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Capitano, dove sei?...

28. Dicembre


Ore 8.00, effettuati rilevamenti pressori, temperatura, giunture, carico di resistenza delle travi,
profondità, filtri dell’aria, illuminazione: Tutto operativo.
Estratti nuovi campioni di uraninite dal livello 2: una purezza stimabile allo 0.2%.


Ho liberato di nuovo l’accampamento dalla neve accumulata dalla vento. L’estate è a metà ma già comincia a nevicare, non è neve compatta ma è comunque un lavoro stancante.
Temperatura stabile a -18° C.


Capitano, ma dove sei?...




29. Dicembre


Oggi è il mio giorno di riposo. Non so perché continuo a rispettare i turni di lavoro visto che sono
rimasto solo da… non ricordo esattamente da quando; il tempo è relativo in Antartide.
Ho passeggiato sulla spiaggia, a quattrocentoventisette metri dall’accampamento e ottocentotrentuno metri dall’ingresso della miniera. La spiaggia è acciottolata, alghe brune si confondono e si incastrano ai sassi lisci e grigi, l’acqua dell’oceano… Capitano, è bellissima.
Trasparente nelle sue sfumature color piombo, ma non riesco a scorgere il fondo.
L’Antartide è crudele per questo: isolato da ogni cosa, anche da sé stesso. Vedere il fondo sarebbe un conforto, come un sentiero, l’inizio di una strada da percorrere verso casa, invece così mi sembra di essere sull’orlo di un abisso. Io sono qui, in mezzo al nulla, circondato dal nulla.


Sopra: un cielo azzurro, spaventosamente azzurro, le nuvole però sono sempre lì; non sono bianche.
Sono di un blu grigiastro minaccioso ma statico.
Sembra che osservino ogni mia mossa.


Sotto: un’infinita massa d’acqua scintillante che non osserva ogni mia mossa; sa che non posso fare nulla.


Ho visto un gruppo di foche sulla spiaggia, grasse e formose. Sono venute a nidificare tra gli scogli
e la banchisa di ciottoli. Ho provato a catturarne una, ma è riuscita a sgusciare in acqua, le altre
invece sono diventate subito aggressive per difendere i cuccioli. Non ci sono riuscito; le riserve e gli
approvvigionamenti ormai sono più che scarsi. Ho razionato i pasti a mezza porzione al giorno,
anche se è difficile distinguere un giorno dall’altro; il sole non tramonta mai nell’estate antartica.
Sai capitano, ho dovuto uccidere gli ultimi due cani che mi avevi affidato.
Due bocche in meno da sfamare; li ho mangiati per preservare lo scatolame. Mi dispiace capitano,
sai? Ho pianto quel giorno. Proprio come quella volta.
La neve li ha conservati a lungo; non ho sprecato nulla, come mi hai insegnato dal primo giorno.
Ricordi il primo giorno, capitano? Quello della partenza? Stavo giocando con la bussola di mio
padre e tu ti avvicinasti e mi chiedesti se avevo una donna ad aspettare il mio ritorno.
Ti dissi di sì e tu mi sorridesti, stringendomi la spalla; sai, lo faceva anche lui; mio padre voglio
dire. Perdonami se ti ho mentito quella volta, capitano; non succederà più.


Continuo ad estrarre carrelli di materia grezza dalla miniera. Il lavoro va a rilento. E’ difficile
lavorare da solo e il freddo mi intorpidisce. Ho spento il riscaldamento centrale degli alloggi e dei
tunnel minerari. Cerco di risparmiare quanto più carburante possibile, manca solo un mese
all’inverno e la notte dura dieci mesi con temperature al di sotto dei -60° C; ma tu questo lo sai già
capitano. Eh già, me lo hai insegnato tu.


Non tardare capitano; io ti aspetto.




