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L'amore dell'infanzia

Il risveglio mattutino è sempre molto bello non m'alzo mai con il sonno negli occhi sono sempre in ritardo per scoprire il mondo che mi circonda, l'esistenza è ai primi albori ed è li che mi aspetta per essere contemplata nell'emozione, pronta ad accogliermi tra le sue braccia per viverla, dopotutto è un'opportunità; ho sconfitto milioni di spermatozoi, sono arrivato primo in assoluto all'obbiettivo della vita!

Sono molto felice qui dove sono e non vorrei essere altrove!


Non esistono stagioni preferite nel mio inizio, tutti i giorni splende il sole se non in cielo, nel mio cuore di piccola bambina.
Tutto è un incanto: come la brina che ha ricamato il vetro della finestra nella notte gelida d'inverno, metamorfosi del vetro difficile da capire mentre le piccole dita lo accarezzano con garbo e il cervello fantastica è immagina le renne che attraversano il cielo con la slitta di Babbo Natale perché siamo nell'inverno nel tempo che questo accade non so di preciso, ma succede.
Come tutte le mattine mia madre Clara controlla se mi sono messa l'abito per il verso giusto prima di cedere al desiderio di abbracciarmi poi si scende in cucina, la stanza più odorosa di fragranze nebulose di tutta la casa. Tutti i presenti mi abbracciano: mio padre, il fratello di mio padre e il nonno Carlo padre di mio padre, infine la nonna Delia mi schiocca un bacione sulle guance e con grazia mi accomoda sulla seggiola per gustare la prima colazione, questo rito come il pranzo e la cena si fanno sempre tutti assieme; poi di mattino ben presto ognuno di loro s'accinge al proprio impegno lavorativo, mentre io resto davanti alla mia tazza ripiena di latte col pane, molto zuccherata. Non resto sola, mia nonna Delia resta nella cucina e mentre le sue mani indaffarate preparano il cibo per corroborare la giornata di tutti i famigliari, soddisfa pure le mie centinaia di domande, le sue parole diventano un romanzo e come sotto ipnosi il cucchiaio mi riempie la bocca del nettare più gustoso in assoluto. Le sue parole trovano sempre il modo di spalancare la mia fantasia e sottrarmi al mondo reale, per farmi entrare nella suggestione della favola.
La presenza di mia madre Clara va e viene dalla corte alle stanze della fattoria lei è molto giovane ed ha il compito di fare i lavori ordinari nel contesto famigliare, specialmente quando fa molto freddo e Delia è meglio per lei restare in casa al riparo dal freddo e dalle intemperie invernali.
Sembra spietata questa fluidità, senza le comodità: non v'è l'acqua corrente in casa, questa si attinge dal pozzo esterno e l'unica stanza riscaldata dalla stufa e dal camino è solamente la cucina. Uno stile di vita rurale campestre faticoso ma poetico e suggestivo e tutti la condividono con gioia e felicità perché c'è il tempo per stare assieme uniti per ascoltare e parlare, abbracciarsi e baciarsi nell'emozione dell'affetto.


