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In un battito...

Dalla strada non si sente il profumo, nemmeno con i finestrini aperti. Si intravede un disegno tracciato nel verde della pianura, incastonata tra la pineta da una parte, che volge al mare, e, il ponte, che passa al di sopra di rocce e massi. È un campo di fiori bianchi, sfiorati dal vento, forse del mare. Si muovono appena.
Tre volte a settimana, nei giorni dispari, Giulio e Marta da due anni, forse qualcosa di più, percorrono il viadotto. Tra la primavera e l'estate il campo fiorito attira lo sguardo di Marta, che, con il braccio fuori del finestrino, in silenzio, saluta i fiori. Giulio ride. Stacca la mano destra dal volante e lascia scivolare una carezza, sulla gamba della moglie, seduta a fianco.
“Martina mia, ma ti ricordi quando s'andava io e te sulla bicicletta?!
Io pedalavo e tu stavi seduta sulla canna, di fianco con le mani al centro del manubrio.
Guardavi la strada avanti a noi, ti preparavi alle buche che a volte non riuscivo a evitare.
Mi davi le spalle con quel tuo vestitino a fiori abbottonato come un'armatura.
Affondavo il viso tra le onde dei capelli, che sfioravano la base del collo, bianco.
Ne intravedevo un poco, quel tanto che bastava a farmi sbandare, perché la bocca l'avevo lì così vicina che t'avrei baciata tutta, sul ciglio della strada. Ma non si poteva e allora mi portavo a casa il tuo profumo, quello dei capelli e quello del seno, che al contrario, stava solo nella mia fantasia. Portavo tutto a letto e chiudevo la finestra perché nemmeno la luna mi potesse spiare mentre t'amavo.
T'amavo Martina. Venivo a far l'amore a casa tua nei giorni pari. L'ultimo tratto di mulattiera si arrampicava come uno stambecco fino alla parte più alta di Aramo, il tuo paese, che prendeva il primo e l'ultimo sole della giornata. Per venire da te dovevo scendere dalla bicicletta e tirarmela sulle spalle fino all'aia della Casa degli Spiriti. Dicevano che c'erano i fantasmi e nessuno voleva abitarci. Così disabitata era diventata la vostra dimora ché di spiriti non ne avete mai visti, a meno che non si beva troppo vino nuovo, diceva il tuo povero babbo.
Facevo tutta quella salita e quando andava bene ci scappava, il tempo di un bacio, frettoloso: o c'era la sorella piccola, o la zia oppure il gendarme della tua mamma! Quella, non si sapeva nemmeno se ce ne fosse una o se fossero cento, dove giravi gli occhi te la vedevi con lo sguardo truce, che in silenzio, faceva il gesto inequivocabile del Via! In tempi moderni poteva fare il buttafuori quella donna lì.
Certo che noi gliel'abbiamo fatta sotto il naso a tutti. La macchina per filare la lana strideva, forse la cinghia era consumata. Tuo padre metteva la filatrice nell'aia, nelle belle giornate di sole, sotto la pergola dell'uva che in primavera ancora spoglia lasciava filtrare la luce.
La facevi muovere a pedale e mi sorridevi mentre cantavi per coprire il gracchiare della macchina. Io mi struggevo a guardar le gambe che intravedevo mentre filavi, su e giù, il piede spingeva mentre la mano teneva il filo di lana, su e giù anche quello...si poteva impazzire dall'astinenza.
Tu sorridevi, tra la bocca rosa.
Sono entrato in casa tua, le donne preparavano il pane per il pranzo della Santa Pasqua, si cominciava una settimana prima a impastare e cuocere. Mi son fatto dare un goccio giusto di olio per ungere quella maledetta cinghia perché smettesse di grattare prima che si rompesse.
Poi son tornato fuori, ti ho preso per un braccio e t'ho portato giù, dietro la fontana, quella che butta sempre acqua, al di sotto del ciglio, dove c'è l'erba alta. Tu non volevi, mi allontanavi perché se ci scoprivano c'ammazzavano tutte e due. Meglio morti. Io non so che cosa è successo Martina ma, un bacio così dolce non me l'avevi mai dato, ed è stato lungo quel bacio. Tu ferma, immobile, solo il seno si muoveva sotto il tuo respiro. Tremavano le tue gambe o le mie? Non mi staccavo, non mi staccavo più da quel paradiso, dalla tua lingua calda, che sapeva di rosolio. Sono caduti i petali dei fiori di ciliegio, li ho visti fermarsi tra i tuoi capelli. Coriandoli, son bastati a farmi staccare.
Ci siamo alzati, con un salto su sulla mulattiera, ti scuotevi le gambe dalla terra ed i capelli dai petali, mentre correvi m'hai detto
“Ora mi sposi o t'ammazzo”
“Ora sì che ti sposo”
Le nostre risate sono arrivate all'aia prima di noi, ti ho trattenuta per un braccio, ti ho tirato
accanto al viso
“Ti ho fatto male?”
“Un po'”
“Allora non si fa più l'amore?”
“Ma che sei scemo? E che ci si sposa a fare allora? “e mi hai baciato. Come una donna.
