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LA GAZZA LADRA IN CUCINA

(racconto pubblicato in passato, che ripropongo)


Sono in cucina, la mia cucina, il mio regno.


Anni fa mangiavo in ristorante ma poi, non so come, mi sono appassionato al “fai da te”. L’amore per l’arte culinaria è stata anche la chiave dei miei successi sentimentali. C’è chi invita la donna da conquistare a vedere la collezione di farfalle e ci sono altri che, come me, puntano alla gola.
Pur non avendo delle particolari disponibilità finanziarie ho investito parecchio, a suo tempo, per dotarmi degli strumenti necessari a coltivare il mio hobby.


Sto preparando per mia moglie un pranzetto particolare. Ho un po’ di sonnolenza ma cerco di vincerla.


Ho l’arrosto sul fuoco quando squilla il telefono. Alla radio danno la Gazza Ladra di Rossini, il sottofondo musicale ideale per preparare gli spaghetti che ho progettato, e l'accompagno fischiando. Sono tentato di rispondere, l’arrosto è quasi pronto e Claudio Abbado sta per portare l'orchestra filarmonica di Londra all'apice dell'intensità drammatica.


Decido di lasciar squillare ancora un paio di volte affinché si attivi il trasferimento automatico di chiamata al cellulare.
Mi domando chi possa essere. Non credo sia mia moglie perché presto sarà a casa e chi mi conosce non mi chiamerebbe all’ora di pranzo.


Premo il pulsante che consente la comunicazione e la contemporanea registrazione. Si tratta di un apparecchio sofisticato creato dai servizi ai quali appartengo.
E’ proprio mia moglie, Samantha.
Parla concitata e sottovoce.
“Roberto, sono in pericolo ora vengono ....eccoli!”


E’ l’unica frase e poi silenzio. L’hanno rapita. E’ chiaro. Mi impongo di stare calmo e di ragionare. Non mi ci vuole tanto per concludere che devono essere stati quelli della cellula. In qualche modo hanno saputo che li ho scoperti ed ora vogliono barattare Samantha con il mio silenzio.


Metto al minimo il rubinetto del gas anche se potrei benissimo chiuderlo. Tanto l’appetito è andato a farsi fottere. Bastardi.
Passeggio per la cucina pensando cosa fare, come intervenire e soprattutto di chi potersi fidare visti i recenti avvenimenti.


Ne ho avute esperienze nella mia vita fatta di pericoli ma è la prima volta che mi trovo in una situazione del genere. Da circa dieci anni lavoro nei servizi segreti, settore operativo, in un'agenzia che si trova vicino alla stazione ferroviaria, celata sotto il falso nome di una ditta che opera nel settore import– export. Siamo una decina di uomini in tutto, più il capo.


Un mese fa abbiamo fallito una missione preparata meticolosamente e, oltre a non essere riusciti ad evitare l’azione terroristica, abbiamo perduto due dei nostri. Così la raffineria di Valmaura, nella zona industriale di Trieste, è saltata e la cellula terroristica l’ha fatta franca. Ne hanno parlato i giornali di tutta Italia.


Il capo e gli altri dell’agenzia hanno concluso che il fallimento dell’operazione è stato dovuto al caso, ma non ho condiviso una tesi del genere. Sono rimasto convinto che ci deve essere una talpa tra di noi, dal modo in cui si sono verificati gli eventi. I terroristi ci aspettavano e per fortuna le nostre perdite sono state limitate.


Così ho proseguito il mio lavoro in solitario, non fidandomi più di nessuno e specialmente del capo, per aver accettato in quel modo l’insuccesso.


Negli ultimi giorni ho intercettato fortuitamente una comunicazione telefonica tra persone sospettate di far parte della cellula autrice dell’azione e ne ho individuato il covo ma non ne ho ancora parlato con nessuno.


Solo con Guido, che lavora con me, nel mio stesso ufficio, mi sono lasciato andare a una confidenza con un “forse ci siamo”. Ma non gli ho detto niente di più, nonostante la sua curiosità.


Ho sposato Samantha da poco più di sei mesi, dopo un fidanzamento altrettanto breve, e lei, chiaramente, non sa niente del mio lavoro; questa è la regola.


Si è laureata in sociologia all’Università di Trento e ora lavora al Centro di fisica nucleare di Padriciano come capo del personale. E’ bionda, occhi azzurri, longilinea, corpo perfetto: uno schianto. Ci siamo conosciuti casualmente ad un rinfresco ed è stato il classico colpo di fulmine.


