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Lorenza indaga (sguito l'ira di Lorenza)

E quel giorno, i vigili urbani ebbero, per la prima volta, il privilegio d'investigare sull'uccisione di esseri viventi. Sebbene non umani, si presentano difficoltà come in qualunque altro omicidio, per non dire maggiori, infatti : « Sarà impossibile ricostruire le abitudini dei gattini, e pure sarà impossibile trovare l'autrice della covata che lamenta la scomparsa dei figlioletti». Questa fu la prima risposta del comandante dei vigili urbani, al quale rispose Lorenza:
«È estremamente facile l'indagine, poiché qualcuno saprà che quella tal gatta di quel vicino, di quel conoscente o parente, era gravida».
«Dobbiamo litigare tra noi paesani per dei micetti? Proscrivere la vita di qualcuno nell'albo pretorio?». In definitiva, il comandante dei vigili non sapeva come fargli capire di non assillare, aveva altro lavoro da non svolgere. Ma Lorenza insisteva e il comandante, spazientito, rispose :
« Presentami un esposto scritto». Lorenza sapeva che lo scritto era un tentativo di dissuasione. Il comandante infatti non voleva raccogliere la denuncia, tuttalpiù essere un semplice passacarte, e dopo un po' di riflessione Lorenza non avrebbe avuto il coraggio di portargliela. Ma Lorenza era talmente decisa, che pensò bene di affidarsi ad un legale, doveva scovare ogni chiave che consentisse l'avviamento certo e automatico della macchina giustizia. Telefonò al padre per avere il numero di telefono dell'avvocato di famiglia, e nemmeno un pronto alla risposta che il padre anticipò: «Lorenza, mi ha telefonato il comandante, che intenzioni hai?».
«Se sei stato già informato, non c'è bisogno di indugiare, sai tutto. Dammi il numero di telefono di Giancarlo». «Ma sei convinta, davvero? Quel povero comandante lo devi inguaiare? Nemmeno sa come deve condurre una indagine, appena entrerà in tribunale si perderà tra i corridoi. Tutte quelle procedure come farà a rispettarle?».
«Lo aiuteremo noi con le formalità».
«E no, non m'immischiare».
«Giancarlo e io».
«Giancarlo scordatelo, ché io, per questo motivo, mille euro a sfilata non glie li do».
«Mi troverò un neo avvocato, e già so chi».
Lorenza tornò in paese col suo giovane avvocato. Una borsetta di pelle in mano ad entrambi faceva intravedere la serietà dell'intento. L'avvocato posò l'esposto sul banco del comandante, che subito protocollò e diede ricevuta, disse: «A giorni inizierò ad indagare...».
«Come a giorni! Devi venire a vedere lo scempio adesso, e subito devi iniziare. Li devo seppellire quei poveretti, entro stasera se sono ancora là... Avvocato, niente dici?», così Lorenza s'irritò.
«In effetti, comandante, è consigliato iniziare subito, dato che in una notte possono essere divorati da altri animali selvatici. Per non dire che la fuga di notizie può mettere in allarme il colpevole e farlo agire di conseguenza, potrà inquinare la scena del crimine». Il comandante arruffò il naso, era perplesso, non credeva che facessero sul serio, si chiese: ma questi davvero vogliono farmi indagare? Guardava l'avvocato che lo incitava con la sua aura grave, giovanile, dinamica, si sentì contagiato e chiamò l'agente Tonino, ordinò: «Prendi i nastri, e tutta la roba degli incidenti... non scordarti la videocamera». Furono nel luogo del misfatto. Il comandante vide quei gattini maciullati che cominciavano a sprofondare nella terra fangosa, fu preso dalla compassione. Certe cose bisogna vederle con i propri occhi per non minimizzarle, e gli scattò la vena della diligenza, chiese al suo agente di passargli la telecamera. L'agente apri la valigetta col suo kit per l'infortunistica stradale, uscì la telecamera ma fu scornato che era una di quelle VHS. «Usiamo i telefonini», consigliò al suo comandante, il quale in risposta gli ordinò di rimanere e filmare tutte le posizioni dei gatti, lui saliva nel mentre sopra la scarpata, che è stato sicuramente il trampolino di tiro, e presumibilmente avrebbe filmato qualche orma sospetta. Lorenza volle seguirlo. Il comandante cercò il sentiero per salire che era nelle vicinanze, se i ricordi di bambino bene lo indirizzavano. «Sì, è un poco più avanti. C'è un masso che fa individuare la salita», disse Lorenza. Il comandante non fu stupito, sapeva di quella sua abitudine alla corsa mattutina.
