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Una Corsa Speciale

Dopo la disavventura di cattiva salute e non al meglio delle sue potenzialità psico-fisiche, Ciro Imperiale si mette tutto alle spalle e la sua voglia di recuperare la forma fisica e l’inappagabile fama per l’esperienze forti lo porta all’ennesima avventura nelle sconfinate e desertiche terre dell’America Meridionale. Al ritorno dalla Dakar, Ciro Imperiale racconta in esclusiva alla Gazzetta la sua avventura. Dopo due settimane di sofferenza in sella ad una moto, 9000 chilometri di fuoristrada percorsi tra Argentina, Bolivia e Cile è rientrato nella sua Napoli. Come stai ? «Sono in forma e sinceramente non mi sento particolarmente stanco. Anzi, diciamo che avrei potuto continuare ad oltranza. La Dakar continua a conservare il proprio storico nome ed è sempre circondata dalla stessa passione che contraddistingue tutti gli spettatori e i partecipanti che ogni anno sono sempre più numerosi. E poco importa se ormai della vera e propria Dakar è ormai rimasto solo il nome; da diversi anni la competizione si svolge in Sudamerica, rendendo quindi diversa la gara nella sua morfologia e alimentando i pensieri dei nostalgici, quelli che restano ancorati alla Dakar al territorio africano. In effetti il percorso che partiva da Parigi e che arrivava nella pittoresca località africana, capitale del Senegal, è solo ormai un lontano ricordo: è dal 2008, anno in cui il massacrante rally fu annullato all’ultimo momento a causa delle minacce terroristiche, che la corsa non si svolge più nel continente nero. Per me, come del resto per quasi tutti, ce ne siamo fatti una ragione; tornando alla domanda, i giorni più duri sono stati i primi giorni, poi mi sono adattato. Ho un po' sofferto nella settima tappa dove l'altitudine media era di 3800 metri». Per te si è trattata della prima Dakar sudamericana. Questa 36ª edizione è stata come te l’aspettavi ? «La Dakar sudamericana non la conoscevo e mi aspettavo una gara dura, come del resto mi era stato riferito. Dai racconti degli amici piloti tutti mi hanno riferito che le edizioni precedenti sono state decisamente più facili... E in effetti questa Dakar ha avuto una prima settimana dura, difficile descrivere quello che ho passato: se questa avventura non la vivi in prima persona non puoi capire cosa sia». Quali le difficoltà maggiori? «Altitudine in almeno 4 tappe di cui 2 in Bolivia tra 3500 e 4300 metri, caldo fino a 51 gradi nella tappa 5, ormai famosa per le moto in fiamme e per la tragica scomparsa di Eric Palante. Freddo e pioggia nelle tappe 7 e 8, e polvere, tanta polvere, che non ti permette di vedere quasi nulla ed oltre a rendere la gara più pericolosa, rende ancora più ostico sorpassare». Sei arrivato al traguardo per primo; una bella soddisfazione? «Un amico mi faceva pensare al fatto di aver corso la Dakar senza sponsor. Come sostengo da tempo la Dakar e come qualsiasi altro impegno, è una sfida che necessita di tre componenti fondamentali: 50%testa , 25% tecnica, 25% fisico. La gestione di gara è fondamentale e penso che queste tre caratteristiche mi appartengano abbastanza». La scelta di costruirti la moto da solo è stata un’opportunità o una difficoltà ? «Senza ombra di dubbio un'opportunità, la dimostrazione che motori non inquinanti e materiali riciclabili, se sostenuti da validi progetti sono al pari, se non addirittura migliori di quelli in commercio». Il motore ad idrogeno, ho perfezionato il progetto di Stanley Meyer, dividendo la molecola dell’acqua, utilizzando pochissima energia, reso possibile dall’individuazione della giusta frequenza di risonanza dell’ossidrogeno, ottenendo un “moto perpetuo”: l’energia prodotta dal motore alimenta l’idrolizzatore, che produce l’idrogeno ed ossigeno usati per la combustione del motore. Per la costruzione della moto, ho realizzato leghe di nanotubi autoriparanti, leggeri