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La mia storia- LUGLIO 2008

<<Giuli siamo ad Hogwarts! Ti rendi conto?>> sgranai gli occhi nel tentativo di riempirli il più possibile. Volevo imprimere nella memoria ogni dettaglio di quell’atmosfera. Voltai la testa a destra e a sinistra, sollevando il mento per non perdere neanche un centimetro delle alte pareti che ci sovrastano e sulle quali comparivano, in grafia gotica, i nomi dei laureati al Royal Agricultural College di Cirencester.
<<Che figata questo posto>> commentò Giuli guardandosi intorno a sua volta.
<<Pensa che non la volevo neanche fare questa vacanza studio!>> aggiunsi sempre più fiera di aver trovato il coraggio di partire.
L’Inghilterra, la mia migliore amica e due settimane per imparare l’inglese.
Avevamo tredici anni, poco più di un mese prima ci eravamo lasciate le scuole medie alle spalle chiudendo un capitolo della nostra vita. Quello in cui ci siamo conosciute. Ma anche scelte. Furono gli anni in cui, nella stessa classe, abbiamo tessuto il filo rosso che speravo ci avrebbe tenute unite anche oggi.
<<Che ne dici di un altro bicchiere di apple juice?>> propose la mia amica scostando la sedia dal lungo tavolo in legno della mensa.
<<Sai che a quello non so resistere>> risposi annuendo.
Mentre Giulia raggiungeva il distributore tornai a guardarmi intorno. Mi sembrava impossibile essere davvero lì. Il mio primo viaggio da sola. Ero letteralmente uscita dai confini della mia vita. Così abituata a Ferrara, alla monotonia di una piccola città. Bellissima certo, ma pur sempre di provincia.
L’aria di Cirencester, invece, era effervescente. Satura di possibilità. O forse erano i miei sensi, semplicemente più accesi.
Ci trovavamo in una cittadina situata nella contea di Gloucestershire nel Sud del Regno Unito. Faceva caldo anche se, si sa, da quelle parti il cielo è sempre un enigma. Il college è la principale attrazione della zona. Frequentato da studenti provenienti dagli angoli più disparati del mondo è un capolavoro architettonico in stile gotico vittoriano. Un vero e proprio castello alla Harry Potter.
Se dovessi rivederlo probabilmente resterei a bocca aperta anche oggi, dieci anni dopo.
<<Raggiungiamo gli altri?>> chiese porgendomi il bicchiere di plastica colmo di succo giallo e profumato.
<<Certo. Devo parlare con Matteo>> risposi ricordandomi della conversazione che dovevo sostenere con quel ragazzo il prima possibile.
<<È successo qualcosa?>> il tono si fece interessato. L’adolescenza fa prendere tutto così maledettamente sul serio.
<<Beh…hai notato che in questi giorni c’è una situazione un po’ strana tra Matteo, Andrea e me, no?>> iniziai prendendola larga.
<<Sono migliori amici ma ci provano tutti e due. Sai che novità Tassao, piaci sempre a tutti!>> mi apostrofò tra il sarcastico e il divertito.
Per tutti gli anni in cui siamo state amiche il fatto che <<piacessi sempre a tutti>> è stato un tema riccorente nella nostra quotidianità. Non credo che la cosa l’abbia fatta soffrire, ma in qualche modo, nei suoi confronti, mi sono sentita spesso in difetto. D’altra parte c’è da dire che madre natura è stata generosa con me. Non voglio peccare di presunzione, ma non mi posso lamentare. È strano a dirsi, anche perché le mie insicurezze hanno in realtà sempre vinto sullo specchio. Ma obiettivamente credo che in quegli anni qualche amica si sia sentita in ombra al mio fianco. Giulia è sempre stata una bellezza acqua e sapone. Quando si dice “la ragazza della porta accanto”. Capelli biondi, occhi verdi. Tutta diritta: dentro e fuori. Esattamente il contrario della sottoscritta. Colori scuri, gambe storte, anima inquieta.
<<Ok ok non cominciare. Non sai cosa si sono detti quei due!>>
<<Si picchieranno per il tuo amore?>> propose sogghignando.
<<Al contrario!>> continuai indignata. <<Matteo ha chiesto ad Andrea se, cito, può lasciargli carta bianca con me. Così da provarci liberamente! Ma cosa sono io, un paio di scarpe? Non guardarle che le compro io?!>> Il ricordo di quell’irritazione mi fa sorridere non poco. Ero talmente stizzita. Con chi credevano di avere a che fare quei bambini? Dalla montagna dei miei tredici anni ero decisa a far sentire la mia voce.
<<Cosa vuoi dire a Matteo?>> replicò la mia sempre calmissima amica.
<<Non ho nessuna intenzione di mettermi con lui! Sono più interessata ad Andrea a dirla tutta>> sbraitai.
Ricordo che mi diressi nella parte Ovest del campus, verso la pizzeria. Un orribile tentativo di imitare la cucina italiana per la verità.
La vacanza era iniziata da pochi giorni ma, come dicevo, l’orologio dell’adolescenza scandisce orari tutti suoi. Quel poco tempo era bastato per creare una rete di relazioni ben precise.
Al centro noi ragazze, un quartetto che mi vedeva in prima linea sempre e comunque.
Poi quelli “fighi”, un anno più grandi (anche in questo caso un anno, quando ne hai tredici, corrisponde ad almeno un lustro in vita adulta), simpatici, disinvolti: Andrea e Matteo tra tutti. Infine “gli altri”, persone di contorno senza le quali, però, quei giorni sarebbero stati incredibilmente vuoti.
Io sentivo di avere molto potere in quel sistema. Anche questo, oggi, mi fa sorridere molto.


