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Mia vita (la ragazza di Sant'Arpino)

La vita è fatta di vizi e sfizi, tante fine e altrettanti inizi, è un girotondo intorno al mondo, ad ogni alba segue il tramonto a ogni notte un nuovo giorno, di diverso colore, con un nuovo sapore a volte sà di sale altre di mare, mi butto nell'acqua e ti vengo a salvare l'importante è non scordare che, finita l'estate delle lunghe passeggiate è tempo di voli per non sentirsi soli, e farsi consolare nel silenzio surreale di una sera autunnale col buio abissale e un freddo glaciale, sembrerà banale ma è un gelo che fa male, t'assale augustale attuale e atemporale, mai trascendentale, s'aggrappa alla bocca arcale virale e influenzale,con tosse catarrale.


Nel mio lungo viaggiare e girovagare tra lo Stato interiore e l'emisfero boreale in cerca del "Sacro Graal" (la ragion dell'essere), sotto il cielo australe quando stavo per mollare con gran soddisfazione trovai il mio "Ikigai".


Raggiunsi subito Dublino ove, in compagnia d'un transalpino, un ucraino e un trans trasteverino invaghito d'un involtino marocchino, presi un treno che mi portò a Berlino.


Come un pellegrino discesi il fronte alpino passando da Torino giù, lungo tutto l'appennino sino a Sant'Arpino dove incontrai il mio Ikigai.


Colto da passione, m'innamorai.


Era mora, velenosa e intrigante, assai appariscente e affascinante in slip brasiliane e calza a rete autoreggente , occhi birichini fronte malandrina e labbra carnose d'aguzzina, sedere a mandolino e reggiseno a balconcino, un gran bel bocconcino, col carattere da mastino una cosa celestiale da lesione cerebro-midollare, da ricovero coatto in struttura medico residenziale, che se ci provi ci stai male se non ci provi ci stai di sale, insomma da censurare, meglio un panino con un bicchier di vino e un amaro Lucano.


Ma il tempo l'occhi affranca, solo la terra non cambia, sicché consumata dalla passione giunse alla degradazione.


Così, mentre io da buon juventino anziché passar ore stanche tra le sue cosce bianche, come un barracuda trascorrevo notti intere alle Bermuda a recitar poesie di Neruda, lei, l'interista, che non suda perché nuda e cruda, mi tradiva con un giuda che d'invidia trasuda, un burattino altoatesino aspirante becchino.


Fu storia breve,un bel mattino rimasto senza il becco d'un quattrino,m'abbandonò al mio destino (porcospino!) peggio d'un clandestino (caina!).


Ancor ora mi colgono i ricordi di quelli che non scordi fatti di fuggi e mordi, tipo agli esordi, quando tra compagnie di balordi giochi, feste e bagordi, stavo giornate intere a privarmi d'aria e pane per poter della sua bocca e del seno suo godere.


Ohi, tu, mia vita, dove sei finita, non t'ho scordata mia carne cruda, spremuta, sperduta e ignuda giammai nuda, semmai svestita di bisogni ma, mai dei tuoi sogni nascosti tra le pareti degli intimi tuoi segreti presenti e remoti sui quali t'abbandoni avvinta dalle passioni, divisa tra abiezioni obiezioni e riacutizzazioni di dolorose affezioni d'una vita aberrante, tu, che tra uno scibile traballante e un tutto fatto di niente con estremo stupore ritrovasti splendore dono del tuo creatore.


Inchiostro della penna, sovrasta la favella, descrivi quant'è bella, parla ancor di lei della mia vita, fallita o arricchita come un saudita,capiente o esaurita, questa rosa preziosa, di luce radiosa silenziosa e insidiosa, dolce luce d'aurora dei cuori oppressora, gardenia dai bianchi fiori che proficua, tra odori e dolori all'aria sparge i suoi sapori allegra e contagiosa, ti confiderò una cosa "..senza tintora tutto si scolora e nella sterpaglia anche lo sterco abbaglia..".


Il cammin di nostra vita, è un'infinita partita vaga e indefinita, è una linea di matita, una lama appuntita dal tempo arrugginita ci accoglie travestita da tavola imbandita per poi travolgerci accanita come macchina impazzita, appiedata o auto munita, sfuggendoci tra le ditaper confonderci e fotterci prima che sia finita.


Mia dolce appassionante vita, sbiadita e mai appassita, mia rosa ambita, semmai ti rincontrerò la mia mano ti darò, sul mio astro ti porterò, laddove il mare bruciacome un falò, di baci ti riempirò lì, sopra il sole, e abbracciandoti con ardore mentre brucerò d'amore t'infonderò "infinito calore"...




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Racconto scritto il 29/01/2019 - 16:48
Da Vincenzo Cassano
Letta n.159 volte.
Voto:
su 1 votanti


Commenti


Mamma mia che costanza. Come quella di un Dante!!!

Ernesto D'Onise 14/03/2019 - 19:24

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ahahahahah....mi hai ricordato Gennarino, un pazzo napoletano che anni fa scriveva racconti in rima su questo sito. Mi è piaciuto, anche se alcune rime andavano studiate e ponderate meglio. Potrei farti un esempio...ma va bene così.

Giacomo C. Collins 29/01/2019 - 17:56

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