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= Poesia
= Racconto
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Ho avuto tutto dalla vita

Premessa
Ieri sera Enrica, mia moglie, mi ha detto di una persona che lei stimava molto e di cui spesso mi parlava che ha vissuto il calvario che ho rappresentato in questa brevissima storia.
Ne sono rimasto profondamente colpito e, complice una indisposizione, questa notte ho dormito pochissimo e ho scritto, rigirandomi inquieto sotto le coperte questa storia, poi oggi l’ho stesa su carta.
I fatti sostanziali: matrimonio, due figli, droga, separazione, la malattia e poi l’ultima scelta nella vicina svizzera sono l’architrave sulla quale ho posato le mie “perline”.
L’inizio non vuole far presagire lo sviluppo del dramma, poi una ad una emergono le pene.
Andare a scavare oltre nel pensiero di Luca mi pare un compito arduo e per certi aspetti irraggiungibile e comunque richiederebbe un ulteriore “calarsi” e anche se da “sano” non è semplice.



Ho avuto tutto dalla vita
Ho avuto tutto dalla vita.
Mio padre un importante e stimato chirurgo. Mia madre architetto con una passione per la storia dell’Arte.
Io ho seguito la professione di mio padre, mia sorella laureata in psicologia.
Credenti e praticanti, io poi solo credente.
La passione ereditata da mia madre mi aveva spinto a Milano per una mostra che non mi sarei mai perso
Ero seduto di fronte all’urlo di Munch, rapito, quando mi si avvicinò una donna.
“Vuole che le porti qualcosa da mangiare”
“No, grazie”. Risposi sorpreso e quasi intimidito alzando lo sguardo.
“Eccezionale vero ? Pensa di restarci ancora molto in contemplazione ?”
“ Oh, mi scusi, il museo chiude ?”
“Ma no, l’ho notata ed è qui da quasi un’ora. Sono Anna, la curatrice della mostra”
Mi alzai e la guardai, i suoi dolci occhi nocciola si accesero, sulla mia pelle i brividi.
“Piacere Giuseppe. Complimenti” le risposi stringendole la mano.
Ci sposammo dopo meno di un anno.
Fu una vita piena e felice, le nostre professioni procedevano bene. Nacquero due gemelli, eravamo oberati da impegni e trasferte, per Anna anche all’estero, ma con l’aiuto di nonni, e assistenti li abbiamo cresciuti bene. Rimasi sempre fedele ad Anna e lei, credo fermamente, a me.


La mia professione cui ho dedicato tutto me stesso. Vice primario in un grande ospedale della capitale, poi per migliorare e poter realizzare tante idee che coltivavo, la scelta di accettare l’incarico di primario in un istituto in provincia.
Allora i gemelli frequentavano le medie. Con la famiglia passavo il fine settimana e a volte durante la settimana rientravo per cenare con loro


Eravamo al ristorante, stavamo festeggiando il 25° anniversario di nozze. Andai in bagno e mi scontrai sull’uscio con Giacomo, aveva una faccia stravolta, lo sguardo spento.
“Giacomo, Giacomo, cos’hai, cosa hai fatto ?”
“Ma tu chi sei per chiedermelo ? Fatti i cazzi tuoi”.
Mi spintonò ed uscì; lo seguii, salì sullo scooter e si allontanò sotto la pioggia. Mi sentii perso, non potevo dire subito ad Anna, aspettai qualche giorno per trovare il modo e il coraggio. Quando glielo dissi lei piangendo mi rispose che lo sapeva, che non aveva avuto il coraggio di parlarmene, sapeva da un mese che Giovanni si drogava.
“Anna, ripeti. Di chi sapevi ? di Giacomo…. “
“No, di Giovanni”
“Ma io ho visto Giacomo”
Un urlo straziante mi colpì “No! No! Anche lui !”
Da allora i nostri rapporti presentarono le prime crepe, ciascuno in cuor suo attribuiva le maggiori responsabilità all’altro. Non siamo stati capaci di metterci l’amore che ci univa, abbiamo lasciato che prevalesse il nostro orgoglio terrorizzati dalla paura di aver sbagliato tutto. I silenzi tra di noi erano la normalità e piano piano ci siamo allontanati. Non avevamo costruito la nostra casa sulla roccia, ci restava tra le mani un pugno di sabbia che lentamente scivolava via tra le dita.
Mi ributtai a capofitto nel lavoro con doppi turni, non curavo più ciò che mangiavo, dormivo pochissimo e male. Ero taciturno, irascibile. Un trapano mi perforava il cervello. Perché ? Dove ho sbagliato ? Io ed Anna dovevamo restare uniti, lottare insieme ma….