Arrivai alla porta a vetri che mi separava da Matteo. Appena mi vide uscì, un’espressione che avrei imparato a conoscere molto bene. Ho sempre pensato fosse bello, più di me. I nostri colori si somigliano, anche se ha gli occhi più chiari e la pelle più scura. Forse sono proprio i suoi occhi che mi hanno sempre fregato. C’è qualcosa lì in fondo, una tristezza che li rende interessanti. Una solitudine che li fa brillare. Qualche cosa in cui, per anni, ho cercato di infilarmi senza chiedere il permesso.
<<Devo parlarti>> sussurrai con voce grave. Buona parte della mia energia era già evaporata.
<<Dimmi>> il tono di sfida.
<<Ho saputo quella cosa della carta bianca e non mi sta affatto bene>> affermai cercando il coraggio di dirgli che era il suo amico che puntavo.
<<Hai saputo cosa?>> sembrò divertito dalla mia irritazione. Un altro atteggiamento che avrei imparato a riconoscere.
<<Tu e Andrea vi siete messi d’accordo! Ma io non sono un pacco che potete scambiarvi a piacimento!>> dichiarai fingendomi una donna ferita.
<<Non ti ho mai considerata un pacco, Tus>> obiettò avvicinandosi.
Tus. È l’unica persona che ha continuato a chiamarmi così fino ad ora. Si tratta di un soprannome che nasce con i miei dodici anni. Ai tempi ero molto amica di una ragazzina Ungherese, trasferita in Italia a causa del lavoro del padre. Dorina. Aveva frequentato la mia scuola ed è con lei che ho sperimentato l’indipendenza per la prima volta. A undici anni passavo interi pomeriggi a casa sua, così pensavano i miei genitori almeno. In realtà uscivamo sole, ad esplorare una Ferrara sconosciuta a lei quanto a me. In origine mi chiamava “tus-tus”, non so se ci fosse qualche attinenza con la sua lingua. Probabilmente no. La ripetizione fu presto abbandonata da tutti ed io, per qualche anno, ero semplicemente Tus.
Matteo lo imparò allora e quando il tempo andò avanti lui conservò per me quel tassello di vita. Un pezzetto della ragazzina che sono stata e il suo modo per chiamarmi. Del tutto diverso da chiunque altro, come a sottolineare che lui c’era dall’inizio.
<<Ma hai chiesto ad Andrea di lasciarti campo libero>> continuai sempre più incerta.
<<Mi piaci. Ti voglio per me>> affermò teatrale, ennesimo tratto distintivo della sua personalità.
Vacillai. Non so neanche io il perché. Nella mia testa era tutto chiaro, dovevo unicamente chiarirgli che non volevo lui. Eppure quando mi abbracciò non lo respinsi.
Ricordo quel momento con una chiarezza sorprendente considerato quanto tempo è trascorso.
Ci fu un istante in cui ci guardammo. Speranzoso lui, confusa io. E siccome la vita non è un film, proprio in quell’istante, così perfetto, passò di lì un altro. Un ragazzino che mi veniva dietro da anni, che si era prodigato per mesi tra inviti, regali e parole d’amore. Bei tempi.
Passò di lì perché evidentemente quella vacanza studio era stata pubblicizzata bene dalla nostra scuola e di visi noti ce n’erano.
Con disinvoltura ci passò accanto, forse intuendo un’intimità che non sapevamo di aver creato.
La voce beffarda dello sbarbatello che gioca ad esser grande <<Tanto non te la dà!>> urlò in direzione di Matteo.
L’incantesimo si ruppe. Un sentimento nuovo gli montò dalle viscere. Rabbia. Chi lo prendeva in giro? Chi lo sminuiva davanti a me?
Rido al pensiero di quella scena, due bambini a bisticciare per chi è più uomo.
Matteo voleva vendicarsi. Chissà cosa scattò esattamente nella sua testa. Forse continuava solo la teatralità dei suoi gesti.
<<Vado dal professore. Che gli dia una punizione lui a quell’idiota>> partì in direzione dei dormitori.
Gli trottai dietro cercando di farlo ragionare <<Ma dai che t’importa di quello là! Poi cosa vuoi dire al prof?!>>
<<Ah gli dico che ha insultato mia madre. Così vediamo cosa gli fa visto che è morta due anni fa.>>
Restai impietrita. Non capivo, perché lo aveva tirato fuori in quel modo? Era soltanto una scusa per dirlo? Come a liberarsi di un fardello che gli ingombrava il cuore e la testa?
La collera nasceva da ben altro evidentemente. Ed evidentemente avevo trovato la causa dell’ombra nei suoi occhi.
Riuscii a fermare la sua corsa. Anche se credo non sarebbe terminata dal professore in ogni caso. A questo punto del racconto, nonostante gli sforzi, sono incapace di ricordare cosa successe esattamente dopo. Non ho memoria delle parole che ci scambiammo. Come legammo, del tutto incoscientemente, le nostre anime mi è tutt’ora ignoto. Successe e basta.
Da quel momento tutti i miei propositi per quella sera d’estate svanirono. Non gli dissi mai il vero motivo che mi aveva spinto da lui. Non gli dissi che avevo pensato di respingere tutte le sue attenzioni. Che mi interessavano quelle del suo amico. Che mi aveva mandato in confusione con quei suoi occhi nei quali decisi di perdere la lucidità. Lì, a migliaia di chilometri dalla nostra vera vita, senza saperlo, cambiammo per sempre il corso del nostro avvenire.


