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UN ATTIMO E FU AMORE

UN ATTIMO E FU AMORE


Frenò. Il semaforo era rosso, dannazione! Batté una mano sul volante, quello non ci voleva proprio. Odiava rimanere bloccato nel traffico, soprattutto quando tornava da un appuntamento...galante. Scosse la testa e si appoggiò al sedile dell'auto. La notte era rischiarata dai lampioni e dalle insegne dei locali. Era annoiato. Sbirciò fuori dal finestrino. Una ragazza se ne stava sul marciapiede accanto alla fermata dell'autobus. Stava aspettando quello notturno, oppure qualcuno? Non era bella, non nel senso classico del termine, e per giunta non era neanche il suo tipo, ma il viso...il viso era stupendo. Il semaforo divenne verde, inserì la prima e partì chissà perché l'aveva notata?


Era stanco, il mercoledì era senza dubbio la giornata peggiore. Aveva proprio bisogno di ricaricare le batterie. Un sorrisetto furbo gli increspò le labbra. Si rilassò contro lo schienale della sedia e sbottonò la camicia. La cravatta l'aveva già buttata da qualche parte. Una fugace occhiata all'orologio, gli confermò che era tardi, peccato a quell'ora la sua segretaria era già andata via. Con calma, quasi con indolenza prese il telefono e compose un numero. Scambiarono poche frasi, ma quando chiuse era soddisfatto. Ma in fondo sapeva che lei sarebbe stata disponibile. Ora doveva solo raggiungerla. Recuperò la giacca, senza preoccuparsi della camicia, non aveva tempo da perdere. Spense la luce e lasciò l'ufficio alle spalle. Per un attimo alla memoria gli tornò il volto della ragazza della sera prima, ma lo scacciò con un sorrisetto. Non valeva la pena di farsi coinvolgere da qualcosa che non poteva avere.


Il finestrino era abbassato il vento era freddo, ma gli procurava una piacevole sensazione. La sigaretta fumava tra le dita. Tornava dalla case della sua amante, ma il traffico scorreva a rilento, e questo lo infastidiva. Girò la testa, alla fermata dell'autobus c'era di nuovo quella ragazza. Non era decisamente il suo tipo , eppure non riusciva a distogliere lo sguardo dal suo volto. La fila riprese a scorrere e lui accelerò. Cosa diamine gli stava accadendo, non lo sapeva.


Con un gesto brusco sgombrò la scrivania, incurante del fracasso provocato dagli oggetti caduti. Era stanco e nervoso. Quella notte aveva dormito poco e male, e quella giornata si era rivelata un inferno, sin da quando era uscito di casa. Si passò una mano tra i capelli, che portava un po' lunghi sul collo. Era teso. Le cose in campo lavorativo non andavano male, ma sebbene non se ne potesse lamentare, era anche vero che le ultime trattative non erano state facili, anzi, gli avevano causato molte preoccupazioni. Toccò l'interfono, aveva bisogno della sua segretaria, subito. Nessuna risposta. Dannazione! Batté un pungo sulla scrivania. Peccato. Fece una smorfia. Di raggiungere la sua mante, quella sera non ne aveva punto voglia, e poi staccarsi un po' non era un male, anzi era la giusta strategia. E allora cosa fare? Un volto gli squarciò i pensieri. Batté un altro colpo sulla scrivania. Doveva trovare una soluzione. Lasciò l'ufficio, avrebbe camminato per un po', l'aria fredda, forse, l'avrebbe aiutato a pensare.
Senza accorgersene aveva preso a muoversi verso la fermata dell'autobus. Cosa credeva di fare? Era arrivato, e quasi voleva tornare indietro, poi la vide. Un uomo le stava vicino. Troppo vicino, strinse i pugni lungo i fianchi e inconsciamente fece qualche passo avanti. Lei era spaventata, ed infastidita dalle attenzioni di quel tizio. Era così teso che doveva sfogarsi in qualche modo. Prese per un braccio la ragazza, tirandola indietro verso di lui, poi si frappose tra lei e l'uomo, al quale sferrò un pungo. Ne seguì una breve colluttazione. Pose un braccio intorno alle spalle della ragazza, che era ancora più spaventata, e si allontanò con lei, lasciando il suo rivale a terra.
«Si sente bene?» Le chiese con premura, senza lasciarla andare. Lei teneva gli occhi bassi.
«Sì...la ringrazio...» Disse impacciata.
«Non dovrebbe girare sola di notte...» le disse senza finire la frase.
«Be' ha ragione...ma non posso farne a meno....» Rispose sulla difensiva. Lui sorrise. Un sorriso enigmatico.
«Non volevo certo criticarla....Ma se fossi il suo fidanzato starei attento.» Lei lo guardò scettica.
«Io non sono fidanzata, e ora credo di aver perso l'autobus... mi toccherà aspettare il prossimo.»
«Non posso permetterlo! Senta il mio ufficio non è lontano, se avrà pazienza di seguirmi, recupero l'auto e l'accompagno.» lei lo guardò di sbieco.
«Ed è sua abitudine lasciare l'auto per...passeggiare?»
«Affatto, ma oggi ho avuto un brutta giornata, avevo bisogno di un po' di moto.» Lei non rispose subito.
«Quindi è passato per caso?»
«Diciamo di sì...inconsciamente ho preso il tragitto per casa mia...»
«A piedi?» Lei era alquanto dubbiosa.
«A piedi. Gliel'ho detto, ero...sovrappensiero.»
Lei non disse più nulla. Chissà cosa pensava? Ma in fondo neanche lui si capiva.
«Eccoci. Qui è il mio ufficio, e quella è la mia auto. L'accompagno.»
«Grazie.»
Durante il tragitto parlarono poco, soprattutto perché lei era diffidente, eppure averla accanto, era già qualcosa, si disse. Si ma perché si dava tanto da fare? Non lo sapeva. La fece scendere davanti al portone e non se ne andò fino a che non la vide entrare. Quando ripartì i suoi pensieri vagavano a briglia sciolta, ed in una direzione del tutto inaspettata.