31. Dicembre, 07.00 p.m.


Le montagne sono lontane, capitano. Le vedo stagliarsi all’orizzonte, quasi invisibili nell’aria
gelida. Capitano, quanto spazio libero qui in Antartide. Non c’è nessuna strada, nessun sentiero,
nessuna barriera; eppure non posso andare da nessuna parte. Qui è tutto uguale, sarebbe come
camminare in tondo: le montagne irraggiungibili da una parte e il gelido oceano dall’altra.
Non posso scappare. Da nessuna parte. Oggi il barometro segna una notevole variazione della
pressione atmosferica e la temperatura è scesa a -24° C. Il vento diventa sempre più forte ogni
giorno che passa; questo sarà un inverno terribile; persino per l’Antartide.
Fai presto capitano, fa presto a tornare.




01. Gennaio, 12.30 a.m.


E’ Capodanno Capitano, auguri; ovunque tu sia.
Ci vediamo presto, non dimenticarti di me, io sono qui.




08. Gennaio


Perdona la lunga mancanza di annotazioni sul diario di bordo capitano ma la salute mi ha tradito, il
lavoro estenuante e la fame mi hanno debilitato.
La febbre è durata a lungo, così a lungo, capitano, e reso inquiete le mie notti solari.
Le mani erano arrossate e piene di piaghe sanguinanti; a stento mi ero accorto delle ferite, il freddo
anestetizza il dolore e offusca la percezione. Persino ora stento a tenere la matita in mano.
Se non mi fossi sfilato i guanti per lavarli non me ne sarei accorto, li indossavo da giorni senza
toglierli mai, non volevo perdere le dita per il freddo. E’ stato terribile capitano, ho avuto tanta
paura; ho pianto dal terrore. Il mio primo pensiero è stato “radiazioni”.
Ero convinto di essermi contaminato con l’uraninite e che la radioattività naturale dei campioni
estratti mi stesse consumando le mani e avvelenando il sangue. E’ stato terribile.


Terribile. Terribile. Terribile.


Sono corso fuori dalla lavanderia urlando come un pazzo.
Chiamavo aiuto: «Aiutatemi, aiutatemi vi prego!» Avrò corso almeno per dieci minuti per
l’accampamento piangendo e chiedendo aiuto prima di stramazzare a terra nella neve gelida a
fissare le croci con le maschere anti-gas appese dei miei compagni morti, a sud dell’accampamento.
So di aver pianto a lungo, capitano; le lacrime mi si erano congelate agli angoli degli occhi e sulle
guance e la neve mi aveva quasi ricoperto per intero. Non so neanche come ho fatto a rimanere in
vita così a lungo in quello stato.
Credo di aver cantato, capitano. Non so esattamente quale canzone. Non ricordo neanche come ho
fatto a tornare negli alloggi, al riparo dalla realtà e dal freddo.
Non sai che sogni tremendi ho fatto, capitano. La febbre non mi ha dato tregua; per due giorni,
credo, ho tremato per il freddo e il sudore mi si congelava sulla fronte. Il quarto giorno ho avuto
appena la forza di trascinarmi in infermeria e iniettarmi nella coscia una siringa piena di penicillina
scovata in un armadietto. Ho passato un giorno a vomitare bile. Un insopportabile prurito mi ha
devastato e il cuore mi batteva forte nel petto. Forse avevo esagerato con la dose. Ero convinto che
sarei morto lì. Sai, non ho avuto paura, capitano; forse sarebbe stato meglio.
Una volta essermi rimesso miracolosamente, sono corso nella cambusa; avevo una fame da lupo
nonostante la nausea; ma ho consumato le razioni di quasi una settimana. Ho ritrovato la forza di
continuare ad annotare sul diario di bordo. Dovrebbero essere le 23.00 adesso. Il sole comincia a
farsi più tenue, e il tramonto sta avanzando; l’inverno è quasi iniziato; presto arriverà la lunga notte.
Non sopravvivrò a lungo. Sono solo.


Fa’ presto capitano. Ti prego, fa’ presto a tornare; non lasciarmi qui.




