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La Bussola

LA BUSSOLA



In uno spazio temporale differente un piccolo oggetto, una bussola, accomuna lo strano destino del nonno con il nipote salvandoli entrambi da situazioni disperate, negli stessi luoghi, lungo le rive del lontano fiume Don. Ascoltavo affascinata entrambe le vicende, assolutamente vere che mio padre mi narrava come favole e che, a distanza di molti anni mi piace ricordare.



Tra i numerosi oggetti, libri, riviste, penne di vario tipo, ubicati sulla scrivania in stile antico sulla quale mio padre passava numerose ore della sua giornata, uno in particolare aveva da tempo catturato la mia attenzione. Aveva forma circolare con una specie di stella al centro che si muoveva oscillando in uno strano modo, per tornare sempre alla posizione di partenza.
Spesso lo prendevo e lo guardavo incuriosita.
-Papà che cos’è?
-E’ una bussola. Serve per orientarsi in quei posti dove non ci sono indicazioni e nemmeno strade e non si sa che direzione prendere per giungere nel luogo di destinazione-.
-Di chi era?
-Era del mio nonno materno si chiamava Francesco Imperatore e girava per commercio nei paesi del nord e dell’est Europa e a volte gli succedeva di non riuscire a trovare la strada. Di notte, se il cielo era limpido, cominciava a scrutare le stelle e non appena individuava la stella polare sapeva la direzione del nord. Viceversa gli bastava uscire dal taschino della giacca questa bussola per trovare la sua strada perché, vedi, questo ago indica sempre il nord.
Ciò che diceva mio padre cominciava ad affascinarmi per cui mi sedetti sul sediolino vicino a lui e lo pregai di raccontarmi di questo mio bisnonno che girava per il mondo.
Allora lui, con la sua bella voce e con quel modo particolare di far rivivere a chi ascoltava le storie del suo passato, cominciò a raccontare:
- Era un uomo bruno alto e robusto. Era nato a Napoli e forse queste sue origini campane lo rendevano irrequieto ed indipendente. Commerciava pellicce, pelli, tappeti e tagli di seta finissima che andava ad acquistare nei paesi del nord per rivenderle al sud, dove impreziosivano il guardaroba dei signori, disposti a pagare una fortuna per pellicce di volpi azzurre, visoni color miele e altre mercanzie rare.
Così, con la sua carrozza, che cominciava ad essere un po’ sgangherata, tirata dai suoi cavalli Nino e Nina si metteva in viaggio ripetendo percorsi conosciuti o tracciando nuovi cammini. Affrontava strade assolate e afose, sentieri tortuosi e pietrosi. A volte doveva fronteggiare un forte vento e d’inverno la pioggia o addirittura la neve. Ma non si fermava, se non per il riposo o per mangiare qualcosa.
Gli piaceva quella vita, non sentiva i disagi o le scomodità. Sentiva l’aria che gli carezzava il viso e con i suoi occhi scuri scrutava orizzonti sempre diversi, cieli stellati, nuvolosi o limpidi, paesaggi verdi o aridi, campi coltivati o in desolato abbandono. Incontrava gente di ogni genere passando per villaggi e città. Spesso si intratteneva a parlare con sconosciuti degli argomenti più disparati. Si sentiva libero.
Una volta, in uno dei suoi viaggi, si spinse in quel freddo paese sconfinato che è la Russia. Quando giunse lì era estate e gli sterminati campi che fiancheggiavano la strada erano ricoperti da grandi girasoli e da grano. Uomini e donne lavoravano i campi e raccoglievano tutti quei prodotti da conservare per i lunghi inverni gelidi. Spesso incontrava villaggi per lo più costituiti da isbe.
Tutto era grande, infinito, sterminato. L’orizzonte non si poteva cogliere tutto con lo sguardo.
Aveva percorso molta strada e cominciava a sentirsi stanco, così decise di fermarsi ma non trovò nessun posto dove poter passare la notte. Si accorse di essere nei pressi di un fiume, un grande fiume che con la sua ansa scorreva silenzioso in un territorio pianeggiante povero di vegetazione. Non sapeva dove si trovasse e quale fosse quel fiume. Decise di fermarsi per la notte, accendere un fuoco e dormire come meglio poteva. Mentre mangiava cominciò a osservare il cielo alla ricerca di quelle stelle che nei secoli hanno guidato gli uomini nei loro lunghi viaggi. Cercava in particolare la stella polare: conoscendo la direzione nord sapeva di conseguenza qual era il sud , l’ovest e l’est. Ma quella sera le stelle erano coperte. Cercò di dormire ma al mattino la situazione non era cambiata. Si era smarrito e non sapeva come fare per andare verso sud.