«L'importante è che non li frequenti di sera o di notte certi posti», soggiunse il comandante. «Perché, non sono tutti fidati i paesani?», gli chiese Lorenza.
«Come vedi i pazzi ci sono». Nel frattempo raggiunsero il principio della salita; il comandante la invitò a salire, e lui, il tempo di cercare un punto di appoggio con le mani, la vide sfrecciare come una lince per quella parete, scomparve dalla sua vista. Quando la raggiunse nel piano, la trovò a scrutare tra l'erba, chiese: «Cosa cerchi?». «È strano», rispose Lorenza, «io mi prefiguravo l'erba tutta calpestata, impronte nel fango; ma qui non c'è niente».
«E che t'aspettavi il delinquente qui seduto a confessarti il delitto?».
«Pensavo alla bravata dei soliti ragazzetti. Così avendoli messi di fronte all'accaduto avrebbero finito una volta per tutte di fare i teppisti».
«Buona la teoria... ma forse c'è qualche mezzo pazzo in paese, meglio sapere chi è».
Il comandante iniziò a filmare il luogo, Lorenza consigliava di riprendere due tracciati che immettevano dentro il bosco. « Questo sentiero porta agli ovili, quest'altro al paese», lei disse. Esplorarono prima il sentiero che conduceva agli ovili. Presso i pastori nascono continuamente bestie inutili da doversene sbarazzare, di conseguenza la loro mente li portò tra i primi sospettati. Ma non una impronta scoprirono. «Sono troppo furbi», si rassegnò Lorenza.
«Ma no, quelli non si sarebbero mai preoccupati che qualcuno li scoprisse. Vediamo quell'altro viottolo», ribatté il comandante in modo consolatorio, lui calpestando l'erba fresca, filmava col suo smart-phone, ma nulla rinveniva. «Cara Lorenza, seppelliamo i micetti, mi spiace. Con prove ben visibili, segni manifesti del rozzo sterminatore, avrei potuto perdere un poco del mio tempo, qui mica possiamo fare indagini scientifiche!».
«Comandante», Lorenza sollecitò, «guardi, riprenda questa penna». Intenta a ricercare le evidenze lasciate dall'artefice, Lorenza s' imbatté in un masso squadrato, sembrava scolpito di proposito a forma di sgabello, un cubo lì piazzato intenzionalmente per sedersi, contemplare il circostante sfolgorare della radura. Ma quel masso da tempo immemore dura in quella posizione, con un quasi ergonomico avvallamento da sedile, accogliente.
«Quante volte siamo venuti qui!», sospirò il comandante. «Siete?», si sorprese Lorenza.
«E oggi sono con lei sposato». Si tolse dall'imbarazzo facendo presente che tutto sfociò in un matrimonio. «Questo masso chissà se regge ancora gli innamorati?», ancora disse il comandante. Ma Lorenza osservava freddamente quella penna, un insolito oggetto congiunto nel tempo e nello spazio ad un singolare reato, e compativa il sentimentalismo del comandante, il quale la comprese talmente bene, da proclamare la fine del romanticismo, ma forse per lei mai era cominciato. E quella penna, appoggiata sopra il masso, denunciava un impegno più ardimentoso dell'oscuro proprietario che a confessarlo non verrà creduto.
«Venire qui a scrivere coll'umido freddo, una tristezza assoluta. Soltanto un uomo disturbato mentalmente è da immaginarsi: cioè il colpevole», disse Lorenza.
«No, la penna con l'incivile non ha nulla da spartire», ribatté il comandante.
