Stava ai piedi d'una maestosa collina
la mia casa d'infanzia,
riparata dalle spire del vento di lago.
Nel ventre della corte scorreva coperta una roggia,
accoglieva un lembo d'acqua di torrente
e se n'andava alle pale di un mulino.
Tre gradini davano su di un grande orto assolato
dove generose mani femminili, a primavera,
s'adopravano nella posa delle sementi.
Vi si potevano cogliere i soavi sentori delle piante officinali di salvia e rosmarino
ed inoltrandosi l'odore di bucato
nei panni stesi ad asciugare.
Via via era un aprirsi di mughetti, tulipani,
narcisi, gigli, gladioli, peonie, ortensie, rose
ed ancora vi potevi scorgere piantine di:
insalata, fragole, patate, rabarbaro, carciofi
e su tutto il ronzio delle api,
i cui alveari erano al margine dell'orto.
Le finestre erano aggraziate da un esplodere di colori in amarillis, gerani, fucsie e pansè.
Allietavano noi tutti la presenza abituale di animali domestici in gatti, cani, conigli, tortore e colombi.
Mai mancò l'uso del dialetto natio
e la tradizione voleva, a sera,
la recita del rosario guidato dai miei nonni.
Rimanere soli era salire fino alla radura,
oltre la sommità della collina,
a presidio vi era una grande croce di pietra
adornata ora da un tappeto di denti di cane ora di bucaneve
e lo sguardo andare dal torrente al lago della conca, di Santa Croce.
Di notte, dalle piccole finestre che davano sulla collina,
a volte vi si poteva scorgere la grande luna luminosa fendere gli alberi
e gettare il suo chiarore
sui filari di vite della collina,
riversando quiete e serenità su quella casa.
Ora io non abito più là, ma porto con me
quel nutrimento a me caro.
la mia casa d'infanzia,
riparata dalle spire del vento di lago.
Nel ventre della corte scorreva coperta una roggia,
accoglieva un lembo d'acqua di torrente
e se n'andava alle pale di un mulino.
Tre gradini davano su di un grande orto assolato
dove generose mani femminili, a primavera,
s'adopravano nella posa delle sementi.
Vi si potevano cogliere i soavi sentori delle piante officinali di salvia e rosmarino
ed inoltrandosi l'odore di bucato
nei panni stesi ad asciugare.
Via via era un aprirsi di mughetti, tulipani,
narcisi, gigli, gladioli, peonie, ortensie, rose
ed ancora vi potevi scorgere piantine di:
insalata, fragole, patate, rabarbaro, carciofi
e su tutto il ronzio delle api,
i cui alveari erano al margine dell'orto.
Le finestre erano aggraziate da un esplodere di colori in amarillis, gerani, fucsie e pansè.
Allietavano noi tutti la presenza abituale di animali domestici in gatti, cani, conigli, tortore e colombi.
Mai mancò l'uso del dialetto natio
e la tradizione voleva, a sera,
la recita del rosario guidato dai miei nonni.
Rimanere soli era salire fino alla radura,
oltre la sommità della collina,
a presidio vi era una grande croce di pietra
adornata ora da un tappeto di denti di cane ora di bucaneve
e lo sguardo andare dal torrente al lago della conca, di Santa Croce.
Di notte, dalle piccole finestre che davano sulla collina,
a volte vi si poteva scorgere la grande luna luminosa fendere gli alberi
e gettare il suo chiarore
sui filari di vite della collina,
riversando quiete e serenità su quella casa.
Ora io non abito più là, ma porto con me
quel nutrimento a me caro.
Piccola nota: la mia casa paterna si trova nel comune di Puos d'Alpago, ora comune di Alpago. Ai piedi d'una maestosa collina e a pochi passi dal torrente Tesa.
Racconto scritto il 24/05/2026 - 01:16Letta n.7 volte.
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