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IL DIARIO DI SOFIA

IL DIARIO DI SOFIA


La visione di uno straordinario scenario di colline ricoperte da vigneti, lunghe file di ulivi saraceni, spazi di vegetazione selvaggia, riserve naturali, spiagge di sabbia dorata con dune suggestive che circondano una antica torre di guardia e il casuale ritrovamento di un diario, durante i lavori di ristrutturazione della casa, nella proprietà che Jenny decide di acquistare, portano la donna a far propria la memoria e la storia di un mondo contadino passato, per superare la tristezza di una grande depressione e a decidere di cambiare vita.
Il blocco stradale per alcuni lavori in corso, sulla scorrimento veloce, aveva costretto il pullman, che trasportava i passeggeri verso la località archeologica di Selinunte, a deviare il percorso per una vecchia strada provinciale rovinata dall’incuria. Il Comune di Menfi non era distante e Jenny guardava rapita quel paesaggio collinare ricco di vigneti, grano e ulivi, alberi di carrubo e pini marittimi, fichi d’india e ginestre dal colore giallo vivace. Nel percorso si costeggiavano agri con vecchi casali, villette moderne e ruderi e sullo sfondo un mare d’incanto. Dovettero rallentare ulteriormente per il passaggio di un gregge che aveva invaso la strada per giungere al pascolo. Gli occhi scuri di Jenny si fermarono su un cartello, ormai sbiadito e rovinato dalle intemperie affisso ad un vecchio cancello arrugginito. Seguendo con lo sguardo al di là del cancello, si accorse che il vendesi era riferito ad un podere che comprendeva un caseggiato in abbandono, una di quelle masserie delimitate da mura e con il cortile in centro. Jenny, disapprovando quella trascuratezza, scosse i capelli, una cascata di ricci castano dorato raccolti sulla nuca, ma che qua e là sfuggivano dall’elastico e si arruffavano sul collo e sulla fronte, mentre malgrado i suoi quaranta anni, il viso aveva una espressione sbarazzina, forse dettata da un impertinente nasino all’insù e da un bel sorriso. Istintivamente trascrisse il numero telefonico riportato sul cartello e fece in tempo, perché il pullman, una volta libera la strada, riprese la sua corsa.
Visitato il sito archeologico si recarono nell’ albergo che avrebbe ospitato tutto il gruppo di turisti. Quella gita organizzata piaceva all’inglese Jenny che tuttavia aveva origini italiane. L’aveva deciso in una tipica giornata fredda e grigia di Londra, uscendo dall’ufficio immobiliare presso cui lavorava. Da un po’ si sentiva stanca e irritata, specie dopo l’annuncio di Eric che dopo vent’ anni di matrimonio la lasciava per una giovane ragazza. Da quel momento si trascinava addosso sentimenti di delusione e di rabbia, una rabbia impotente che la faceva star male. Non ce l’aveva con lui, perché da tempo qualcosa nel loro rapporto andava male, piuttosto con sé stessa, perché adesso in solitudine rifletteva sulle incomprensioni reciproche e su tutto quello che non si erano mai detti. La sua amica Anne l’aveva convinta a prenotare quel viaggio nella penisola italiana che si concludeva con un giro in Sicilia, luogo di origine dei suoi familiari.
-Lì, di sicuro trovi il sole… – le aveva detto Anne per convincerla, e il sole c’era, accecante, mentre il vento di scirocco, che giungeva dal deserto, trascinava afa, sabbia e polvere.
Quasi meccanicamente compose quel numero che, poco leggibile, stava scritto su quel cartello sbiadito attaccato al cancello.
Gli rispose una voce maschile dal tono basso e lei spiegò, in un italiano un po’ stentato ma corretto, il motivo della telefonata e stabilirono di vedersi nel pomeriggio.
Il cancello pieno di ruggine si aprì cigolando su un viale delimitato da alcuni alberi di pino e da sterpaglie che avevano invaso molta parte del terreno. Lo stato di abbandono era evidente e il gruppo di case non prometteva nulla di buono.
-Da quando sono morti i proprietari, qui non è venuto più nessuno e il loro unico erede, Roberto, vive e lavora a Roma. E’un avvocato e questo posto non gli interessa proprio - spiegava l’uomo , un omaccione di mezza età che ingombrava buona parte della stradella e sembrava piuttosto annoiato dall’incarico ricevuto.