«Che ne sa del grado di civiltà del delinquente?», rintuzzò Lorenza. Il comandante rispose gentilmente: «Qui un soggetto si siede tranquillo, riflette su ciò che ha combinato or ora... », s' interruppe e pensò, poi disse: « Potremmo individuare l'autore nel proprietario della penna, ma è difficile». «Ma che difficile, le impronte!», esclamò Lorenza.
«Non dire insensatezze, ti ripeto. Se troviamo evidenze schiaccianti, economiche sia per tempo che per denaro, faccio questo sforzo. Per queste piccolezze non si prendono impronte. Sai quanti furtarelli nelle villette e negli appartamenti ci sono stati? Le maniate si vedevano ad occhio nudo, ma per la troppa mole di lavoro e per il denaro centellinato, i carabinieri non prendono le impronte». «Ma se poco tempo fa ho sentito che, proprio grazie alle impronte, hanno pescato gli svaligiatori della villetta di un primario di Catania?».
«Il primario non conta, è fuori la categoria degli uguali. Prima sempre il primario».
«Mio padre ne conosce gente».
«Ma non ha fornito primarie agevolazioni. Adesso prendo questa penna e vediamo se possiamo far impaurire qualcuno». Il comandante sfilò dal pacchettino un fazzoletto di carta, Lorenza fu soddisfatta che presagì l'intenzione di volere fare analizzare il reperto, chiese:
«Cercherà le impronte?».
«Metterò il timore ti ho detto. Farò finta. Possiamo andare, credo che non trarremo nulla di più».
La Grande Punto FIAT dei vigili circolava tra le vie del paese in un viaggio che, per tutti i paesani, era eccezionale, capirono che qualche accadimento si fu verificato, e dentro v'era addirittura un non addetto, Lorenza. Scartata l'ipotesi di un suo arresto, tra le ipotesi più accreditate, vinse quella sicura che di nascosto l'hanno fatta diventare vigile, come al solito. La stavano istruendo alla guida, la formavano alle multe, e passando e ripassando l'auto più di tre volte davanti ai vari bar, barbieri e altri luoghi di ristoro, era l'unisono commentare: «Ehì, dobbiamo campare anche questa!». Molti impallidirono per l'invidia, ma mantenevano un volto quasi sereno, e commentavano con parvenza di ragione e ironia, e molti commenti furono talmente velati di dolcezza che, a discapito dell'apparente mitezza, bersagliarono le menti di tutti con maggiore efferatezza, e a molti s'avvampò animo e viso, causa quel posto di lavoro sfuggito di mano. Troppi scomparvero per andare a covare e rimestare in silenzio. Però nessuno comprese che Lorenza consigliava solamente, o meglio, al vedere il silenzio del comandante, assillava gratuitamente sul da farsi, perché dovevano interrogare eventuali informati, che erano tutti in definitiva nel paese, dove tutti sanno di tutto. Il comandante era restio di cominciare a interrogare anziani e non, i seduti nelle panchine, di certo l'avrebbero seppellito con insulti e improperi per il lavoro da sfaticato moderno che stava svolgendo, o forse aveva paura che qualche suo parente incappasse in quella inchiesta. Ma Lorenza vide Lucilla camminare per strada, si ricordò ch' era andata al “Parco” con Martino ieri sera, e pensò di trarre da lei qualche informazione. Informò il comandante, e si fermarono con l'auto al suo fianco. Lucilla sobbalzò al richiamo del comandante. Lei lo conosceva, come tutti d'altronde, ma non ebbe mai occasione per scambiare qualche parola, e ora che la fermava lo vedeva in vesti ufficiali, ebbe paura di un rimprovero se non addirittura di una multa dovuta, ché sempre s'immette, contro mano, nel senso unico per raggiungere celermente il suo garage. Ma Lorenza s'intromise e subito chiese:
«Lucilla, ieri sei stata al parco hai detto...».
«E sì, perché me lo chiedi?».
«Abbiamo trovato un oggetto smarrito e cerchiamo il proprietario», continuò Lorenza.