14 Gennaio, mattina. O pomeriggio, non saprei.


Ho fatto saltare la miniera, capitano; non so perché… Sto ancora piangendo capitano, mi dispiace,
mi dispiace davvero; non so perché l’ho fatto. Non lo so proprio. Il silenzio ha qualcosa di infernale,
capitano. Tutto era fermo, immobile, non nevicava neanche e il vento era cessato. Il ghiaccio fa
strani scherzi, capitano: riflette cose che non esistono. Quando vedi sfumature grigie o nere rifratte
nelle stalattiti di ghiaccio, il primo pensiero è di guardarti intorno a cercare l’ombra riflessa nel
ghiaccio crudele.
Vedo fantasmi dovunque, capitano, li vedo scorrere al limite del mio campo visivo, li seguo con la
coda dell’occhio e quando finalmente trovo il coraggio di scuotermi dalla paura, mi giro e non c'è
nessuno. Non c’è NESSUNO, capisci!? In più il vento, quando soffia da ovest o nord-ovest sibila
negli spazi angusti della miniera e sembra che una miriade di voci gridi all’unisono e sghignazzi,
canti, imprechi, accusandomi e deridendomi.
Non ne potevo più, capitano.


Io non sono pazzo, capitano. Non sono un debole.


Non lo sono, vero?


Perché non torni, capitano? Sei un bugiardo, ci hai lasciati qui, mi hai lasciato qui!
Dovevo impedirti di andartene quel maledetto giorno, dovevo fermarti! Non ne sono stato capace.
Avevi promesso che saresti tornato a prenderci. Lo hai promesso, proprio come noi ti abbiamo
promesso che non avremmo accantonato l’estrazione dell’uraninite, che non saremmo venuti meno
ai tuoi ordini ed ai nostri doveri! Sei stato un pazzo, capitano.
Era assurdo pensare di imbarcarsi sull’unica barca ancora sana, poco più che un peschereccio, e di
navigare al largo; nella speranza di incrociare le rotte commerciali più basse.
Quale pazzo sborserebbe un capitale nel rischio di perdere nave, equipaggio e carico contro un
maledetto iceberg? Cosa confidavi di trovare? Chi speravi di incontrare?
SIAMO TAGLIATI FUORI, LO CAPISCI?
Siamo tagliati fuori da tutto.
Potrebbe anche non esserci nessun’altra terra aldilà dell’oceano, sarebbe lo stesso.
Non torneremo più a casa. Non tornerò più a casa mia. Nessuno di noi; né vivi, né morti.
Saremo tutt’uno con il ghiaccio eterno.
Non tornerò più a casa capitano, morirò qui.


Voglio andare a casa, capitano. Voglio tornare a casa.
A casa mia.




29 Gennaio.


Fagioli borlotti o lenticchie rosse e curry, una grossa scodella di riso, patate dolci e una grossa
bistecca ai ferri. Poi una fetta di torta di mele e mirtilli, vino caldo, caffè bollente con tanto
zucchero, vodka e miele e scaglie di formaggio, un pacchetto di sigarette.
Non voglio niente di più. Sarei in pace con me stesso e con il mondo. Una cena indimenticabile,
non vorrei nulla di più.
Sono finite le vettovaglie, la cambusa è vuota, non c’è rimasto più nulla. Ho consumato l’ultima
scatola di carne. La portavo con me, nella tasca interna della tuta, accanto alla bussola di mo padre.
La tenevo a contatto col calore del corpo per non farla congelare, mi aiutava tastarla di tanto in
tanto con la mano guantata per essere sicuro di non averla persa. Mi dava conforto sapere che c’era
ancora un pasto per me.
Oggi l’ho mangiata. L’ho mangiata, e non c’è ne sono altre; l’ho mangiata. La cosa più buona che
avessi mai mangiato. Sopravvivrò un altro giorno, un giorno di più per farti tornare e tu mi porterai
via capitano. Mi riporterai a casa, a casa mia.
Sono oggi quattro mesi dal giorno della tua partenza.
Perdemmo te quel giorno, così come avevamo perso la nave con cui siamo arrivati qui. Salvammo
quanto più possibile sulle scialuppe, e raggiungemmo la spiaggia ed arrivammo al campo minerario
allestito per noi mesi prima. Un piccolo inconveniente perdere la nave, dicesti; un piccolo
inconveniente da centottanta tonnellate.
Forse è tempo di una confessione capitano: sono stato io a sabotare la radio di bordo. Non ho idea
del perché lo feci, o meglio, presumo che avessi dei buoni motivi che ora non ricordo.
La cosa strana che qualcuno fece lo stesso con la radio dell’accampamento nel centro operativo.
L’Antartide è fatto così, tira fuori le pulsioni più strane dagli uomini: nessuno vuole venire qui e
quando calpesti le sue nevi, strane voglie e pulsioni inconsce ti spingono a isolarti ancora di più.
Questa terra è crudele anche per questo. E’ una terra vuota e la vita che non ha la prende con la
forza, ma in maniera subdola: prima non riesci a guardare più l’oceano, poi non parli e ti chiudi in
una strana apatia, non mangi più, non dormi più, non sogni più, non vivi più.
L’Antartide è affamato di vita e la toglie da chiunque ne calpesti il suolo vergine. Anche i cani
erano inquieti; quante notti li ho sentiti abbaiare senza sosta ai miraggi solari nel cuore della notte.
Ma cosa c’è qui che fa tanta paura?