Giravano per il caseggiato, mentre lui spiegava l’utilizzo passato dei vari locali. Una antica masseria, deserta e in rovina, con varie abitazioni, comprese quelle per gli animali, con il pollaio e un grande cortile al centro e in fondo si distingueva un grande scantinato dal soffitto alto e strani macchinari all’interno.
-Qui cosa c’era? – chiese Jenny
-Qui c’era la cantina per il vino. Volevano mettersi in commercio, anche se già a livello locale lo producevano. Ma come vede bisogna spendere denaro per ripulire tutto il terreno e rimetterlo in produzione. Sono più di due ettari di cui uno è tutto vigneto, l’altro é diviso in parte vigneto e in parte oliveto e frutta, soprattutto arance.
Un cagnolino di taglia media color miele, sbucò da una casetta senza più porta e l’uomo fece per cacciarlo, ma Jenny lo fermò.
-No, no, la prego, povero piccolo - . Il cagnolino si avvicinò scodinzolando alla donna e lei lo carezzò guardando quegli occhietti vispi e buoni.
-E un randagio che viene sempre, stia attenta può essere malato -.
-Nessuno pensa a lui?
-E chi ci deve pensare ?- rispose l’uomo quasi sbuffando.
Ma Jenny incurante dell’uomo prese la bottiglietta d’acqua, ne versò un po’ in un bicchiere di plastica che aveva in borsa e lo avvicinò al cane che bevve e poi scappò via.
Jenny guardava affascinata quel paesaggio così diverso da quello grigio e frenetico della città. Dall’alto promontorio, ricco di vegetazione, si ammirava la distesa infinita del mare blu e l’odore salmastro che giungeva portato da un vento leggero, rendeva l’aria fresca e densa di profumi. Nasceva dentro di lei una visione, un sogno che avrebbe potuto cambiare la sua vita. Sembrava una fantasia pazzesca, ma il suo cervello aveva messo in moto un progetto che in quel momento la rianimava, le restituiva entusiasmo perduto. Perché non provare? Si chiedeva.
Aveva dei soldi messi da parte e aveva voglia di cambiare vita.
Si misero d’accordo sul prezzo e dopo qualche giorno Jenny acquistò l’immobile. Annullò il viaggio di rientro e chiese qualche altro giorno di ferie . Doveva organizzarsi. Affittò una vettura e iniziò a recarsi sul posto che scoprì chiamarsi villa Sofia.
Il cagnolino era ricomparso e la seguiva ovunque, felice della sua presenza . Gli diede da mangiare, gli preparò un giaciglio provvisorio e anche se sembrava in ottima salute, si informò per trovare un veterinario, se non altro per i vaccini e poi necessitava di un bagno. Avrebbe adottato quel cagnolino. Anche lui faceva parte del cambiamento.
La casa padronale si presentava con un piano superiore. Si entrava da un porticato a pianterreno che introduceva in un grande salone con il camino e adiacente,una grande cucina in muratura e poi seguivano altri locali. Una scala con una bella ringhiera di legno, portava su al piano superiore nelle stanze da letto. Nella stanza più grande trovò, forse dimenticati, un letto in ferro battuto e un antico mobile con cassetti. Curiosò dentro e spostando diversi oggetti gettati in gran disordine, si accorse di un quaderno.
Diario di Sofia. – Ma guarda! Jenny penso di leggerlo. Era un quaderno con la copertina scura e tutto scritto con una grafia semplice e regolare. Ma il cellulare squillava. Erano il suo datore di lavoro che con voce alterata la minacciava di licenziarla e poi Anne che sapendo le sue ultime novità, la prese per pazza e la spingeva a tornare. Ma lei aveva in mente già di acquistare attrezzi, chiamare squadre di operai, rimettere a posto la casa e la terra.
Il cagnolino mugolò quasi a richiamare la sua attenzione. Jenny gli accarezzò il manto morbido color miele e decise di dargli un nome. Le piacque Leo e sarebbe stato con lei. Gli avrebbe fatto una casetta dove mettere le sue cose e dove abituarlo a stare quando lei doveva allontanarsi o doveva ricevere qualcuno. Era buono e docile, le regalava un senso di calma e di gioia, sarebbe stato facile averlo vicino.