Finché un giorno mi risvegliai in un letto, allo stato vegetativo, incapace di espletare la benché minima funzione. Una cosa, credo, mi funzionava ancora bene: il cervello. Sembrerebbe impossibile ma era così. Perché dio, che non nominavo più da molto tempo, ci aveva costruiti così ? Perché se si ferma tutto, tutto, lui, questo maledetto cervello continua a funzionare ? Sono un medico, dovrei saperlo spiegare ed invece non accettavo spiegazioni; anche se scientificamente esatte, dal punto di vista “umano” era immorale.


Amici ne ho avuti molti, veri amici che mi si sono stretti intorno. Pressoché ogni giorno avevo una visita. Certamente si erano dati dei turni. Entravano, una carezza, si sedevano accanto al mio letto e mi raccontavano di noi, di loro, poi cominciavano le pause imbarazzanti per finire con un “Allora ciao, a presto” detto a mezza voce. Sarebbero usciti portandosi dietro anche un po’ della mia sofferenza, poi come naturale e giusto avrebbero ripreso la loro vita.
Venne più volte anche il mio “Don” dell’oratorio che non vedevo da parecchi anni. Lo chiamavamo “don” perché aveva una voce squillante come una campana sempre in festa. Anche lui, entrava, mi baciava, mi abbracciava, aveva la delicatezza di non chiedermi come stessi. Poi mi esponeva i suoi progetti per la parrocchia dove era divenuto parroco, del gruppo di giovani che però, diceva, non erano più come quelli di una volta. E poi mi chiedeva pareri cui rispondevo con le faccine del computer: sempre o quasi a smile.
Verso la fine dell’incontro il suo tono di voce calava su note basse e sentivo la sua campana suonare a morto.


Via. Via. Via tutti. Non volli vedere più nessuno. Mi rendevo conto che oltre al mio dolore ne procuravo anche a loro. Fecero molta resistenza Anna e i miei figli ma poi capirono.
Papà e mamma li avevamo perduti pochi anni prima. Papà aveva fatto una sorpresa a mamma per il suo 70° compleanno: un viaggio in Sudamerica. Erano euforici, come due bambini in gita scolastica. Non tornarono. Il loro piccolo aereo fu inghiottito nel verde della foresta amazzonica. Nel verde come i suoi occhi ed il topazio che non si toglieva mai.
Le uniche persone che vedevo erano quelle che mi accudivano e mia sorella Maria.
Mia sorella, sorella luna, che riusciva a placarmi, sorella acqua che mi dissetava in ogni senso. E’ lei che ho scelto perché mi accompagnasse e mi aiutasse nel sostenere il peso della mia croce. Furono mesi interminabili. Avevo preso la mia decisione e solo Maria ne era a conoscenza anche se, come avevo immaginato e persino sperato, non la condivideva.
Fu lei che mi accompagnò alla mia ultima stazione. Ero fin da bambino appassionato dei trenini elettrici ed i Rivarossi erano la mia malattia. Mi consolava vedere questa mia ultima decisione come fosse una partenza. Mi stette accanto fino all’ultimo istante, teneva stretta, quasi a stritolarla tra le sue la mia mano dove portavo all’anulare la mia fede che non avevo mai tolto. Negli ultimi secondi passarono dinanzi a me e rividi i volti di tutte, tutte le persone che avevo conosciuto; per ultime, mamma, papà, Giovanni, Giacomo ed Anna.
Maria Infine mi disse “Luca, sei tu il capostazione, sei tu che devi dare il segnale di partenza. E sorella Morte mi abbracciò.




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Racconto scritto il 05/02/2019 - 12:27
Da Roberto Colombo
Letta n.212 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Una storia toccante ma raccontata con delicatezza, quasi in punta di piedi, nello stesso modo in cui Maria accompagna Giuseppe alla "stazione."
Ciao!

Millina Spina 05/02/2019 - 21:27

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Bello,storie difficili da raccontare
Bravo!

Grazia Giuliani 05/02/2019 - 20:04

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Bello molto anche questo...con un finale commovente, nel senso di "muovere con"...5 stelle anche per questo racconto, meritato.

Giacomo C. Collins 05/02/2019 - 19:49

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