, creduto morto, la sua casa è stata requisita dagli avidi cugini e tutte le sue cose sono state vendute all’asta; a fatica riesce a recuperare ciò che ha perduto, eccetto l’antica “rispettabilità”. Ora che aveva partecipato alle più incredibili avventure, che è tornato carico di tesori, che ha frequentato gente di ogni genere, razza, sorta, specie e tipo, e che, per di più, si è messo a scrivere poesie, è considerato irrimediabilmente strano e perfino poco frequentabile. Una sera d’autunno, mentre è intento a scrivere le sue memorie che poi il tutto si riduce all’avventura della Montagna oscura; gli viene confermato che le vecchie profezie si sono avverate perché la città sul Lago è tornata più prospera che mai, e che questo è avvenuto anche per merito suo, pertanto nella piazza principale è stata edificata una lastra scolpita a rilievo, con l'iscrizione: « Sei una persona eccellente, signor Rossi e siamo riconoscenti per il suo operato, che ha generato benessere e prosperità alla nostra città; dopotutto, una gran bella persona in questo vasto mondo ci fa ben sperare»! A quel punto con il cuore gonfio di soddisfazione e appagamento, continuò sollecito e con cura la sua autobiografia.



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Racconto scritto il 14/02/2018 - 12:07
Da Savino Spina
Letta n.343 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


questo è un raccontone molto bello e scorrevole lettura

GIANCARLO POETA DELL'AMORE 14/02/2018 - 21:43

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