Si licenziò con un sospiro di sollievo e il denaro che aveva da parte, giunse su un conto che rapidamente aveva aperto in una banca di Menfi, il centro abitato più vicino. Con quella somma avrebbe sistemato la casa e iniziato la sua nuova vita. Altro denaro sarebbe giunto dalla vendita della casa di Londra . Quella decisione così estrema le aveva attirato rimproveri e commenti da parte di amici e parenti. Sembrava una follia, ma era una follia di cui si era innamorata e non aveva intenzione di cambiare idea e pentirsi.
Quando si trasferì provò una grande emozione: il silenzio avvolgeva la casa e l’intero caseggiato, mentre scendeva la sera e la campagna si accendeva di canti di cicale e dei richiami dei piccioni e delle civette.
L’aria era colma di profumi di piante e di fiori che, malgrado l’incuria, testardamente fiorivano e conquistavano il loro spazio terrestre. Nel cielo, un diluvio di stelle rapiva l’attenzione e lasciava che la mente inseguisse strane fantasie. Solo un leggero vento di tramontana annunciava che l’estate a breve sarebbe andata via presto, per dar posto alla stagione autunnale. Di tanto in tanto Leo correva abbaiando a chissà quale rumore.
Jenny quella sera cenò con una pizza che aveva acquistato in paese e ne diede un pezzetto al suo nuovo amico a quattro zampe che la guardava con il musetto in su e si sedette su una comoda poltrona antica. Accese l’unica lampadina che scendeva dal soffitto e finalmente iniziò a leggere il diario trovato, sprofondando nella vita di una sconosciuta di nome Sofia e negli anni dominati da una orribile guerra.


Novembre 1942 - Menfi
“Mi chiamo Sofia, e ho deciso di scrivere questo diario perché ho bisogno di parlare con qualcuno specie da quando il mio povero Giovanni è morto in guerra. Nella mia famiglia c’è tanta disperazione e povertà e in più questa guerra terribile, che sembra non finire mai. Da poco lavoro come inserviente dalla signora Maria, moglie di un ufficiale fascista. Lei è bella e buona,mi guarda con affetto e forse abbiamo quasi la stessa età. Lei ha paura di suo marito, perché è un uomo spietato e duro. Quando le ho raccontato delle condizioni della mia famiglia non ha esitato a prendermi a servizio, anche se ha già altri domestici. Un giorno mi ha scoperto che guardavo un libro e io mi sono scusata subito, di scatto. Lei mi ha chiesto se amavo leggere e io risposi che si, mi piaceva molto e lei con un sorriso mi rassicurò che potevo leggere i libri della biblioteca.
“ però quando mio marito è fuori, mi raccomando. Lui queste cose non le approva.” Aveva aggiunto la bella padrona di casa.
Così ho iniziato a fare.
Dicembre 1942
La signora mi da spesso dei libri, che io leggo la sera a letto. Lascio la candela accesa per un po’ e leggo. Sto imparando un sacco di cose. Sono stanca del lavoro fisico, la mia mente è assetata di sapere. E’ come se il cervello si fosse aperto all’improvviso ad emozioni nuove e alla conoscenza di idee, di storie, di altre vite e altri mondi, paesaggi e città. Quando leggo un libro è come se sprofondassi in un’ altra esistenza, mi aiuta a vincere la paura della guerra, dei bombardamenti, a superare le privazioni e ad affrontare i sacrifici che ogni giorno vengono richiesti.
Le pagine scorrevano raccontando quotidianamente quello avveniva. La presenza del marito creava un’atmosfera di tensione e paura e tutti non vedevano l’ora che uscisse. Le parole scritte da Sofia giungevano da un’epoca lontana, da un mondo in rovina, ma erano una lezione di coraggio.
La signora le stava vicino e le dimostrava amicizia, le dava pure abiti, per lei usati, ma ancora nuovi. Spesso si recavano in un Baglio fuori paese, dove vi lavoravano come contadini anche i genitori di Sofia.
Poi il fascismo cadde, sbarcarono gli americani e le parti si invertirono. I fascisti erano ricercati dai partigiani e anche chi stava con loro. I bombardamenti erano frequenti e la paura era continua, specie quando le sirene iniziavano a suonare. Chi poteva andava via in cerca di un rifugio più sicuro. Ovunque si vedevano case sventrate e distruzione, gente disperata e militari. I partigiani erano sempre più agguerriti.
Sofia si trovava presso la masseria quando una sera la signora Maria bussò nella sua casetta. Avevano arrestato suo marito e adesso i partigiani cercavano lei. Senza esitazione Sofia aprì la porta.


