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Liscio Gassato e Ferrarelle

Liscio, Gassato e Ferrarelle


Ecco, il carro funebre è arrivato, dopo più di quarant’anni, Liscio è tornato a casa.
Quelli che scendono dalla macchina che segue il carro funebre devono essere i suoi due figli; alti ed eleganti come lo era lui.
Ma guarda la bara, liscia, semplice e lucida; anch’essa coordinata al personaggio mi vien da pensare.
Siamo stati insieme praticamente dalla nascita sino a venticinque anni, Liscio, Gassato ed io che, ovviamente, non potevo che essere Ferrarelle. Eravamo un fantastico trio… Beh, non esageriamo adesso, siamo stati un trio di amici affiatati, questo sì. Sino a quando lui, il Liscio, volò in Sicilia per sposare la ragazza conosciuta durante il servizio militare.


Eravamo veramente inseparabili, come le tre icone della Gioconda sui manifesti pubblicitari della Ferrarelle.
Fu il Giardi, il pingue gestore del Caffè Italia, ad appiopparci i nickname che ci avrebbero accompagnato durante i nostri anni ruggenti; quelli che vanno dai diciotto ai ventuno anni; che con il senno di poi definii: l’epopea dell’immatura maturità.
Frequentavamo il suo caffè. Un pomeriggio entrammo tutti e tre assieme; lui, il Giardi, era seduto davanti al televisore in attesa che finissero gli spot pubblicitari, prima dell’inizio della partita di calcio. Si girò. «Che volete voi tre?» domandò accigliato, con un tono infastidito.
«Tre birre» rispose l’impaurito Massimo.
Lui sbuffò. «Proprio ora che inizia la partita, siete venuti a rompere!»
Ci trapassò con quel suo sguardo indagante, poi lo volse sull’ultimo spot: quello famoso della Ferrarelle.
Tornò a guardarci schierati silenti, sull’attenti davanti a lui, e sentenziò sarcastico: «Lo sapete che sareste perfetti per la pubblicità dell’acqua minerale?» Poi, puntandoci l’indice in mezzo al petto, uno dopo l’altro, ridendo ci battezzò: «Tu sei il Liscio, tu il Gassato e tu il Ferrarelle!»
Naturalmente, il Giardi si premurò di diffondere il nostro nuovo nickname tra gli altri avventori del Caffè Italia. Fu così che da quel giorno noi diventammo, per amici e avventori, il Liscio, il Gassato e il Ferrarelle.


Io, Luigi e Massimo, nati nella stessa via, frequentammo le scuole dell’obbligo insieme. Tre amici tanto diversi nel fisico e nel porsi, eppur così uguali nel modo di voler vivere la gioventù.
Massimo, il Liscio, alto e sempre elegante, portava i capelli castani e, naturalmente, lisci, corti e incollati al cranio con la brillantina, tanto da sembrare dipinti con il pennarello: per rendere l’idea, tipo la calotta impomatata di Berlusconi.
Luigi, il Gassato, basso e tarchiato, non era un fanatico dell’abbigliamento, indossava quel che gli capitava a tiro infilando le mani nel guardaroba o nei cassetti del comò; al giorno d’oggi, usando un po’ di fantasia, si potrebbe definire abbigliamento casual; aveva i capelli ricci e nerissimi, e li portava lunghi sparati in ogni direzione: come se gli fosse esploso il cranio.
E poi c’ero io, Gianni, il Ferrarelle; di altezza media, capelli neri ondulati con ciuffo all’Elvis Presley e abbigliamento che stava nel mezzo fra quello elegante del Liscio e il casual sciatto del Gassato.


Il sogno di ogni ragazzino, al compimento del quattordicesimo anno, era il ciclomotore; e anche in questo frangente il diverso sentire in fatto di gusti si evidenziò nella scelta del mezzo.
Liscio, andando contro corrente, si accontentò di una bicicletta sportiva; probabilmente perché il padre, temendo che si potesse far male, si rifiutò di regalargli il “Cinquantino”.
Gassato, puntando i piedi, ottenne ciò che voleva, l’Italyet cinquanta quattro marce, motorino sportivo capace di raggiungere, facendo togliere dal meccanico il fermo (infrangendo la legge) i novanta chilometri orari!
Mio padre mi accontentò senza batter ciglio, regalandomi il Vespino cinquanta, color verde pastello.
Va da sé che, durante le scorribande nei paesi limitrofi a caccia di ragazzine, uno di noi due si dovesse scorrazzare il Liscio sul sellino posteriore del ciclomotore. E, naturalmente, l’elegantone sceglieva sempre il sellino posteriore della più comoda e pulita Vespa, a quello scomodo del rumoroso Italiyet.