“Ma che furbizia!”, pensò il comandante e sorrise, Lucilla non se ne avvide e si dispose con semplicità: «Noi non abbiamo perso niente».
«Va bene», continuò Lorenza, «ma forse avete visto qualcuno che lo ha smarrito».
«Nessuno, non abbiamo incrociato nessuno», rispose Lucilla.
«Tu, ma forse Martino...».
«Certamente. Può darsi che lui si sia accorto di qualcuno, ma lo devi chiedere a lui. Ma è così prezioso l' oggetto che fate di tutto per rintracciare il padrone?». Lorenza pensò che svelare l'oggetto-indizio avrebbe potuto pregiudicare il suo gioco, e ancora non era da escludersi il tentativo, di Lucilla, di coprire la malefatta compiuta in sua compagnia. L'urgenza di trovare il proprietario di una penna, poteva destare sospetto, rispose vagamente: «Pensiamo di sì».
«Posso vederlo? Magari è mio e ancora non mi sono accorta di averlo smarrito». Il comandante, che non sospettava il gioco finto di Lorenza, si sbrigò a fargli vedere la penna per finirla con la questione, scartò subito il fazzoletto e gliela fece vedere. Lorenza gli indirizzò uno sguardo di riprovazione, ma scomparve subito; perché lei, scrutando il viso espressivo di Lucilla, con quegli occhi che manifestarono improvviso stupore, avvertì di stare per conseguire un successo, inaspettata speranza d'ottenere tutta quanta la verità. Però, al comandante, il silenzio bastò per rimpacchettare la penna e congedare la ragazza, ma Lorenza incitò la parola insorgente di Lucilla: «Comandante, sta dicendo qualcosa, non è vero?».
«Sì, è la stilo usa e getta di Martino».
«Sei sicura?», incalzò il comandante.
«Sicura. L'ha sempre nel taschino della camicia: appunta e conserva. Gliela porto io», Lucilla continuò con la sua semplicità, e il comandante si fece astuto:
«Devi dimostrare che è sua». Lucilla fu felice ché la prova era facile, rispose:
«Certamente! Martino ha trattato il prodotto anni fa, un lotto cospicuo di penne stilografiche usa e getta. Per lui erano romantiche ed evocative, moderne e antiche al contempo. Ma non vendendone neanche una, lui solo se le usa. Secondo me, fra cent'anni forse la finirà con l'esposizione».
«L'esposizione?». Lorenza era ad un passo dalla soluzione e il comandante l'invitò a proseguire. Lucilla continuò: « Se andate alla cartoleria vedrete lo scatolino aperto sul banco. Andateci adesso, è lì». «Corriamo da lui», assicurò il comandante, e incalzò: «Sei stata tutto il tempo con lui ieri sera?». « Sì...», rispose Lucilla e dopo un poco di riflessione, aggiunse: «Ma pure no».
«Spiegati», disse il comandante.
«Dopo avermi riaccompagnata in paese, aveva ancora voglia di fare due passi nel parco».
«E bravo Martino!», esclamò il comandante. E Lorenza memorizzava, e l' agente Tonino appuntava le interessanti informazioni. Salutarono Lucilla e avviarono l'auto. Lucilla sorrise, lieta d' essere stata utile, e per il comandante e per Martino che ritrovava la sua stilo.
Svoltano l'angolo e sono davanti la cartoleria. Martino, sentendo lo sbattere degli sportelli, alzò gli occhi dal suo laptop e vide i due vigili urbani con Lorenza, pensò alla solita kermesse da lei organizzata per conto del comune.
«Le solite fotocopie per i volantini!», e già era alzato per accendere la macchina fotocopiatrice. Ma se li vide entrare senza comunicare cordialità, “E ch'è, stavolta non lo vogliono lo sconto?”, pensò e quelli erano già al banco. In un istante di coralità individuarono lo scatolino delle stilografiche, si misero a guardarlo, “è la volta buona che ne vendo qualcuna”, s' illuse Martino.