Nessuno si era accorto di niente. Tu ti sei messa a filare, io ho riportato l'olio in casa.
La zia con le mani infarinate ha gridato dalla parte più lontana della cucina color fumo
“L'hai unta bene la macchina, non si sentiva più il rumore”
“Eh per un po' è stata zitta ma è durato poco, senti... gracchia ancora”
ho risposto col fiato grosso
“Finché dura” ha cantilenato la sorellina Livia mentre mi è saltata tra le braccia.
Due mesi dopo son venuto da tuo padre a chiederti in sposa. Non era improvvisata la serata, se ne parlava da giorni in famiglia : lui mi aspettava di fianco al focolare, in piedi.
Nella cucina c'era l'odore della zuppa di fagioli calda, la brace scricchiolava sotto il paiolo, mentre dalla finestra socchiusa il gatto saltava giù verso i cigli, a caccia.
Quando sono entrato tuo padre mi ha guardato come fossi un estraneo, con sospetto, e con un'occhiata di lato mi ha reso nota la presenza del fucile da caccia, lucido, per le feste. Mi tremava tutto Martina, e se ti dico tutto, credici. Non ti vedevo, ma sentivo che c'eri, dietro la porta, con tutte le donne di famiglia, lì accatastate come la legna di lato al fienile, ad aspettare che tutto finisse bene.
Un mese dopo ci siamo sposati. Tu col vestito color lilla e un fiore tra i capelli, io con una giacca che mi cascava dalle spalle e una cintura stretta per tenere su i pantaloni. Non si mangiava granché. Abbiamo dormito a casa tua per un mese, ci facevano dormire nella cucina, sotto i pomodori attaccati alle travi del soffitto, sul materasso di erba secca. Avevi vergogna. Abbiamo trovato una camera in paese dove la sera, dopo la cena s'andava a dormire, e si chiudeva la finestra perché nemmeno la luna potesse spiare quanto t'amavo. Io vendevo il carbone, in un capanno appena fuori dal paese, vicino al piccolo cimitero. Tu filavi la lana.
È nato Francesco, il nostro bel figliolo, alto, perbene, ce lo invidiavano tutti. Quanto si rideva quando eravamo insieme, chi non c'era non poteva capire.
Poi, gli anni ci hanno preso in giro, non ci avevano spiegato che siamo su una giostra e si gira si gira e si paga un biglietto salato e anche amaro: per scendere.
Tre anni fa, te lo ricordi Martina, era primavera: lui è arrivato con le scarpe in mano, si è fatto spazio nell'armadio togliendo le lenzuola fiorite, ha mischiato il sale con lo zucchero e stinto i colori dell'estate, cancellato la schiuma ai cavalloni e lentamente le canzoni dalle nostre mani.
Un pezzetto alla volta t'ha portato via da me, non c'era riuscito nessuno e pensare che tante volte qualcuno aveva provato.
Lui... ti ha promesso qualcosa che io non avrei mai potuto: il buio sui tuoi pensieri.
Vieni Martina, vieni, scendiamo un po', stamani ti voglio far vedere il mare e più vicini i fiori che saluti.”
Giulio accosta l'auto alla fine del viadotto, dove si può guardare al di là del guardrail, senza confini.
Si tengono la mano, si infilano nel varco dove il metallo della sbarra è piegato, da un'auto che lì alcune settimane prima aveva sbandato. Forse era un camion.
“Fai piano Martina, stai vicina a me, metti i piedi dove li metto io. Guarda quanta polvere fa questa terra rossa. Siedi qui, non guardare giù che ti gira la testa. Guarda il mare, non avere paura.
...E non si può più vivere così io e te, guarda che siamo diventati?! I dottori dicono che hai la demenza senile. Ma che linguaggio è? Tu non sei né demente né senile, tu sei la mia Martina e noi... siamo solo stanchi, non ci si fa' più...dammi la mano vieni, tirati su e guarda il mare avanti a te.”
Martina si gira, a destra verso il campo di fiori bianchi.
Oscillano alla brezza, quella che soffia appena dal mare. Alza il braccio, per salutarli, come fa dal finestrino, tre volte a settimana, tra la primavera e l'estate.
“Ovvia-”sbotta Giulio “ falla finita di salutare i fiori, tanto non ti rispondono di certo.”
“Son farfalle Giulio, ma che fai non distingui i fiori dalle farfalle” la voce di Martina secca la gola
di Giulio, asciuga la brezza, allontana il mare oltre l'orizzonte.
“Stai a guardare” lascia la presa di Giulio, batte le mani, un colpo debole.
Le farfalle si alzano, volano scomposte, lontano dalla strada, lasciando nel campo fili d'erba, verdi. Martina le saluta, alzando la mano, sorride e riprende la presa di Giulio.
Al di sotto, i massi sporchi di terra rossa scendono a picco, più avanti si mischiano agli scogli che verso il mare degradano, tra i cespugli di rosmarino selvatico.
L'orizzonte sfuma i contorni, sul viadotto le auto sfrecciano sorpassando quella di Giulio e Martina, in sosta vicino al varco nel guardrail.