Gennaio 1944
La signora Maria è terrorizzata, si trova nascosta nella mia stanza della masseria. Oggi sono venuti dei partigiani che la cercavano ed io dissi loro che non c’era, ma che la signora non c’entrava con il marito, lei era buona, era anche lei una vittima del fascismo e della guerra. Giovanissima era stata obbligata dalla sua famiglia ad accettare quel marito e quella vita.
-Fandonie! – le risposero i partigiani con aria minacciosa– le piaceva vivere nel lusso e in una bella casa, mentre la gente viveva nella disperazione!-
-Era una signora buona che cercava di aiutare chi era in difficoltà- così cercavo di difenderla. Ma loro minacciarono anche me dicendomi:
-Guai anche a te se scopriamo che la nascondi!- mi disse Pietro con aria feroce, ma io lo sfidai con lo sguardo e poi li ho mandati tutti via.
-Andatevene via e cercate quelli che veramente ci hanno fatto del male-.
Vederli andar via con le loro armi in pugno, mi ha dato sollievo, ma sono preoccupata per la mia amica. Ma non ho paura. Farò di tutto per salvarla.
Gennaio 1944
Il partigiano è tornato da solo e sembrava meno aggressivo. Gli ho offerto del vino e gli ho raccontato di quanto bene aveva fatto la signora Maria. Piano piano cerco di fargli capire che anche se la signora viveva con il fascista, non aveva colpa. Si sarebbero macchiati di un delitto ingiusto scagliandosi contro di lei.
Agosto 1944
Il partigiano si chiama Pietro e abbiamo fatto amicizia e lo trovo anche carino, anche se gira sempre armato. Gli ho raccontato di Giovanni, il mio fidanzato morto in guerra, ma non so se mi posso fidare e dirgli della signora Maria e che ogni sua visita si deve nascondere. So di altre donne fucilate perche avevano rapporti di amicizia con fascisti o nazisti.
Settembre 1944
Oggi ho presentato Maria a Pietro, come se fosse una mia cugina giunta da lontano. Lui non ha detto niente, forse ha capito. Ma sono sicura che non si pentirà, altrimenti avrà a che fare con me!
Maria non finisce più di ringraziarmi, dice che le ho salvato la vita, ma lei aveva salvato la mia quando ero povera e disperata. Mi aveva accolto nella sua casa quando avevo fame e mi ha dato la possibilità di leggere tanti libri, rischiando anch’essa con il marito.
Basta con l’odio, con le vendette spietate che ci trasformano in belve peggiori dei nostri nemici.
Jenny scorreva le pagine velocemente, presa da quella storia di cui sperava un finale a lieto fine.
Gennaio 1945
Pietro mi fa la corte ed è più tranquillo. Ha cominciato a parlare con Maria e inizia a rendersi conto dell’errore che stavano per commettere.
Il diario continuava e raccontava di come alla fine Sofia aveva sposato Pietro e finita la guerra egli era ritornato ad essere un uomo pacifico. Aveva iniziato a lavorare come maestro in una scuola elementare e vivevano quasi sempre nella masseria. La sua amica Maria aveva ripreso a vivere e collaborava attivamente alla vita quotidiana. Quella rinascita si rifletteva anche nelle terre che con la guerra erano divenute desolate e aride. Tuttavia mentre il mondo agricolo si evolveva e si introducevano nuovi macchinari e tecniche, si registrò una grande emigrazione di gente che dal sud andava al nord verso il nascente triangolo industriale, alla ricerca di condizioni e prospettive di vita migliori.
Ma Sofia e Pietro volevano far rinascere quelle vigne dalla lunga storia e far funzionare la cantina che aveva progettato il padre di Maria. La vigna e il prezioso vino, avevano in Sicilia una sacralità antica che bisognava salvare e tramandare. La vendemmia non era soltanto un raccogliere uva , era il momento di un felice raccolto, di adunanza in cui tutti davano il loro contributo: braccianti, artigiani, vecchi e giovani, donne e uomini, animali. Nelle campagne, piene del calore dell’estate che finiva, risuonavano canti e voci. Festeggiavano, con un rito quasi religioso, la chiusura di un ciclo produttivo che la terra in comunione con l’uomo, celebrava il suo magnifico prodotto finale.