Delia mi sta chiamando a squarcia gola, era ovvio che non volevo sentire, questa è la mia stagione preferita: è primavera! Ed io in compagnia del mio fedele cagnolino col quale si condividono le giornate in simbiosi; da quando era giunto alla fattoria malridotto, tutto emaciato, stanco e ferito, non si capiva neppure il colore del suo corto pelo, era così sporco. Doveva vivere veramente all'inferno quella piccola bestiola!
L'avevo salvato dal suo possessore, un vecchio rigattiere che sovente veniva in fattoria per comprare pelli di coniglio e ferrame; un giorno il piccolo bastardino si rese conto che il sole sarebbe tramontato per sempre, e si accorse della mia presenza, assieme restammo nascosti finché quel bruto forsennato del suo possessore dopo averlo chiamato e richiamato con quel nome tanto disgustoso di : “ bastardo!!!” Aggiungendo: “Bestiaccia maledetta dove ti sei cacciato? ”
Ancora qualche secondo poi la motoretta del rigattiere svolazza via assieme a lui, cala il silenzio nel nostro nascondiglio all'interno del fienile; finalmente “bastardo” è libero. Tra quegli occhi neri inespressivi e il naso tutto screpolato, mucchietto d'ossa incredulo e spaurito, con quel senso di sicurezza e di protezione che il mio atteggiamento gli donava, si fece coraggio, assieme uscimmo dal nascondiglio per entrare nella cucina dove Delia stava preparando uno stufato di pollo e patatine novelle, a quell'odorino dalla sua bocca uscì una bava svenevole. Delia alla vista di mucchietto d'ossa trasalì: “bastardo che ci fai qui!!!” Io all'istante con modo molto convincente cercai di accollarmi la responsabilità e con occhi espressivi le dissi che volevo tenerlo, e mi sarei presa cura di lui. Delia mi ordinò di andare nel magazzino delle granaglie per prendere un sacco di iuta per poi sistemarlo accanto al camino mentre lei al mio ritorno lo aveva già rifocillato con avanzi di cucina. Non era ancora confermata la decisione di farlo restare si aspettava il parere di tutti i famigliari; quando si riunirono per il pranzo, mi trovarono con lo sguardo basso mentre accarezzavo mucchietto d'ossa, che dormiva stremato.
Delia raccontò l'accaduto, mio nonno Carlo aveva già compreso l'evento perché pure lui detestava i modi che aveva quel truffaldino del rigattiere, non v'era simpatia tra di loro, si scontravano sempre a parole per accordarsi sul prezzo del venduto, e così lui con complicità si avvicinò mormorando: “Povera bestiola!” Nessuno ebbe nulla da ridire, concordi accettarono che mi occupassi del piccolo bastardino. E da quel giorno restammo inseparabili; lo chiamai “bagarì” un nomignolo udito spesso in casa dai miei famigliari per indicare una piccola cosa, un vezzeggiativo che gli conveniva molto bene dato che era un cagnolino di piccola taglia.
L'Accaduto fu presto dimenticato dal cagnolino, in poche settimane non assomigliava più al giorno che era arrivato sul carretto del rigattiere, s'era rinvigorito, e dopo una doverosa spulciata aveva mostrato il suo pelo rossiccio che di giorno in giorno si manifestava in tutto il suo splendore; di notte s'accucciava accanto al camino sopra il sacco di iuta e li restava fino al mattino, fintanto che al mio risveglio scendevo in cucina e con irruenza ci abbracciamo con emozione, poi si procede con la colazione, per me il solito latte con pane inzuppato mentre per lui, Delia gli aggiunge nel coccio il grasso del prosciutto appena affettato. Subito dopo la colazione si esce nell'aia per correre avanti e indietro, e non mancano le capriole sull'erba, scrutando i misteri della natura che ci circondano.
Da quel momento quando si sentiva arrivare dalla carraia la motoretta con la marmitta scoppiettante del bruto rigattiere con quella mantella nera svolazzante che pareva un pipistrello, d'impeto io e “bagari” correvamo a nasconderci.
Non so se ebbe mai a dubitare che quel cagnolino che in poche occasioni intravide strabuzzando gli occhi, fosse quello che apparteneva a lui; un quesito che mio nonno Carlo non approfondì mai alle curiose domande del rigattiere.

Così nella bella stagione della primavera si vagava per i campi e per l'aia della fattoria sempre uniti, liberi e felici di andare contro vento, fresco e frizzante perennemente accanto, avvolti da guizzi di felicità con l'amore che si sapeva donare a vicenda.
Non volevo sottrarmi al piacere di raccogliere viole nei fossi del casolare e in ritardo rispondevo al richiamo di mia nonna Delia che nonostante il suo daffare quotidiano si occupava pure di me in un legame d'affetto reciproco che le corrispondevo con la sincerità che solo un bambino sa donare. Delia era ancora una bella donna, bassa di statura, nonostante la sua persona risultasse gracile, era forte e instancabile, dal carattere docile, molto dolce, il suo viso era come un quaderno intriso da una vita di dolori e sofferenze, vissute durante la seconda Guerra Mondiale; lei cercava di dimenticare piangendo sul passato, e sorrideva alla mia presenza, ero una promessa di una lunga vita assieme, avvolta nell'affetto e dall'amore eterno.
Quanti mazzolini di viole e margherite mettevo in ogni stanza: sul comodino di mia madre, di mio padre, del nonno Carlo dello zio e nella grande stanza adibita per la cucina, ce n'erano in tutti i posti e l'odore gradevole si confondeva e inondava la stanza tra gli odori del buon cibo.
È questa la mia vita di bambina unica in quella famiglia fino all'età di otto anni dove romanzerà il seguito mia sorella Rosanna; tutti avvolti in una luce di speranza dove si conduce un'esistenza di dura fatica, ma apprezzano la vita e confidano nel futuro, nei campi coltivati di grano e papaveri dove crescono pure i fiordalisi, il sole e il vento canta tra le fronde degli alberi una dolce melodia e tutto è speciale, ed io col mio caro e inseparabile bastardino “bagari” interpretiamo la vita.




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Racconto scritto il 29/09/2018 - 18:39
Da Eugenia Toschi
Letta n.92 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Grazie di cuore e buona domenica a Margherita e Antonio.

Eugenia Toschi 30/09/2018 - 15:02

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Grazie di cuore e buona domenica a Margherita e Antonio.

Eugenia Toschi 30/09/2018 - 15:02

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Bellissimo ed emozionante Eugenia...buona domenica!

Margherita Pisano 30/09/2018 - 11:40

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Bello questo racconto. Letto volentieri.

Antonio Girardi 30/09/2018 - 10:24

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