Il Liscio si prese la sua rivincita al momento di prendere la patente; avendo raggiunto la maggior età sei mesi prima di noi, fu lui a doverci scorrazzare con la Fiat cinquecento giardinetta del padre.
Ogni domenica vagavamo per balere, a far tappezzeria con il bicchiere in mano. Chissà perché, nonostante il nostro impegno a tampinar ragazze, nemmeno una cadeva nella rete; eppure, a dar retta ai racconti che facevano i ragazzi più grandi, sembrava così facile rimorchiare in balera: crescendo ho poi imparato a dare il giusto peso alle vanterie da sala da ballo.
In ogni caso, noi, per darci un tono, finivamo per consumare Negroni in quantità industriale; finendo molto spesso per tornare a casa abbondantemente oltre la mezzanotte, dopo aver smaltito la sbornia andando a zonzo per le strade della provincia.


Mi viene ancora da sorridere pensando a quella notte che restammo per strada. La cinquecento giardinetta, dopo due o tre colpi di tosse, si spense e non ne volle più sapere di ripartire.
Noi, ubriachi fradici, dopo un rapido consulto decidemmo di dare un’occhiata al carburatore. «Abbiamo perso il motore!» annunciò il Gassato, guardando nel cofano.
Il Liscio rise di gusto. «Scemo! Non lo sai che la cinquecento ha il motore dietro!»
Seguimmo l’esperto che, ciondolando, girò attorno alla macchina e aprì il portellone posteriore. «Cazzo non c’è nemmeno qui! Dove sarà finito?» si domandò terrorizzato il Liscio, cercandolo gettando lo sguardo lungo la striscia d’asfalto alle nostre spalle.
Sarà stato per l’ubriacatura, o perché eravamo digiuni di meccanica, ma nessuno rifletté sul fatto che la cinquecento giardinetta, a differenza della berlina, montava il motore ruotato di novanta gradi, in gergo tecnico “a sogliola”, sotto il piano di carico.
«Seguiamo il tubo di scarico» disse il Gassato con fare da esploratore. E sdraiandosi per terra, tastando con la mano seguì il percorso dello scarico. «Eccolo, l’ho trovato! Il motore sta qua sotto!» annunciò con enfasi, manco avesse scoperto il santo Graal.
A quel punto fu chiaro a tutti che il problema stava altrove. «Ma la benzina, l’hai messa?» domandai al Liscio.
«Di solito mio padre fa il pieno a inizio settimana» rispose.
«Già, ma ora siamo all’inizio della settimana dopo. Non hai controllato il livello prima di uscire dal garage?» gli chiesi allora.
«No! Perché avrei dovuto farlo?» rispose risentito il Liscio.
«Perché avevamo deciso di andare fuori provincia! Porca puttana! Ma guarda questo!» proruppe il Gassato, menando calci alle gomme dell’incolpevole utilitaria.
Sta di fatto che dovemmo passare la notte rannicchiati dentro la giardinetta, aspettando che aprisse il distributore poco distante da dove c’eravamo fermati.
Tornammo a casa poco dopo le nove di mattina, attesi sull’uscio della casa del Liscio dai nostri genitori; il cui sguardo angosciato, quando ci videro scendere sani e salvi dalla giardinetta, mutò in irato. Non sto a raccontarvi le urla disumane di padri e madri, colonna sonora della nostra bravata che ci bombardò le orecchie per un paio d’ore buone.
Il padre del Liscio lo punì sequestrandogli le chiavi della giardinetta per quindici giorni; poi, temendo che salisse sulle macchine di ragazzi poco affidabili, pensò bene di restituirgliele prima della scadenza della punizione.


In ogni caso, due mesi dopo anch’io e il Gassato entrammo in possesso dell’agognata patente di guida, e così venne il tempo di mandare definitivamente in pensione l’ansimante cinquecento giardinetta del Liscio.


Lo sportivissimo Gassato avrebbe voluto farsi l’Alfa Romeo GT 1300 Junior; ma dopo un’estenuante lotta con il padre si dovette accontentare di una più economicamente abbordabile Fiat 850 sport coupé rossa, usata, acquistata dal padre firmando un buon numero di “Pagherò”.
Mio padre, che già stava pagando le cambiali della macchina di famiglia, una Fiat 128 berlina bianca, si limitò a compiere il bel gesto di concedermela in comodato d’uso gratuito, ma solo il sabato pomeriggio e la domenica sera. Il perché di quella salomonica divisione fra pomeriggio e sera, non mi è mai stato del tutto chiaro.