Buona notte Capitano, torna presto
Il buio sta arrivando, è il secondo giorno di tramonto.




Rapporto d’Appello:


- C. Blasch, marinaio: deceduto nell’incendio della
Cathrinah.


- F. Wolff, marinaio: disperso in mare.


- A. Visch, marinaio: disperso in mare.


- F. Walga e S. Walga, marinai: deceduti per setticemia e
ustioni estese.


- E. Stone, marinaio: deceduto nell’incidente.


- D. J. Mc Neill, marinaio: re-imbarcato sulla navetta di
soccorso.*


- V. Uruh, ufficiale in seconda: re-imbarcato sulla
navetta di soccorso.*


- C. Valenti, nostromo: re-imbarcato sulla navetta di
soccorso.*


- R. C. Gray, capitano: re-imbarcato sulla navetta di
soccorso.*


- K. Billboard, geometra: disperso.*


- J. La Chante, cambusiere e cuoco: deceduto per
ipotermia.


- T. Ragnoviev, capo minatore: disperso.*


- Q. Zanetti, ass. capo minatore: disperso in mare.


- Z. Vloscoviz, coordinatore estrazione: deceduto per
contaminazione radioattiva.


- W. “Orazio” Lailay, macchinista: deceduto per
ipotermia.


- E. Rolla, macchinista: deceduto per ipotermia.


- W. Sadislav, macchinista: deceduto.


- Z. Dankai, geologo all’estrazione: deceduto per
ipotermia.


- J. Olsein, minatore: deceduto.


- J. Stain, minatore: deceduto.


- S. H. Cohen, minatore: deceduto.


- A. Luev, minatore: deceduto


- S. Stèfan, minatore: deceduto.


- R. Nicholai, minatore: deceduto.


- D. Michail, minatore: deceduto.


- C. Drain, comunicazioni e impianti: deceduto.


- Rex, Goro, Michey, Kuma, Jilly, Jagger,
cani da trasporto: deceduti.


* Ulteriori informazioni non disponibili.




4 Febbraio, mattino
o pomeriggio
che importa


E’ notte adesso, Capitano. Alla fine è arrivata; c’è voluta quasi una settimana. E’ come se il tempo
in questo profondo emisfero scorresse più lentamente. Capitano è possibile che il freddo rallenti la
velocità di vibrazione degli atomi a tal punto da rallentarne le proprietà specifiche? Il tempo è
cambiamento; io sono cambiato? Sono cambiato abbastanza? Forse sono rimasto giovane.


Dici che sono più giovane?