Non pranziamo mai assieme perché lei mangia alla mensa del Centro Nucleare e così mi diverto talvolta a prepararmi per pranzo le cose più disparate.
Ma oggi era il nostro anniversario, un anno da quando ci siamo conosciuti, ed avevo progettato un pranzetto coi fiocchi dal momento che Samantha si è fatta dare un permesso per venire a casa a pranzare e festeggiare la ricorrenza.


Mi conviene telefonare all’agenzia. Oggi il capo non c’è. L’ha sostituito Guido...è il suo turno. Devo fidarmi di lui. Gli dirò comunque il minimo indispensabile.


Chiamo dal telefono fisso ma compongo il numero per le emergenze che solo gli agenti operativi conoscono. Dopo i soliti controlli di codici, di parole d’ordine e della voce, sono in contatto con il mio collega.


Dico che ho un F316, urgente, che deve ricavarmi la localizzazione della chiamata di un cellulare di cui ho il numero. Glielo do e attendo in linea.
Mi dice che gli necessita qualche minuto e poi mi chiede per cosa mi serve.
Gli dico di non fare lo stronzo, che tanto non gli dirò niente.
Silenzio dall’altra parte.
Cavolo, ma quanto ci mette?.


Finalmente la sua voce incolore mi informa che si tratta di una casa nei pressi di Monrupino, nel Carso. Via Monte Grappa. Che è l’unica casa in quella via e che non si può sbagliare. Poi mi avverte che abbiamo fatto giusto in tempo perché qualcuno ha distrutto il cellulare. Utile anche quest’ultima informazione. Si tratta di gente che non dorme anche se, perdendo tempo, ci hanno consentito di rintracciare la provenienza.


Mi chiede se ho dell’altro. Dico che ho proprio dell’altro.
Sì, fammi un T49 per il deposito, non c’è il capo e tu sei autorizzato a farlo, in caso di necessità, dico. E lui a chiedermi se sono diventato matto, se mi sono messo in testa di fare la guerra da solo.
Gli rispondo di non fare l’imbecille, che sono una persona responsabile, di farmi un T49 per le 16.30 e di non rompere.
Mi fa osservare che poi ne risponderò al capo, come se non lo sapessi.


Ci sono riuscito! Ma è meglio ancora un piccolo input e così gli rammento che è un F316 e di non rompere le palle.
Mi augura di star bene e chiude la comunicazione.
E’ fatta. So che mi attende un pomeriggio impegnativo e una serata, forse, con i fuochi d’artificio.


Guardo l’ora. Sono le 16, posso arrivare al deposito in una mezz’ora al massimo ... altri venti minuti per scegliere e prelevare la roba. Alle 17 posso essere a Opicina, sempre che mi vada bene con il traffico serale.
Mi vesto in fretta. Non c’è tempo da perdere. In giornata l’operazione deve essere conclusa.


Alle 16.30, puntuale, arrivo al deposito.
Mario, il magazziniere, ha già ricevuto la telefonata da Guido, perché mi riceve senza chiedermi nulla. Mi accompagna nei magazzini sotterranei. Ritiro una tuta blu scuro, quattro cariche di esplosivo plastico, una pistola Beretta e degli occhiali a raggi infrarossi. Firmo il modulo, saluto Mario e me ne torno in macchina, la Jeep Capitva 4x4 della Chevrolet che ho in dotazione. Carico la roba e mi avvio verso Opicina.


E’ ancora presto. Posso fermarmi a fumare una sigaretta. E’ quello che ci vuole.
Mi fermo all’Obelisco, scendo dalla macchina e mi accendo una Marlboro. Trieste è sotto di me, ancora illuminata dalla luce del tramonto. E’ una città che mi affascina sempre. Mi assaporo la sigaretta e mi sento più tranquillo.


Sono le diciassette e trenta e fa già buio. Pare incredibile. Sono trascorsi forse dieci minuti da quando mi sono fermato.
Risalgo in macchina e mi dirigo verso Monrupino. Arrivo alle diciotto, come preventivato.
Se non avessi il navigatore non troverei mai più Via Monte Grappa con questo buio.


A qualche centinaio di metri dalla via giro in una stradina in terra battuta.
La zona è perfettamente riparata. Posso cambiarmi senza dare nell’occhio.
Scendo dalla macchina, indosso la tuta, prendo l’esplosivo e gli occhiali ad infrarossi e mi avvio in direzione di via Monte Grappa.
La casa, in pietre bianche del Carso, tipica della zona, è isolata. Mi avvicino lentamente percorrendo un vialetto, dietro a folti cespugli. Nessun cenno di vita all’esterno e nemmeno all’interno. Una grossa porta di legno è l’unico ingresso.