I giorni passarono e noi li trascorremmo come due giovani adulti, catapultati in una realtà che prevedeva la prima storia d’amore di entrambi. Fu come trovarsi in un universo parallelo, creato su misura per noi. Ogni emozione era nuova ma il fatto di esperirla in un ambiente altrettanto nuovo rese il nostro mondo talmente nostro che ci credemmo, da subito, con tutta la potenza che i nostri giovani cuori riuscirono ad emanare. Eravamo come in una bolla. La nostra quotidianità, i nostri spazi, il nostro amore. Tutto era normale. Tutto era immensamente giusto. Eravamo già grandi, avevamo già trovato ciò per cui gli adulti si disperano. Ed era semplice. Naturale. A portata di mano.


Come prevedibile, ogni realtà, se creata lontano dalla vera realtà, è destinata ad andare in pezzi una volta ripristinate le condizioni di partenza. Tornammo in Italia carichi di promesse, propositi troppo grandi per corpi tanto piccoli.
Riuscimmo a stare insieme per qualche mese, ci divertimmo a scoprire cosa c’era dietro due vite che si erano incrociate indipendentemente da ciò che eravamo nel mondo reale.
E poi finì.
La memoria potrebbe tradirmi ma credo che finì per dei bacetti, di quelli a stampo, che diedi proprio ad Andrea. Bacetti che confessai subito dopo averli donati ma che ebbero comunque il loro peso, perché, come dicevo, l’adolescenza fa prendere tutto maledettamente sul serio.
Forse il karma, quando si accorge che lo abbiamo preso in giro, rimette a posto le cose. Forse il cerchio andava chiuso proprio in quel modo, proprio perché era stato aperto con un “non detto”. Forse, più semplicemente, avevo tredici anni e Andrea mi piaceva. Nonostante credessi di aver trovato l’amore. E quell’amore si chiamasse Matteo.




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Racconto scritto il 10/01/2019 - 12:22
Da Costanza Co
Letta n.65 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Grazie Giacomo, davvero grazie! I tuoi complimenti mi riempiono il cuore. Aspetto il tuo parere per le prossime volte, conto di non passare alla terza persona!
Un saluto

Costanza Co 10/01/2019 - 21:19

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Eh sì, un bel racconto, scritto con i tempi giusti e la tensione narrativa che tiene il lettore incollato allo schermo. All'inizio l'ho giudicato un buon incipit di una sorta di Romanzo rosa, e invece no. E' autonomo, un bel racconto. certo, scritto in prima persona, come piace a me, aggancia il lettore in misura maggiore. Ora c'è da vedere se hai una vita interessante e piena, da narrare, altrimenti dovrai passare alla terza persona e far lavorare la fantasia. 5 stelle strameritate.

Giacomo C. Collins 10/01/2019 - 17:42

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