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La resa dei conti

La barca scivolava sul mare calmo di una giornata particolarmente serena e, sullo sfondo, un’alba tinta da vivaci colori rosso fuoco era la premessa al consolidamento di essa nel corso della stessa. Era una calda estate che sembrava non voler finire mai. A bordo, spingevo il piccolo motore anche col pensiero, per l’ansia di arrivare sul luogo dove dar fondo al mio più grande svago : la pesca. Tutto questo ufficialmente ma, invero, mi attanagliava il desiderio di trascorrere una mattinata tranquilla, lontana dal logorio della vita moderna, dai rumori che essa produceva, e dalle problematiche che poneva. Solo. Solo con me stesso di cui sarei stato il peggior nemico se avessi trascinato qualcuno a farmi compagnia. Infatti ho un carattere disastroso, sempre pronto allo scherzo e al dileggio benevolo degli amici e sono affetto da sindrome logorroica cronica. Quindi avrei parlato all’infinito. Mentre io volevo cogliere l’occasione per ritrovarmi con me stesso, fottutissimo narcisista che non sono altro !
Bene. Coordinato da riferimenti scelti sul litorale, decisi di fermarmi e mentre la barca rallentava fino a che la forza della spinta sarebbe stata annullata, iniziai a mettere mano a lenze, esche, retini che facevano parte del mio corredo di bravo pescatore. Preso com’ero da queste occupazioni, non mi accorsi del grosso motoscafo che sopraggiungeva a velocità sostenuta. E non avrei voluto nemmeno accorgermene. Ero entrato in ritiro con me stesso e, possibilmente, coi pesci. Invece il mostro mi affiancò provocando il dondolio della mia barca che fu il motivo per cui mi conficcai, superficialmente per fortuna, un amo nel polpastrello del dito indice. Sacramentai e non alzai nemmeno lo sguardo per una semplice occhiataccia. Quando incontrerò la privacy in vita mia ve lo dirò. Qualcuno, però, non era di questo avviso e una voce, calda, giovanile, curiosa e, soprattutto femmina mi urlò:
• Yuhuuu, abboccano ?
A quel punto alzai gli occhi, ma solo per obbedire alle raccomandazioni di mia madre. “Sii sempre educato”, “rispondi a tutti”, “parla con tutti”. Mia madre…in quel momento in cui, tra l’altro, mi bruciava il dito, avrei mandato anche lei a mete più lontane.
Tuttavia, a pronunziare quelle parole, era una giovane donna, dall’apparente età di vent’anni circa, con occhiali neri a parziale copertura del viso, un cappellaccio di paglia largo due volte piazza S. Pietro e un bikini che mi era stato vietato solamente immaginare dal mio cardiologo. Eppure, come si dice, il lupo perde il pel, ma non il vizio.
• Signorina, non si prenda d’ansia, quando si decideranno di farlo, l’avvertirò.
• Un po’ scostante come risposta, eppure mi avevano detto che lei è un tipo simpaticissimo, pronto allo scherzo e a scambiare battute salaci con molta ironia.
• Avrei aspettato volentieri un’altra occasione per sentirmi dire queste cose.
• Io, invece, non potevo aspettare. Sa che faccio ? Salto sulla sua barca e le dico tutto quello che ho bisogno di dirle. Con quello che mi costa il noleggio del motoscafo, preferisco tornare su una romantica barchetta.
Di fronte a tale, sfacciata, insistenza, diedi l’addio alla giornata della solitudine e mi apprestai a intraprendere quella delle inutili sciocchezze. La feci salire a bordo e mi apprestai ad ascoltarla.
• Non si faccia strane idee, non sono di quelle io. Con me si tolga dalla mente di essere un playboy.
Schiumavo rabbia da tutti i pori, ma non lo diedi a vedere. Presi il mio cappello, lo immersi in mare per raccogliere più acqua possibile e me la versai in testa. Però…il playboy…bei tempi quando ero giovane!
• Le faccio presente che sono sposatissimo, innamoratissimo e ho una figlia, della sua età circa. Certe cose non le faccio, non le ho mai fatte.
• Bugiardo !
• Ci vada piano con le parole.
Fu a quel punto che la ragazza si tolse dal braccio un braccialetto e me lo lanciò. Lo raccolsi con grandissima sorpresa perché lo riconobbi subito. Una sera, tanti anni fa, la luna decise di fare un bagno nel mio mare. Era avvolta da tante tenere stelline che ne ricoprivano le nudità. Un giovane e una ragazza, sulla spiaggia, occultati agli sguardi indiscreti dalle barche dei pescatori, facevano teneramente l’amore. Un amore che non c’era e di cui erano consapevoli. Tuttavia, molto simile era l’afflato che li teneva insieme quella sera, solo per quella sera. Poi tutto svanì, come la luna, che tornata in cielo, aveva ripreso a mandare i suoi romantici raggi.
La ragazza capì dai miei occhi che avevo ricordato tutto e, guardandomi con aria di sfida, proseguì:
• Quella donna era mia madre ! E io sono il frutto di quella notte d’amore.
Mio Dio ! Quella era mia figlia. E’ vero allora che la vita ti presenta un conto ancor più salato di quello che meriti. Nonostante che avessi sbagliato soltanto “meccanicamente” ne avrei dovuto subire le conseguenze. In realtà eravamo entrambi consapevoli che sarebbe stato l’amore di una sola notte, tuttavia ero stato privato di una figlia per circa vent’anni. Rimasi muto, senza parole, e si, che avrei voluto abbracciarla, stringerla. L’unica cosa che riuscii a fare fu di avviare il fuoribordo e dirigermi verso casa in religioso e tumultuoso silenzio. Quando fummo li li per arrivare lei si levò gli occhiali neri e si mise a ridere compulsivamente.
• Sorridi. Non è vero quello che ti ho detto. Non sono tua figlia. Sono qui perché, mia madre, prima di morire mi ha chiesto di restituirti quel braccialetto che le avevi regalato e che ha custodito tanto gelosamente. Voleva che sapessi che lei non c’è più. Voleva che tu sapessi che un amore vale un altro e che tutto quello che si fa in suo nome ha un valore universale.
Scese dalla barca e si allontanò verso il suo destino, lasciandomi solo con una voglia, irrefrenabile, di urlare, di partecipare al mondo la fortuna di essere stato amato almeno una volta nella mia vita !



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Racconto scritto il 14/03/2018 - 09:55
Da Nino Curatola
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