Il Gassato al volante della “Ottoemezzo” era un pericolo pubblico, tirava ogni marcia sempre al limite del fuori giri e affrontava ogni curva come se fosse l’ultima di un gran premio di Formula uno. Dopo un paio di uscite serali da farsela sotto, e un testacoda senza conseguenze né per noi né per il mezzo meccanico, io e il Liscio, dopo una rapida consultazione, concludemmo che, se volevamo avere qualche probabilità di tagliare il traguardo dei vent’anni, avremmo dovuto convincerlo a sedersi sul sedile posteriore della mia 128, la domenica sera per andare a ballare.
Il Gassato, mugugnando un po’, fu costretto ad accettare la decisione della maggioranza.
Eravamo amici indivisibili, a parte le ore del sonno notturno, trascorrevamo il resto della giornata praticamente a contatto di gomito; e non per modo di dire, visto che lavoravamo tutti e tre come manovali per lo stesso impresario edile.


In ogni caso, un mese dopo i mugugni del Gassato non ebbero più ragion d’essere, visto che la “Ottoemezzo” faceva bella mostra di sé in cima alle carcasse dello sfasciacarrozze.
Accade un giovedì notte, dopo che avevamo trascorso la serata al Caffè Italia giocando a biliardo fino all’orario di chiusura. Quando il Giardi ci mise, gentilmente, alla porta, io e il Liscio, visto la calda serata estiva, decidemmo di fare quattro passi tornando a casa a piedi (le nostre abitazioni erano site nella via appena dietro la piazza dove si trovava il caffè, mentre la famiglia di Gassato da più di un anno era andata ad abitare nel nuovo quartiere popolare, alla periferia del paese).
Gassato, come da copione, partì sgommando tirando le marce nel lungo e dritto viale che conduceva fuori dal paese. A circa metà del viale era sito un crocevia regolato da un semaforo, che a quell’ora della notte era sempre spento. Il Gassato nemmeno rallentò per guardare se dalla sua destra provenisse un’altra macchina. Rammento un fragoroso clangore di lamiere contorte, che ci gelò il sangue nelle vene e fece affacciare alle finestre gli assonati e spaventati residenti.
Fortunatamente lo schianto, a parte le due automobili praticamente distrutte, si risolse con un gran spavento e qualche ammaccatura guaribile in pochi giorni per i due alla guida.
Io e il Liscio eravamo convinti che il Gassato, memore dello scampato pericolo, avesse imparato la lezione e si sarebbe dato una regolata. Ma ci sbagliavamo di grosso, e ben presto l’avremmo capito a spese nostre… Beh, più alle mie, a dire il vero.

Una gelida domenica invernale, dopo aver trascorso la solita serata in balera a reggere il bicchiere di Negroni, si tornava verso casa; io alla guida, il Gassato di fianco e il Liscio steso sul sedile posteriore che dormiva.
Sarà stato per il colpo di freddo preso uscendo dal locale sudato, o per qualche Negroni di troppo, fatto sta che la testa iniziò a girare come una trottola; feci appena in tempo ad accostare, prima di vomitare anche l’anima.
«Sto male, non ce la faccio a guidare» mi vidi costretto ad ammettere, pochi metri dopo essere ripartito.
Stavo veramente male, la testa mi scoppiava e la strada davanti ai fari si dimenava come una biscia. A quel punto, appurato che le condizioni del Liscio, se non peggiori erano uguali alle mie, mi vidi costretto ad affidare il nostro futuro nelle mani e, purtroppo, nel piede pesante del Gassato, che al momento risultava essere il più lucido dei tre.
Il Gassato si sedette al posto di guida, sistemò per bene il sedile, girò la chiave e partì deciso verso casa. Troppo deciso, a dire il vero. Infatti, dopo poco più di un chilometro, alla prima curva gelata presa di gran carriera come se fosse la parabolica dell’autodromo di Monza, la macchina decollò atterrando dopo pochi secondi dentro un campo.
Risultato della tragica serata: nessun danno fisico per gli occupanti e danno al mezzo meccanico che il carrozziere quantificò superiore al valore dell’automezzo.
Dopo quella tragica notte dovemmo tornare ad affidarci, per i nostri raid nelle balere della bassa, alla bolsa cinquecento giardinetta del Liscio.
Naturalmente io non dissi a mio padre che alla guida c’era il Gassato; eroicamente m’immolai sull’ara dell’amicizia, prendendo su di me l’intera responsabilità e i rimproveri per l’accaduto.
Eravamo davvero amici indivisibili, pronti a coprirci l’un l’altro, niente avrebbe potuto dividerci, pensavo al tempo.