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Racconto scritto il 18/03/2019 - 11:43
Da Grazia Giuliani
Letta n.327 volte.
Voto:
su 5 votanti


Commenti


Complimenti! Leggere questo racconto è una vera delizia! Hai una penna magica!

santa scardino 21/03/2019 - 14:44

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Ma sei bravissima, ho goduto nel leggere. Ottimo racconto. Ciao

giovanni benvenuto vavassori 21/03/2019 - 12:38

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Con il tuo modo di scrivere, le emozioni sembrano trasmettersi da sole senza passare quasi dalla tua penna...
Grazie di esserci sto con il tuo commento

Mastro Poeta 20/03/2019 - 13:26

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Non mi prendo il merito della fantasia o immaginazione, questo racconto è un collage della mia vita: la storia d'amore del babbo e della mamma, il figlio in realtà è il mio, la malattia di mia suocera e...il campo di fiori farfalle è mio... a Cala Violina nel sud della Toscana nel parco naturale, ho visto questa distesa di fiori bianchi che si muovevano appena, senza vento, ho fatto un'esclamazione a voce alta, credo di aver saltato di gioia e...si sono alzate le farfalle...e ho perso le parole...
Grazie dei commenti straordinari, tengo molto a questo scritto, è intimo più di altri, ogni tanto lo leggo e...curo le ferite.
Con tanto bene, sincero...
Grazia

Grazia Giuliani 20/03/2019 - 12:14

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Magica amica mia! Un racconto magistralmente scritto ricco di immagini a volte poetiche come le farfalle che sembravano fiori a volte veritiere come quelle riferite alla vita contadina di un po' di tempo fa. Su questo sfondo una storia d'amore verace e passionale che dura tutta una vita fina alla vecchiaia fino alla malattia...il finale è da immaginare ma di certo il loro amore sarà per sempre...qui o in altra dimensione...per sempre!

Maria Carla Pellegrini 19/03/2019 - 19:16

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E' un pieno di emozioni, scritto divinamente!!!

Massimo Tovagli 19/03/2019 - 07:23

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Scrivi divinamente, le situazioni sono così vere, semplici ma cariche di significato, poetiche anche... Non sono brava a commentare a modo come fate voi, spero tu mi capisca... Un carissimo saluto!!!!

Maria Isabel Mendez 19/03/2019 - 00:11

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La tua sensibilità supera ogni superflua domanda alla vita!
Equilibrato, commovente ottimismo!

Complimentissimi, Grazia!


John Sirrom 18/03/2019 - 21:38

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Lo penso anch'io che la vita è un battito e, in un battito d'ali, può cambiare d'improvviso.
Questo tuo racconto ne è una dolce testimonianza: ricordi che restano impressi, più che nella mente, nel cuore e non è facile rassegnarsi a perderli.
Mi ha commosso la figura di Giulio che, a differenza di come potrebbero reagire altri uomini, non si arrende, a patto di avere accanto la sua Martina.
Amore e poesia...
Bravissima, cara Grazia

PAOLA SALZANO 18/03/2019 - 21:31

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In un battito...la vita, le emozioni un susseguirsi, intenso e bellissimo. Letto con grande trasporto fino alla fine. Magica Grazia sei Bravissima!!!
Un mare di complimenti e un abbraccio

Margherita Pisano 18/03/2019 - 19:56

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Molto bello questo racconto, una vita piena d'amore e di complicità e poi arriva lui e rovina gli ultimi anni, quelli in cui la vita, mai paga, sembra addirittura chiedere, ingiustamente, il conguaglio.
Bravissima

Millina Spina 18/03/2019 - 17:48

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Originale, commovente e scritto molto bene. Che si vuole di più? Ciao Grazia.

Giacomo C. Collins 18/03/2019 - 14:46

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Qui avrei scritto esattamente le cose che trovo già scritte. Devo solo aggiungere che il campo di farfalle che sembra un campo di fiori è descrizione che giunge fino alla soglia più alta del bello.

Ernesto D'Onise 18/03/2019 - 14:03

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..ed ancora una volta, emozioni, Grazia cara
"Le pagine della nostra vita" in un dipinto di Monet...
E l'ho letto immaginando il
tuo accento toscano. Ed è stato...magico
Magica sei tu, dolce amica
E complimenti ancora...
Aspetto di leggere il tuo romanzo...provaci

laisa azzurra 18/03/2019 - 13:12

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