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C'ERA UNA VOLTA UN BAMBINO.

Buongiorno mia cara.
Ho riflettuto su questo nostro rapporto epistolare. A questo punto devi sapere alcune cose di me. Non posso, ad esempio, non raccontarti le mie fondamenta. Non capiresti nulla se non lo facessi. Forse ti renderò triste, credo sia inevitabile. Anima immensa, la ruga che ti si è formata tra le sopracciglia mi riempie di tenerezza. Non essere in pena per me, mentre ti scrivo sorrido, sempre. Sono stato un eremita, un poeta senza patria, un pittore senza senno, un gatto sornione addormentato sulle tue ginocchia. Infine sono nato in una famiglia che non ha radici. Credo sia stato uno sbaglio. Sono stato sradicato dalla mia agognata e antica saggezza e gettato in un terreno arido e ostile. Non ci avrei scommesso quando ero un bambino, ma son cresciuto. Fino all'età di sette anni non ho parlato con chi non conoscevo, ed anche con gli altri componenti della famiglia sono sempre stato riservato. Amavo il silenzio. Amo il silenzio. Mi piaceva osservare quel che facevano gli altri e annotarlo su un quaderno striminzito che mi portavo sempre appresso. Mi piaceva osservare e scrivere. Non facevano caso a me, oppure mi deridevano “Cos'ha da scrivere di continuo?” - “Ma come? Non lo sai? Lui è lo studioso che cambierà il mondo!!” - “ Ma no!! Scarabocchia stupidaggini!”. Le loro risa facevano vibrare la mia penna e le mie dita impazzivano di nuove parole. Quando disegnavo gli insetti che trovavo in giardino facevano espressioni di estremo disgusto e poggiavano il dito indice sulla tempia roteandolo. In seguito capii che volevano dire come in segreto tra loro che ero uno svitato. “Gli insetti sono creature eleganti” avrei voluto dir loro. Ma preferivo scrivere sul mio quaderno. A me non scoraggiava quel che dicevano. Non mi sentivo più solo di quanto non fossi, ed ero riservato, ma non timido o insicuro. Mia madre a volte interveniva dicendo di lasciarmi in pace. Lei era sempre triste. La sua bellezza era invisibile agli occhi dei più, ma non ai miei. Tratti di matita delineavano il contorno del suo viso antico quasi ogni sera sul foglio adagiato sul cuscino. Mio padre non parlava mai. Tornava dal lavoro stanco e sporco, andava a lavarsi e scendeva dalle scale correndo per la fame. Ci salutava con una pacca sulla spalla, e poi ci intimava di fare massimo silenzio perché potesse ascoltare indisturbato le notizie dal mondo. Il suo sguardo era vitreo come lo schermo che mi sottraeva amore. Mangiavamo così, in silenzio. Guai a far rumore risucchiando il brodo dal cucchiaio. Andava su tutte le furie. Smetteva di ragionare. Avevo una madre magra, come te. Il suo piatto era sempre quasi vuoto all'inizio dei pasti e ancora mezzo pieno alla fine. Sempre stanca, sempre indaffarata, sempre silenziosa. Non faceva altro che lavorare in casa. Spazzava, apparecchiava, sparecchiava, lavava i piatti, piegava i panni, sistemava i panni, toglieva la polvere, lavava i denti a tutti, metteva il pigiama a tutti, allattava uno, toglieva il moccio all'altro, sfamava il cane, toglieva le cacche del cane, annaffiava le piante. E poi i letti, la biancheria, i giocattoli sparsi per tutta la casa, la nonna da sopportare. Nessun complice, nessun amante. In seguito minacciò svariate volte mio padre di andarsene e non tornare più. Ricordo un episodio in particolare. Erano chiusi nella loro stanza da letto, e discutevano. Appoggiai l'orecchio alla porta e potei ascoltare le loro parole. Mia madre cercava dapprima di far capire a mio padre che anche lei aveva una vita prima che si sposassero. Diceva che per lui aveva lasciato gli studi rinunciando alla stima di suo padre per sempre. Mi colpì quando disse che era stata felice per un po', che aveva creduto nella famiglia che avevano costruito, ma che da tempo si sentiva sola, e la tristezza le stava mangiando il cuore. Con mio grande stupore lui scoppio a ridere, e le disse che nessuno al mondo aveva più compagnia di lei. Lei disse che da quel momento in poi sarebbe stata sua moglie ma non ne sarebbe andata fiera, che si rendeva conto di aver sposato un uomo semplice e intelligente, che era diventato egoista e ottuso. Temevo di essere scoperto da qualcuno a origliare, ma non riuscivo ad andarmene da dietro quella porta. Mia madre era triste e si sentiva sola. Io ero soltanto un bambino di dieci anni che avrebbe voluto abbracciarla e farle una carezza sul viso. La tristezza dei suoi occhi aveva attraversato il buco della serratura e aveva raggiunto i miei. Mentre mio padre, un uomo adulto, e non un uomo qualsiasi, ma quello che avrebbe dovuto prendersi cura di lei e amarla e onorarla, aveva riso dei suoi sentimenti. Il silenzio era tagliente, ma ad un tratto lui disse che era libera di pensare ciò che voleva e che in fondo davvero non credeva che avesse ragione di sentirsi sola. Lei disse che un giorno o l'altro se ne sarebbe andata per non tornare mai più. Lui non disse nulla. Quel silenzio rimane un mistero tutt'oggi per me. L'ha forse presa