Non si vedeva nessuno, il luogo era deserto. Ricordò allora di avere con sé una bussola. La osservò attentamente mentre l’ago oscillava e quando si fermò gli indicò con estrema precisione il nord. Risultò facile quindi dirigersi verso il lato opposto: il sud, verso il mar d’Azov. Guardando una cartina capì allora che quel grande fiume era il Don e che questi sfociava col suo grande delta proprio nella direzione in cui doveva andare lui.
Ritrovata la strada continuò il suo viaggio.
Soltanto la luna brillava di tanto in tanto, quando timidamente faceva capolino scoperta da pesanti nubi di passaggio.
Dopo molti anni quella bussola salvatrice era stata data in regalo ad uno dei suoi nipoti: mio padre, che, rispettoso dei ricordi di famiglia, la tenne sempre cara con sé.
L’epoca vissuta da mio padre non fu tra le più semplici. Era già finita la grande guerra ma il mondo si preparava ad iniziarne un’altra ancora più feroce. Così, ancora giovane, si trovò in divisa militare quale ufficiale del 278° reggimento della Divisione Vicenza comandata dal colonnello Romeres.
Partì nel 1942 con la sua squadra di soldati inviati nelle gelide steppe della Russia. La terribile esperienza vissuta in quei mesi fu una continua lotta per la sopravvivenza e mio padre fu uno dei pochi a tornare, con il fisico e il cuore stravolti. Ricordo i suoi racconti sulla ritirata di Russia narrati a noi piccoli come fiabe dove c’era un grande orco che era la guerra e un grande nemico che era il freddo gelido, concluse tuttavia con un lieto fine. In quelle terre così lontane e fredde ne morirono a milioni cristallizzati dai 40 gradi sotto zero, stremati dalla fatica e dalla fame, dalle imboscate che spesso si verificavano.
Ricordo che in molti dei suoi disegni era ritratto sempre uno scenario innevato e uomini in divisa che lottavano per la vita.
In uno di quei giorni, dopo la distruzione della sua armata, lui e altri pochi superstiti vagavano in quella steppa bianca e sconfinata senza sapere più dove andare. Si rifugiarono in un casolare abbandonato per riposare un po’. Il cielo era coperto e non brillava neanche una stella. Si accorsero che si intravedeva un fiume con una grande ansa, ma era congelato.
Dov’erano i colori del mediterraneo? Il sole, il vento tiepido, a volte caldo in estate, l’azzurro del mare, le nostre belle terre con campi di viti e olivi anche secolari e le case dove nei caldi forni si cuoceva il pane fragrante e gustoso? Le voci dei cari sembravano chiamare, si svegliò di soprassalto, spaventato ma era ancora buio, un buio simile ad un incubo infinito. Mettendo una mano in tasca per cercare un po’ di calore, trovò allora quell' antica bussola che il suo caro nonno usava nei suoi viaggi. Seppe così dove era il nord e il grigio mattino seguente mio padre e i pochi superstiti riuscirono a prendere la giusta direzione verso la salvezza.
Seppero poi che quel grande fiume congelato, simile a un nastro d’argento, era il Don ma mio padre non poteva certo sapere che una notte di tanti anni prima suo nonno si era smarrito proprio in quei luoghi e proprio con quella bussola aveva ritrovato il percorso, salvandosi allo stesso modo per poter narrare ai posteri la sua storia.




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Racconto scritto il 19/06/2017 - 10:33
Da Patrizia Lo Bue
Letta n.130 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Ciao Giulia ti ringrazio per le tue parole di elogio e per l'accoglienza nel sito.
Patrizia

Patrizia Lo Bue 20/06/2017 - 13:35

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Ciao Patrizia. Benvenuta nel sito. Bellissimo racconto di esperienze del passato. Complimenti!

Giulia Bellucci 20/06/2017 - 12:12

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Sono molto contenta di vedere il mio racconto pubblicato e di aver ricevuto un commento così bello!
Grazie a tutti voi!!

Patrizia Lo Bue 20/06/2017 - 09:56

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Bellissimo racconto, scritto bene e perfettamente in grado di prendere il lettore per mano e tenere la sua attenzione. Uno scenario che torna alla mente, dai libri e da vicende vissute e sentite... Un dramma in una terra desolata e lontana, ma un piccolo grande oggetto diventa salvezza e ritorno alla vita! Le "cose" di famiglia mantengono saldo il ricordo e il legame. E permettono di non dimenticare... Mi è piaciuto molto!

Patrizia Bortolini 20/06/2017 - 08:01

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