Come al solito aveva fatto tardi, ma la sera lavorava sempre oltre l'orario. Tremò, dopo quello che era accaduto la sera prima, aspettare l'autobus le metteva paura. E certo non poteva contare sull'aiuto di un altro cavaliere. Se ripensava a quell'uomo però aveva i brividi. L'aveva salvata, sì ma era così freddo, così sicuro....e bello, sì ma di una bellezza pericolosa e distante. Era tutta presa dai suoi pensieri, che quando una macchina accostò al marciapiede, trasalì per la sorpresa.
«Buona sera. Sapevo che l'avrei trovata qui...Vuole un passaggio?» Poteva fidarsi? Si stava mettendo nei guai?
«Non voglio abusare della sua...cortesia.»
«Nessun disturbo, gliel'ho detto faccio sempre questa strada.»
«La ringrazio.» Un po' impacciata, salì in macchina.
Dopo il primo imbarazzo cominciarono a parlare. All'inizio per riempire il silenzio, poi pian piano per il piacere della conversazione.


Era stanchissimo. La riunione era durata più del necessario. Accese il cell. Due chiamate dalla sua amante. Le ignorò. Erano giorni che non ci andava, e neanche gli importava. Anche con la sua segretaria, aveva limitato i rapporti esclusivamente a quelli lavorativi, e tutto perché ormai nella sua testa c'era solo lei. Era in ritardo. Afferrò le chiavi dell'auto ed uscì di corsa. Sì, nei suoi pensieri ormai c'era solo lei, e anche il suo corpo non voleva altro. Non che fossero mai arrivati a quel punto...ma con lei era diverso, faceva sul serio, non avrebbe mai potuto considerarla un diversivo, un passatempo, come le altre, e ne erano passate tante nella sua vita, al punto che ne era nauseato. Con lei era diverso, il loro rapporto, era qualcosa che che non aveva sperimentato mai. Voleva proteggerla, ma anche starle affianco., ascoltarla mentre gli raccontava le sue giornate e raccontarle le proprie. Aveva preso l'abitudine di riaccompagnarla a casa tutte le sere, e non gli pesava, anzi era felice di passare del tempo con lei.. La loro frequenza non si limitava solo a questo, ma erano ancora agli inizi e a lui stava bene così. Pranzare insieme, telefonarsi, riaccompagnarla erano tutte cose nuove per lui, che non aveva mai sperimentato prima. E questo gli piaceva, così come gli piaceva lei, così dolce e fresca, così sua. Certo doveva andarci coi piedi di piombo, perché non voleva sprecare la sua unica occasione di essere veramente felice.


«Sei in ritardo.» Lui le aprì la portiera.
«Scusa. La riunione è durata più del previsto.»
«Capisco.» Non disse altro, ma lui si accorse che era tesa, ecco un altro tratto di lei che amava: era trasparente.
«Giornata pesante? Che dici se andiamo a cena?» Le sfiorò il viso
«Ok, sì a te com'è andata?»Si voltò a guardarlo, e a lui mancò il fiato, era stupenda.
«Se vuoi ti racconto ma solo fino al ristorante. Anch'io ho bisogno di staccare la spina.»
Lei rise, poi cominciarono a parlare fitto fitto, come al solito. Era avere qualcuno con da appoggiare e a cui appoggiarsi, condividendo anche le più piccole cose. Lei era quella giusta, ecco perché l'aveva notata tempo addietro, ed era felice di averla trovata.




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Racconto scritto il 13/09/2018 - 19:51
Da Marirosa Tomaselli
Letta n.72 volte.
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Commenti


Racconto molto bello.

Antonio Girardi 14/09/2018 - 11:44

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Sì basta un attimo,
qualcosa accade di inspiegabile e tu, sei brava a raccontare l'emozione di quell'attimo!

Grazia Giuliani 13/09/2018 - 21:51

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