tra le braccia? L'ha forse baciata? L'ha guardata con commiserazione o paura? I passi si avvicinarono e così scappai via cercando di non fare rumore. I giorni seguenti, mia madre usciva molto più spesso e tornava a casa canticchiando. Spesso la sorprendevo a fissare dalla finestra della cucina un punto misterioso del giardino con un sorriso accennato sulle labbra. Mia nonna, che fino a quel momento non aveva mai contribuito al mantenimento dell'ordine in casa, iniziò a preparare la cena se tardava, senza mai rivolgerle la parola. Gli anni si susseguivano e la pesante freddezza tra tutti noi aumentava. Sono cresciuto. Sono andato via dalla tristezza, dall'indifferenza, dal silenzio vuoto di quella casa e dalla confusione assordante dell'ignoranza. Mi sono sempre sentito un estraneo. Ero il terzo figlio che speravano fosse una figlia. Ero quello strano. Sono rimasto quello strano. Amavo mia madre, detestavo la pochezza di mio padre. Lei si dimenticò di me per allattare mia sorella. Non mi abbracciò più. Aveva la sua bambina adorata. Quando tu eri piccola... insomma... quando io iniziavo a parlare con gli estranei o se non altro a salutare educatamente senza far vergognare mia nonna e mia madre, tu venivi al mondo. A volte ci penso e mi domando se nei giardinetti pubblici o in occasione delle sagre dei paesi circostanti non abbiamo mai litigato per una palla o per salire su uno scivolo per primi. Poi mi dico di no. Assurda fantasia d'amore. Tu avrai iniziato a salire sullo scivolo da sola a tre anni, ed io ero già troppo grande per farlo! So che sei stata felice da bambina. La tua famiglia ha saputo amarti e sostenerti. I tuoi genitori hanno preferito avere solo te e tua sorella, per potervi far studiare nelle migliori scuole e darvi la possibilità di suonare bene un strumento e praticare uno sport fin da piccolissime. Noi eravamo in troppi e ci siamo dovuti arrangiare, rinunciando a tutto ciò che per i miei era superfluo, tutto ciò che era vagamente artistico e creativo. Lo sport, secondo mio padre, non serviva, bastava aiutarlo nei campi per farci crescere forti. Sono stato l'unico tra i miei fratelli ad avere la costanza e la perseveranza di studiare di giorno e lavorare la sera. Sono stato l'unico ad essersi laureato. Il giorno della laurea ero solo. Non dissi niente a nessuno perché se non si erano mai interessati a quel che facevo, sarebbe stato sciocco averli tutti lì, ignari e attoniti o svogliati. Credo che tu avresti fatto lo stesso. La mia era una famiglia contadina all'antica, in poche parole. Sono scappato dal destino dei campi, non perché non li amassi, ma per essere me stesso lontano dall'enorme casa in cui ero stato sempre invisibile come un insetto verde su una foglia smeraldo. i miei genitori non avevano occhi che per mia sorella. Come ti dicevo, l'avevano aspettata tanto, e finalmente, dopo tre maschi, arrivò. Era ed è la luce dei loro occhi. Mio padre, quando era piccola, restava a guardarla per ore mentre dormiva. Con noi non lo aveva mai fatto. La sollevava in aria per farla ridere, le portava a casa bambole e cioccolatini a forma di cuore. Sembrava instupidirsi del tutto quando lei lo abbracciava o gli correva incontro lungo il vialetto quando tornava dai campi col suo trattore. Mia sorella è cresciuta ridendo. Si è sposata con un medico chirurgo molto rinomato che ha perso la testa per lei, ed ora vive in una villa non lontana dalla casa che ha comprato mia madre una volta separatasi da mio padre. Lui vive nella nostra vecchia casa e si è accompagnato con una signora polacca tutta intenta a pulire cantando ritornelli di canzoni del suo paese dalla mattina alla sera, senza mai lamentarsi di nulla. Si sono conosciuti all'ospizio dove ha finito, brontolando, tristemente i suoi giorni mia nonna. Mio fratello maggiore, è il braccio destro di mio padre nell'azienda agricola di famiglia, mentre l'altro, avendo secondo tutti poco cervello e molti muscoli, usa le braccia nei campi dirigendo i romeni e i filippini che lavorano per loro. Io scrivo, disegno, ascolto la gente. Mi piace sapere che le persone si fidano di me, di quello “strano”. Mi piace immaginare di essere molto più normale di quanto non sia, confrontando la mia anima con quella turbolenta o addormentata di altri.
Sei ancora lì? Quante volte hai fatto una pausa leggendomi? Mai, ne sono certo. Hai sospirato e trattenuto il fiato mentre la mia solitudine si faceva aria, ed hai stretto le mani a pugno mentre immaginavi un bambino triste e silenzioso, spesso deriso. Ora devo andare, mi aspetta una paziente.
Ti scriverò ancora,
ti scriverò forse domani.


L.




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Racconto scritto il 20/04/2018 - 12:22
Da Lylas Lena
Letta n.192 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Hai ben ragione, neanche una pausa. Condivido anche le considerazioni finali, la tranquillità d'animo non sta (solo) nell'avere una vita apparentemente normale.

Atrebor Atrebor 20/04/2018 - 20:45

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