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Porticati Umani

Ogni notte in cui un barbone muore, una stella si dissolve. Al freddo, malati, custodiscono l’indifferenza del genere umano. Non la giudicano, non la condannano, riposano sotto un porticato.
In silenzio.
I N S I L E N Z I O.
Sotto quei porticati quattro giovani uomini d’affari passano con lo sguardo alto e fiero. Scambiano battute e risate, poi i porticati terminano. Resta una scia di dopobarba fresco che pervade il puzzo dei barboni e lo annulla.
Per un attimo.
Per un attimo il mondo sembra un posto migliore, ma le notti sono piene di stelle cadenti.
Osservo la pioggia cadere ed uomini in divisa portare via il corpo senza vita del barbone.
Veloci lo nascondono al mondo.
E’ come gettare l’arma del delitto più che il cadavere.
Osservo le luci delle sirene allontanarsi e uomini di mezza età sorseggiare calici di vino raffinato giusto dall’altro lato della strada.
Nessuno si cura dei porticati.
Sempre meno uomini diventano porticati ma tutti puntano ai grattacieli.
Il silenzio è un dono prezioso. I barboni lo sanno. Un gran trambusto di calici dall’altro lato della strada.
Una donna che indossa abiti eleganti si allontana e raggiunge i porticati.
Butta via le collane, si sfila le scarpe.
E’ ubriaca e sincera, disorientata e stanca.
Mette a sedere con gli altri barboni:
Una perla nella munnezza.
Un graffio di pittura a rovinare una tela perfetta.
Punti di vista.
Vado verso di lei.
Siedo di fianco e dico:
-Non disperare. Io da qualche giorno parlo con il mio cane. La verità è che a un certo punto bisogna accettarsi. Non si può fingere per sempre.
La verità è che basta un passo, poi il resto scorre in maniera naturale. Il primo pizzico del limoncello ti fa esitare, ma poi scende giù che è una meraviglia. I calici di vino danzano su equilibri precari, tutti vorrebbero urlare il proprio disagio.
La nostra generazione è orfana di una forte etica.
E senza genitori orientarsi non è semplice, anzi, è un compito gravoso, lasciare in eredità qualcosa di buono partendo da zero. Li vedi i calici dei tuoi amici in lontananza? Traboccano di paure velate e violini nel vento, una musica distorta che sotterra la borghesia per un pugno di pregiudizi.
Costruiamo pregiudizi per sentirci al sicuro, e poi ne siamo prigionieri. Quando hai gettato via quella collana luccicante, l’ho metaforizzato, il mio bisogno di cambiare le cose. Un tuo bisogno che diventa una mia metafora. Un mio bisogno che diventa una tua azione.-


Dissi tutto d’un fiato, guardando solo le colonne del porticato.
La donna mi ascoltava con il trucco che affondava, come stalattiti stanche di essere fredde verso il mondo, e crollano.
Stalattiti cadono sotto un porticato pieno di barboni, e due uomini soli.


-Come ti chiami?- chiedo.
-Serafina- dice.
Parlammo tutta la notte sotto un porticato ed i barboni erano il nostro mare. I calici di vino si udivano sempre meno, finché l’unico suono udibile fu quello delle nostre voci, ed il russare dei barboni.




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Racconto scritto il 10/10/2018 - 18:53
Da Bruno Gais
Letta n.218 volte.
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Commenti


Grazie mille Grazia.
Saluti. :)

Bruno Gais 11/10/2018 - 20:49

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Bellissimo...
complimenti

Grazia Giuliani 11/10/2018 - 17:58

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