«Buona sera, Pepe», salutò il comandante, seguì Lorenza con il più confidenziale ciao, e l'agente concluse col buon pomeriggio. Martino, dopo un attimo di riflessione rispose: «Salve». Azzeccò il saluto di risposta più adatto ai tre diversi per formalità. Quindi in silenzio attendeva l'ordine, il comandante era combattuto, pensò di lasciare perdere, doveva far rattristare quella faccia pulita che quel pomeriggio sembrava più serena del solito, pensò fra sé: “ Adesso mi compro una di queste stilografiche e me ne vado, le compro tutte per la fornitura dell'ufficio e per giustificare questa visita che si palesa ufficiale”. Parlò: «Belle queste stilografiche». Martino fu contento: “Sì, le vendo davvero questa volta”. Prese l'intero scatolino e, in modo che anche gli altri presenti si convincessero della qualità del prodotto, rispose al comandante: «Eccole». Lesse l'etichetta aggiungendo qualcosa di suo: «Nuova penna stilografica pronta per l'uso senza la seccatura del calamaio. Tutto in uno vince la noia. Con inchiostro precariato. Livello dell'inchiostro visibile dall'esterno, la livella della nostra fatica. Il pennino è in acciaio inossidabile con punta da 0,69 mm per un tratto di scrittura medio, molto scorrevole; per il piacere di scrivere. Lunghezza di scrittura tra 1,45 e 1,65 Km. E qui ne possiamo scrivere poemi e discorsi, Lorenza!.. Allora, La comprate? Possiamo fare una fornitura completa per il comune». E il comandante a questo punto voleva proseguire: “Bella, mi piace, ne voglio una dozzina per l'ufficio”, ma si voltò verso Lorenza che già smaniava d' intromettersi. Uscì la stilo smarrita e continuò con la voce: «Questa, Martino, è tua?».
Martino si meravigliò che l'avesse in mano il comandante. Affermò la sua proprietà.
«L'abbiamo trovata nel parco. Lucilla ci ha indirizzato a te. Siamo convinti che è tua, vedo qui le altre, ma per esserne certi, devi darci qualche prova. Allora, sei stato là?». L'agente Tonino uscì di fretta il taccuino dal borsello. Martino lo notò, e “va' a capire perché!” Porsi la questione è già simbolo di spigliatezza che lo poteva salvaguardare, ma si convinse di tralasciare la soluzione, rispose:«Sono stato là ieri sera». L'agente appuntò la risposta e così fu per tutte le altre che seguirono. Il comandante continuò: «Sei stato con Lucilla?».
«Un poco e un poco», rispose Martino. «Nel senso?», il comandante richiese maggior precisione.
«Nel senso che all'incirca fino le quattro, io e Lucilla abbiamo passeggiato insieme. Verso le quattro l'ho riaccompagnata a casa, e ho continuato da solo a prendere aria».
«Eri con Lucilla o da solo nel luogo in cui l'hai smarrita?», incalzava il comandante.
“Ma quante domande per consegnarmi la penna! Che vuole? Per una penna mezza scaduta poi. Se la tenga; e con questo che scrive!? Lorenza che ha da puntarmi? Gli do l'ultima risposta e se poi continuano li caccio fuori con tutta la stilografica”. E il silenzio finì, rispose:
«Ero da solo, nel pianoro dove c'è un masso, ero là seduto». Ragionò ancora tra sé: “Se non si convincono adesso, corrispondendo sicuramente il luogo da me descritto a quello dove l'hanno ritrovata, non tenterò più”.
Il comandante era ormai soddisfatto, e Martino notò l' occhiata di complicità con Lorenza. Si rifiutò di pensare male nei loro riguardi, specialmente per quell'uomo seriamente sposato, tralasciò.
«Va bene. Abbiamo finito, per adesso. Ci faremo sentire. Arrivederci, Pepe». Il comandante si congedò. E così i tre uscirono dal negozio.
Si scosse, e « Arrivederci» rispose, a mezza bocca, Martino. E non gli consegnarono la penna.
Franco



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Racconto scritto il 10/01/2019 - 19:41
Da Franco Tommaso
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