Ci siamo. Giro attorno alla casa e piazzo le cariche nei punti giusti. Tutto silenzio e buio, nemmeno una luce. Se Samantha è qui hanno trovato un posto sicuro.
Sono pratico di queste cose e sono fiducioso di poter fare il lavoro senza particolari problemi.
Mi accosto al portone e lo apro senza difficoltà. Mi metto gli occhiali. La porta non cigola, per fortuna. Entro e con gli infrarossi vedo una stanza vuota. Sembra proprio una casa disabitata.
Non ho il tempo di pensare ad altro. Un forte dolore alla testa e poi tutto buio.


Per la miseria, che male. Da quanto tempo sono disteso a terra? Vedo ancora tutto confuso. Ora comincio a distinguere. E’ un uomo. Guido che mi dice bravo Roberto.
Capisco che non ha avuto nemmeno la necessità di effettuare la ricerca dell’indirizzo, che mi ha dato l’indirizzo esatto perché lo sapeva.
Lui comunque me lo spiega comunque, come se ce ne fosse bisogno, ed aggiunge che ora andrò a fare compagnia alla mia cara mogliettina. Dice proprio così e che ora mi farà legare le mani. Cosa potrei dirgli? Solo che sono stato un idiota. Dovevo immaginarlo. Tutto troppo facile. Decido di tacere. Se parlo seguirebbero delle violenze inutili.


Un altro uomo fa ingresso nella stanza, mi lega le mani dietro la schiena e mi spinge nella stanza attigua.
Di bene in meglio. Avverto che c’è una botola. Altro ruzzolone. Era prevedibile. Mi preparo comunque a cadere senza farmi troppo male. Ora mi sta spingendo, l’amico. Ed ha una pistola puntata contro la mia schiena .... E vai... Roberto.


Rotolo giù per le scale, ma riesco a cadere bene perché rimango a terra indolenzito ma senza aver niente di rotto.
La botola viene chiusa. Il locale è in penombra.
C’è una persona al centro della stanza, legata ad una sedia. Però non riesco ancora a distinguere perfettamente. Ora metto a fuoco: è Samantha. D’altra parte Guido mi aveva preannunciato che l’avrei raggiunta.
Non ho ancora fiato per parlare e nemmeno per alzarmi e mi avvicinò a lei, camminando a carponi. Riesco a dirle come stai.


Lei mi rassicura ma poi mi investe di domande. Mi chiede dapprima come sto ma poi mi chiede che razza di lavoro è il mio e perché non sono stato sincero con lei.


Mi siedo sul pavimento. Decido di dirle tutto e, anche se sulle prime esito, poi le spiego che ho dovuto tacere per il suo bene. La metto anche al corrente che il giorno prima ho scoperto il covo della cellula terroristica che ha fatto saltare in aria la raffineria. Le dico poi con rammarico, che evidentemente l’hanno rapita per farmi arrivare in questo luogo e capire quanto io sappia. Le parlo infine di Guido, il traditore, la talpa, l’amico di cui si sono fidato.


Samantha, che ha ascoltato in silenzio, mi chiede se, secondo me, è questo il covo. Io le rispondo di no, che il covo è in via Baiamonti, in un nuovo condominio.
Mi chiede ancora se conosco i componenti della cellula.
Le rispondo che conosco soltanto i nomi di due componenti, Carlo e Hans, gli uomini di cui ho intercettato la telefonata.
Ed ora lei vuole sapere se l’ho detto al mio capo. Esito un attimo prima di risponderle e poi le confesso che ho diffidato anche del capo.


Samantha non fa altre domande. Si alza dalla sedia e leva le mani da dietro la schiena.
Non ho nemmeno il tempo di chiedermi come mai non fosse legata o dirle dell’altro perché mi ringrazia per le informazioni che le ho dato.
Poi mi dice che se proprio lo voglio sapere è lei il capo della cellula e che per arrivare a me ha dovuto sposarmi, che non le sono comunque dispiaciuto, che so fare bene all’amore.


Quante cose mi dice Samantha, come una mitraglia.
Quando mi confida che ora dovrò morire vorrei dirle che a questo punto lo avevo dato per scontato. Ma non replico. Lei piuttosto aggiunge che il prossimo obiettivo della cellula sarà il Centro di fisica nucleare, in cui lei è entrata proprio per questo scopo.
Un’operazione che porterà il suo gruppo in prima pagina di tutti i principali quotidiani del mondo. Un’azione clamorosa.
Mi dice che deve andare, che hanno una riunione qui, tra poco, che sono arrivati già tutti e che aspettavano solo me.