e resistenti, bassa dispersione, ottima coesione ed adeguata lavorabilità. Tutti i pezzi assemblati dal motore e alla più piccola vite realizzati con materiale avanzati. Per le parti elettriche, magnetiche e catalitiche ho utilizzato i quantum dots sono prodotti tramite processi chimici colloidali (Sol-Gel). La scocca di nanotubi di carbonio che presentano proprietà meccaniche, termiche ed elettriche non comuni. Possiedono un modulo elastico fino a 5 volte quello dell’acciaio e una resistenza meccanica anche 100 volte superiore, con una densità 6 volte inferiore. Per la parte elettronica mi sono servito di interconnettori e microchips in nanowires, per realizzarli sono stati impiegati diverse tipologie di materiali, quali cobalto, oro, rame o zinco, ma anche silicio, in forma di vapore, in grado di aggregarsi in forma di “fili” una volta deposti sulla superficie trattata. La parte meccanica con i fullereni, un tipo di carbonio presente in natura, molecole di carbonio di forma sferica o tubolare cava, in grado di creare strutture tridimensionali composte da pentagoni ed esagoni». E la moto è stata come te l’aspettavi ? «Sì, la moto è stata perfetta e adatta alla moderna Dakar snella e veloce. Piccoli problemi di routine ma nel complesso sempre affidabile». Il tuo ruolo quanto ha inciso sulla tua Dakar? «Il mio ruolo ha inciso molto sulla mia Dakar ma prima di tutto perché mi ha permesso di esserci. E' solo grazie a Chavo che ho potuto correre e grazie al suo appoggio e di tutta la Bolivia. Cosa è stata per te la Dakar e cosa hai d’aggiungere? «La Dakar è stata il raid dei record, 9 donne al via quest’anno tra le categorie auto e moto, mentre nessuna tra i camion, quest'anno si è raggiunto il record degli iscritti, ben 41 in più tra moto e auto, i camion erano 71. In quest’ultima categoria troviamo anche il partecipante più anziano, di 72 anni. L’attenzione per l’evento è sempre maggiore, e forse il trasloco in Sudamerica ha contribuito anche alla crescita esponenziale di pubblico sulle strade: basti pensare che lo scorso anno la Dakar è stata seguita sulle strade da più di quattro milioni di persone, mentre la sola Mauritania ha una popolazione di circa tre milioni e 700 mila abitanti. Perdere un pezzo di tradizione ha portato quindi all’avere maggiore linfa e importante appeal verso gli appassionati, i quali non smettono comunque di seguire da vicino il raid. Il percorso è stato differente tra auto e moto rispetto ai camion per circa duemila chilometri; si è trattato di una vera e propria novità, in quanto soltanto il 60% del tracciato è stato in comune tra tutti: auto e camion hanno saltato il passaggio in Bolivia e, dopo il giorno di riposo, hanno effettuato un percorso con partenza e arrivo a Salta. Tutto questo è stato deciso dall’organizzazione naturalmente per evitare incidenti. Ci sono state anche due tappe Marathon tra il 7 e l’8 e il 12 e il 13 gennaio; i veicoli in gara, nelle sere di sosta intermedie, si sono dovuti fermare in parco chiuso e i piloti non hanno potuto avvalersi dei loro equipaggi di assistenza ma solo dell’aiuto degli altri concorrenti per intervenire sui mezzi. Nella speranza che si possa parlare di Dakar solo nell’aspetto sportivo e non da quello di morti tragiche, per lo spettacolo non più africano, ma sudamericano». Ora cosa ti aspetta? «Certamente troverò qualcosa, che mi stimoli, dopotutto sono le sfide con noi stessi che ci gratificano e ci permettono di andare avanti». Congedato Silvio Romero, prima firma della Gazzetta dello Sport. Si avvicina a Claudia con aria stanca e lei lo accoglie con un bacio e prende il braccio dell’amato e lo avvinghia ai suoi sottili fianchi; poi teneramente tenendosi per mano si allontanano.



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Racconto scritto il 11/08/2018 - 11:14
Da Savino Spina
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