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Enrico e mio padre

La mia vita, dopo che partimmo dal paese per andare a vivere in città, cambiò repentinamente.
Non so dire se in meglio o in peggio; cambiò.
I primi giorni furono caratterizzati da alterni sentimenti di smarrimento ed euforia, stati d'animo che si attenuarono col passare dei mesi per far posto ad una nuova vita.
La via nella quale andammo ad abitare si presentò ai miei occhi come l'esatto opposto del clima familiare che si viveva in vicolo Magenta, una viuzza chiusa dalla campagna che la limitava, o per meglio dire la sbarrava.
In vicolo Magenta c'era la nostra cascina e, una dopo l'altra, altre due: quella dei Monti e quella dei Manera. Ci conoscevamo tutti, nel vicolo, e pertanto quando eri in casa ti sentivi in famiglia, e quando eri fuori, nella via o nei prati circostanti, ti sentivi né più né meno nelle stesse condizioni. Non c'era un confine; la campagna o le stradine del paese erano una semplice estensione degli spazi interni della casa.
E, va da sé, anche i giochi erano gli stessi. Nessuna paura degli estranei, e non regnava il timore di perdersi, o di essere invischiati in qualche brutta sorpresa. Sapevamo tutto di tutti, perfino il nome dei cani e dei gatti, ma anche dei maiali. Sì, perché qualche contadino stravagante aveva l'abitudine di chiamare i suoi suini più belli con nomi altisonanti, di origini antiche: Achille, Ettore, Ulisse.
Invece in via A. Manzoni, in città, il confine c'era, eccome. Noi abitavamo in uno dei tanti palazzi di quella storica via, il palazzo dei conti C., ai quali fungevamo da custodi ed altre mansioni. Mio madre, brava cuoca, aiutava la servitù in cucina e mio padre si curava del restauro e della manutenzione dei tanti affreschi che abbellivano saloni, scale, e perfino gli androni d'ingresso. E poi, di tanto in tanto, si impegna a dipingere ritratti della contessa, o del conte Clemente, o dei figli di Bianca, la contessina che morrà di una malattia rara in giovane età, con i bambini ancora piccoli.
Quando uscivamo, anche negli anni a venire per andare a scuola o al lavoro, mio padre ci salutava con la sua frase di commiato:
« Attenti, mi raccomando...ci vediamo stasera »
Mio padre era inavvicinabile dagli amichetti che mi ero fatta col passare degli anni, sicché nessuno lo conosceva di persona. Solo femmine, amiche di scuola prima e del laboratorio di analisi nel quale trovai il lavoro, dopo. Il primo maschio ed entrare prepotentemente in casa nostra fu Enrico, e per tutti noi fu una data storica perché capimmo che nostro padre, preso per il verso giusto, vale a dire quello della lealtà, era tutto sommato una tigre dalle unghie spuntate, e senza denti. Enrico ce lo mostrò in tutta la sua debolezza, visto che lo soverchiò in coraggio e forza d'animo.
Forse iniziai quel giorno ad innamorarmi di lui. Stava iniziando a diventare il mio secondo padre, andando a riempire il vuoto che nel mio cuore aspettava di essere occupato da un uomo.



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Racconto scritto il 18/09/2018 - 06:43
Da Franca M.
Letta n.84 volte.
Voto:
su 0 votanti


Commenti


Grazie Franca!
La risposta è Sì te lo concedo con piacere...
Alla prossima lettura

Grazia Giuliani 19/09/2018 - 19:24

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bello, serio, corretto
un padre con difficoltà ad esprimere emozioni
ed un marito che colma quelle carenze affettive
---si, è così che comincia l'amore laddove si ha tanto, ma davvero tanto amore da donare...
e tu ce l'hai "raccontato" il tuo amore
bravisssima

laisa azzurra 18/09/2018 - 21:43

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Mannaggia, già finito? Lettura molto piacevole che spero abbia un seguito!

Mimmi Due 18/09/2018 - 13:02

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Nel tuo racconto, preciso, elegante e ben scritto, le emozioni arrivano lentamente, una dopo l'altra regalano una vita che sembra "antica" nei modi e nei personaggi..
Due figure maschili ben sottolineate nella loro importanza, per la vita di "una donna".
Brava
Ti abbraccio


Grazia Giuliani 18/09/2018 - 12:42

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Scrivi sempre bellissimi racconti.

Antonio Girardi 18/09/2018 - 10:34

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