Qui è tutto uguale, sembra tutto immobile, inviolato ed eterno; forse rimarrò così per sempre:
come sospeso in un eterno stato di fluttuazione, chiuderò gli occhi e sognerò di sognare, il mio cuore
rallenterà i battiti, il mio sangue diventerà più denso ritardando la sua corsa contro il tempo, seguirò
i cicli delle stagioni; dormirò tutta la notte antartica e tra dieci mesi mi sveglierò al primo sciogliersi
dei ghiacci.


Riesco quasi già a sentire il vento gelido del primo mattino che gioca nelle aurore boreali e il primo
sole stagliarsi timidamente aldilà dell’oceano senza fine. E tu, di ritorno su una nuova e solida
rompighiaccio sull’uscio della camerata a gridare di alzarmi e di venire via. Tornerò a casa da mia
madre, alla vita di ogni giorno; riscoprirò le mie vecchie abitudini o ne avrò di nuove, sarò felice.


Vieni presto Capitano, sto già sognando l’estate.




08 Febbraio, notte.
A prescindere.


Temperatura esterna: -58 C°, è scesa di colpo.
Velocità del vento: 18 nodi.
Le strutture metalliche della camerata scricchiolano e si contraggono, sembrano vogliano schiacciarmi.
Il carburante è sufficiente ancora per alcuni mesi.
E’ il mio unico conforto, almeno starò al caldo.
Eppure qui c'è qualcosa.
No, non c'è niente.


Niente.




08 Febbraio


Niente.




09 Febbraio


Niente.




10. Febbraio


Niente.




11. Febbraio


Niente. Non sento dolore, niente. Niente, niente, niente, niente niente niente niente niente niente
nientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenienteni
entenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenientenienteniente…




14. Febbraio.


Dove diavolo sono, non riconosco questo posto.
Non sono sicuro, non è possibile…




18. Febbraio


Ho sognato ancora del mare, le onde che si infrangono sulla banchina a strapiombo sul nulla
ghiacciato e rifluiscono indietro; è un rumore eterno, millenario, monotono. Il mare l’ho sognato
tutta la vita, lo amato da bambino, l’ho attraversato da adulto e poi mi ha portato qui. Di tutti i posti
del mondo, il mare mi ha portato qui; a congelare. Dovrei odiarlo. Sì, dovrei davvero.


Quando un marinaio sogna del mare deve smettere di navigare. Capitano, io…




19. Febbraio


Questo non è giusto, capitano: è crudele. Ho un disperato bisogno di piangere che non riesco a
smettere di sorridere per quello che ho visto stamattina. Il generatore è andato da prima
dell’inverno. Poco male pensavo, era sempre giorno, non c’era bisogno di illuminazione artificiale.
Ho calato un secchio nella cisterna di kerosene, me ne serviva poco; sai, ho finito le candele, volevo
solo tenerne un po’ la lampada. L’indicatore segnava ancora molto kerosene, bastava per riscaldare
la baracca per un paio di mesi. Il manometro si è ghiacciato, l’ago è immobile, persino il
galleggiante nella cisterna è incagliato dal ghiaccio. Non c’è carburante. Non c’è ne più.
Capitano, la bussola di mio padre non gira più, non indica più il nord o il sud, est, ovest, su, giù...
Ma dove diavolo sono? Dove sono tutti? Non e' possibile...
Completamente sfondata, l'alcool si è dilatato per il congelamento e ha sfondato l'iride di vetro e
l'ago magnetico non ruota più. Ora mi sono davvero perso.


Capitano, dove sei?...




21, Febbraio, Quasi.


Perché non siamo riusciti ad andarcene di qui, Capitano? E' molto tempo che non inviamo carichi
oltre mare, che non mandiamo notizie e comunicazioni alla base; perché non è venuto nessuno a
cercarci? Dove sono finiti tutti? Dov'è finito il resto del mondo, dove è andata a finire la mia casa?
Mia madre è ancora viva? Sa di me? Ma dove siamo?


Capitano, ci hanno dimenticati.