Vorrei chiederle il perché di tutto questo, pur immaginando che non ci saranno risposte.
Ma lei, come se mi avesse letto nel pensiero, mi dice che sarebbe troppo difficile per me capire. E risale la scala che porta alla botola.
Penso che le donne dovrebbero ammazzarle tutte! Cerco di organizzarmi. I lacci, mi sembra, non sono poi a prova d’esperto.


Dopo qualche minuto mi slego. Guido non ha pensato al telefonino e per fortuna non si è nemmeno rotto. Penso che se faccio saltare le cariche non dovrebbe succedermi nulla... se ho visto bene la dislocazione della botola. E nemmeno dovrebbero accumularsi troppe macerie, sopra di me. D’altra parte ogni operazione ha il suo margine di rischio.
Dai, Roberto, mi dico, forza! Digito la parola in codice ’crepa’....che fantasia, quelli dell’agenzia, premo il pulsante.
Ciao.


Samantha....mi spiace.


Sopra di me si scatena l’inferno. Attendo un po’ prima di risalire le scale e tentare di aprire la botola. Ma non occorre, perché sento spostare delle macerie e la botola viene aperta.


Alla luce delle torce compare la figura massiccia del capo.
Mi dice che sarebbero intervenuti prima ma che hanno preferito lasciarmi fare, perché ha sempre avuto fiducia in me....anche se, dopo il mio prelievo dal deposito, ha pensato bene di farmi seguire.


Non rispondo. Vorrei dirgli che è uno stron..., ma è il mio capo. Sorrido soltanto, nella penombra.


* * * * *


Mentre sorrido squilla il telefono. Lo cerco invano ed intanto continua a suonare. Mi sento addosso uno strano torpore ed avverto anche un odore di bruciato.


Il suono e l’odore hanno il potere di svegliarmi. Mi stropiccio gli occhi e d’improvviso mi ritrovo connesso con la realtà. Spengo subito il gas sotto l’arrosto ormai carbonizzato. Cavolo, quanto ho dormito?


Ho trovato il telefono e rispondo. E’ Samantha. Mi avverte che tra un quarto d’ora sarà a casa e mi chiede cosa sto preparando di buono.


Una spaghettata al profumo di bosco, dico. Vorrei precisare “bosco incendiato”, ma mi astengo. Mi saluta e mi manda un bacio.


Riprendo il mio lavoro in cucina e ripenso al sogno.
Samantha, è vero, lavora al Centro di fisica nucleare ma io sono un dipendente comunale, con prospettive ... certo ... anche se ho sempre desiderato un lavoro più dinamico, più avvincente come quello, ad esempio, dell’agente segreto, perché no!




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Racconto scritto il 17/10/2018 - 23:06
Da Adriano Martini
Letta n.88 volte.
Voto:
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Commenti


Che storia e che ritmo!
Letta tutta d'un fiato, con un bel finale a sorpresa...
Certo il protagonista un bel tipo, amante delle donne, della cucina e pieno di immaginazione.
Affascinante !

PAOLA SALZANO 19/10/2018 - 11:45

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...non vi posso ringraziare perchè ho l'arrosto sul fuoco.. ma lo faccio...ve lo assicuro....

Adriano Martini 18/10/2018 - 20:37

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Povero arrosto
Ma si può dormire mentre si cucina?
Che bravo che sei, Adriano
Complimenti

laisa azzurra 18/10/2018 - 20:16

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Wow, tanti colpi di scena
Bel racconto, complimenti

Mary L 18/10/2018 - 20:12

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ADRIANO...Uno 007 che sa cucinare fantastico. La storia è un po lunga ma scritta sapientemente. Capita sognare di essere entità diverse, questa tua è affascinante. Mi piace il tuo sogno e il racconto

mirella narducci 18/10/2018 - 19:46

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Bello, è un film d'azione. Complimenti

Teresa Peluso 18/10/2018 - 18:36

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Complimenti, ha un bel ritmo, con più colpi di scena!
Bravo...

Grazia Giuliani 18/10/2018 - 17:55

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Un incalzare di belle immagini ha questo racconto scritto con la tua solita maestria. Ciao Adriano.

Antonio Girardi 18/10/2018 - 16:28

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