Ci pensò il servizio militare a dividerci per bene. Io fui mandato su, in Friuli; il Liscio giù, in Sicilia; e il Gassato a metà strada, in Sardegna.
Quindici mesi inutili per molti, ma non per me che, durante il servizio militare, riuscii a conseguire la patente di guida per i mezzi pesanti; grazie alla quale alla fine della leva fui assunto come camionista in una ditta di autotrasporti.
E nemmeno per il Liscio, che durante la leva conobbe la ragazza che sarebbe diventata sua moglie.
Forse lo fu per il Gassato, che avrebbe voluto essere assegnato all’autoparco e invece, chissà per quali recondite doti, fu spedito in cucina come aiutante cuoco.


Quindici mesi cambiarono il mondo. Il nostro di mondo. Al ritorno nulla fu più come prima.
Il mio lavoro di camionista mi teneva lontano da casa per l’intera settimana, salvo la domenica che comunque la sfruttavo per riposare.
Il Liscio lavorava e risparmiava per pagarsi il biglietto aereo per volare, un fine settimana al mese, a riabbracciare l’amata in Sicilia.
Il Gassato mise su una piccola impresa edile; inizialmente ci lavorava assieme a suo padre, poi impegnandosi duramente, lavorando dall’alba al tramonto sette giorni su sette, allargò il suo giro d’affari, passando dai semplici rappezzi a costruire case dalle fondamenta fino al tetto; e per essere all’altezza del suo nuovo business, assunse ben quattro dipendenti e comprò gru e quant’altro potesse servire alla bisogna, riempiendosi di debiti.
L’epopea degli indivisibili si era oramai conclusa. Sì, ci si vedeva ancora per qualche ora la domenica, dal Giardi, ma poi ognuno se ne tornava a casa pensando alla dura settimana di lavoro che sarebbe iniziata da lì a poco.


Ben presto il destino ci avrebbe diviso definitivamente.
Il Liscio, tre anni dopo, convolò a nozze e si trasferì in Sicilia.
E, sei mesi dopo di lui, il Gassato ci lasciò per sempre. La passione per le macchine veloci non l’aveva abbandonato, fu così che, facendo altri debiti, si comprò una Porsche 911 usata.
Lo vidi salutarmi, sorridendo felice come un bambino il giorno di Santa Lucia, partendo sgommando dal caffè del Giardi il giorno che l’andò a prendere; due ore dopo era steso sul tavolaccio dell’obitorio!


Hanno calato la bara nella fossa, ciao Liscio, a presto, vado a informare il Gassato che sei arrivato; stanotte ne avrete di cose da raccontarvi.
Vuoi sapere quando ci riuniremo?
Beh, non sarà una lunga attesa. Stando al dottore, due, massimo tre mesi e verrò a farvi compagnia… Torneremo ad essere indivisibili… questa volta per sempre.


FINE




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Racconto scritto il 12/01/2019 - 09:32
Da vecchio scarpone
Letta n.95 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


credo che l'immatura maturità, sia un passaggio obbligato, un ponte gettato tra il ragazzo e l'uomo. Ti ringrazio.
Ciao Laisa.
Giancarlo

vecchio scarpone 12/01/2019 - 20:54

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sì, ricordo che lo avevi letto... credo su PIAF. Ti ringrazio.
Ciao Giacomo

vecchio scarpone 12/01/2019 - 20:52

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l'amicizia, quella vera, non muore mai. Ti ringrazio.
Ciao Millina
Giancarlo

vecchio scarpone 12/01/2019 - 20:51

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Stupendo e tristissimo. Una vita intera in un racconto avvincente. Ho imparato ad mare i tre personaggi...ragazzi comuni, ambizioni e...quell'epopea di immatura immaturità.
Ottimo, Giancarlo

laisa azzurra 12/01/2019 - 14:31

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Bel racconto, ben scritto, molto empatico e a tratti commovente. L'avevo già letto, ma l'ho riletto con sommo piacere. ciaociao.

Giacomo C. Collins 12/01/2019 - 14:11

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Bel racconto sull'amicizia, dalla scrittura coinvolgente.
Fino alla fine...
Ciao!

Millina Spina 12/01/2019 - 14:01

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