22. Febbraio


Dankai mi ha buttato giù dalla branda ventuno ore fa, era come in preda a una sorta di isterismo, mi
ha scosso violentemente per la spalla e ha farfugliato qualcosa che non ho afferrato subito, diceva
che il cuore batte centocinquanta battiti al minuto per non rallentare il sangue e i muscoli
sobbalzano per riscaldare l’organismo e che dovevo scrivere il rapporto giornaliero sul diario di
bordo. Mi ha fatto una brutta impressione vederlo, aveva gli occhi cerchiati da occhiaie profonde, la
pelle bluastra e le sue dita erano nere, poi è corso fuori dal rifugio zoppicando vistosamente; le sue
gambe non si piegavano. L'ho sentito gridare tutto il giorno, ma non è più tornato.
Il vento è costante, ulula incessantemente, le coperte non bastano a tenermi al caldo, vedo il mio
fiato condensarsi nella penombra della luna che filtra dalla finestra. La matita scivola sul foglio
ghiacciato e devo calcare per scrivere, devo grattare via la brina per qualche parola scritta con mano
tremolante. Non so neanche che cosa sto scrivendo, la luce lunare è troppo fioca.
Perché non è venuto nessuno a prenderci, capitano? La nave è andata distrutta, la fiancata di
tribordo squarciata, ha impiegato quasi due mesi per affondare, non abbiamo comunicato con la
base cilena dall'inizio della missione, non abbiamo inviato carichi, i rifornimenti non sono mai
arrivati.
Ma cosa è successo? Dove sono tutti? E' come se il mondo fosse deserto o è come se nessuno
sapesse di noi; di me.


Capitano, ovunque tu sia, sogna di me.
Non permettere al freddo ti portarmi via.




24. Febbraio


Non riesco a smettere di tremare, non sono riuscito neanche ad accendere l'ultimo fiammifero, era
completamente congelato; si è sbriciolato tra le dita.
Ho freddo, capitano, tanto e tanto freddo; non riesco a smettere di tremare. Ho intravisto Rex e
Goro sgattaiolare nella penombra della camerata. Li ho sentiti abbaiare per ore. Non è possibile...
Non riesco a pensare, non riesco. Ho tanto sonno. Io... non devo dormire.


Capitano, sai... Non esistono due fiocchi di neve uguali... Sono belli. Sono così belli...




28. Febbraio


Capitano, so che verrai, so che sarai qui e mi salverai, sono qui.
Non riesco più a muovere le gambe, non sento più nulla, il fiato è corto e il cuore mi batte pesante.
Le dita mi fanno male ma non oso togliermi i guanti, riuscirei a scrivere meglio ma non posso
toglierli.
Non ho più fame, capitano, ho solo tanto sonno e voglio dormire, non riesco a tenere gli occhi
aperti. Sai, in definitiva ma aspettavo che finisse così,


l'Antartide è crudele e coerente. Forse è ora
che io dorma. Finisco la pagina e poi dormirò, sì farò così, devo scrivere il rapporto, devi sapere che
ti aspetto, che non ho mai smesso di sperare, che non cederò mai.


Stai tornando, lo so è difficile, ma stai venendo a prendermi. Non riesco a tenere gli occhi aperti, ho tanto
sonno. Dormo un po', solo un po'. E al mio risveglio tu sarai qui e mi porterai a casa.
Sarà bello! Sì, solo qualche ora di sonno.


Io ora dormo un po' e ti aspetto, ti aspetterò sino all'eternità e poi non sarò più solo.
Vieni Capitano, vieni a prendermi. Ti aspetto.



Capitano, io sono qui...




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Racconto scritto il 14/08/2018 - 17:43
Da Black Wolf
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su 0 votanti


Commenti


Sono sinceramente sorpresa di nn leggere altri commenti. Io l'avevo saltata involontariamente. Mah

laisa azzurra 18/08/2018 - 12:22

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Terribilmente bello. competenza, conoscenza e grande sensibilità. Ho pensato alla canzone di Faletti. complimenti, anzi...di più, Capitano!

laisa azzurra 18/08/2018 - 10:55

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