Un giorno Maria, che stava nella casa accanto alla padronale, si ammalò e in breve si aggravò. Chiamò al capezzale la sua amica Sofia, che ormai considerava sorella, comunicandole che aveva dato disposizioni testamentarie e che la masseria sarebbe stata sua, mentre la vecchia casa in paese veniva ereditata da parenti del marito.
Sofia e Pietro vissero in quel baglio, che denominarono villa Sofia, producendo vino, trasformandola in un’oasi fatta di verde, di mare, di sole, dedicando la loro vita alle viti e agli olivi, agli animali che avevano arricchito il luogo, ma non ebbero figli. Non era stato facile, ma vi avevano vissuto la parte migliore della loro esistenza. Percepivano l’appartenenza a quel luogo, a quella terra, a quell’isola e infine morirono anziani ,uno dopo l’altro. Unico erede rimase Roberto, un nipote che era avvocato e viveva a Roma da sempre e che non aveva certo interesse ad un antico baglio in Sicilia. Infatti lo mise in vendita incaricando un antico conoscente.
L’aereo atterrò in orario e Roberto scese velocemente, perché aveva con sé un piccolo bagaglio. Si sarebbe fermato poco. Il tempo delle formalità. Era un uomo alto ed elegante con i capelli scuri e i lineamenti un po’ duri. Ultimamente era nervoso, perché il matrimonio con Elena era ormai finito ed era stanco delle richieste sempre più pressanti che lei voleva imporgli. Non avevano figli, ma a lui questo tutto sommato non dispiaceva. Non avrebbe sofferto nessuno da quel divorzio, se non le sue tasche. Gli rimaneva solo un brutto sapore amaro di delusione, poiché aveva scoperto tardi di avere vicino una persona diversa da come lui la conosceva. Era dura, invadente e non le andava bene nulla e infine era andata via. Adesso aveva un nuovo compagno, una nuova vittima, ironizzava Roberto. Quella rapida vendita era stata una benedizione e poi non aveva nessun legame con la Sicilia nei suoi ricordi, era andato via da piccolo e vi era tornato solo per i funerali.
A Trapani ad attenderlo c’era il signore incaricato della vendita sempre con l’aria un po’ scocciata.
Parlarono del più e del meno e poi della vendita.
Nei giorni successivi, Roberto si recò presso villa Sofia e conobbe Jenny.
Davanti il cancello, già trattato con un prodotto antiruggine, vide arrivare dal vialetto principale il cagnolino ormai battezzato Leo. Abbaiava con una certa autorità, ormai acquisita verso lo sconosciuto, ma al tempo stesso scodinzolava.
Ehi, e tu chi sei ? – mormorò Roberto chinandosi verso il cane, dalle sbarre del cancello. Giunse anche Jenny che richiamò Leo e lo zittì, ordinando gli di andare nella sua cuccia.
Roberto prontamente si presentò e si strinsero la mano e lui rimase colpito da quella donna alta e snella, dall’aspetto delicato ma di cui si intuiva il carattere deciso. Man mano che camminavano, Jenny gli illustrava i lavori che già aveva iniziato a fare e i progetti che aveva.
-Non avete paura da sola?-
-No, solo un po’ la notte se c’è temporale , ma c’è Leo che mi sta vicino.
-Come mai ha deciso di vivere qui?
Non riusciva a capire come aveva deciso di lasciare una città come Londra e il lavoro, per vivere in una campagna siciliana.
-E’ lungo da spiegare. Se avete tempo mangiamo qualcosa insieme a Porto Palo e parliamo un po’.
Giunsero nella frazione balneare di Menfi. Un borgo marinaro costituito da case e villette sul mare, uno splendido mare che bagnava una spiaggia dorata e concava, sovrastata dall’antica Torre di difesa e di avvistamento anticorsaro, imponente con la sua forma a pianta quadrata.
Roberto era colpito dalla bellezza di quel luogo e da Jenny che gli parlava della sua vita con naturalezza, come se si conoscessero da anni. Ogni tanto i capelli ricci, castano dorati, le scivolavano sul viso e lei automaticamente li spingeva indietro, scoprendo il viso, con il simpatico naso all’insù e un sorriso incantevole.
Jenny gli raccontò del suo matrimonio fallito e della vita piena di grigiore che viveva a Londra e di come era rimasta incantata da questi luoghi. Ignorava di avere molto in comune con Roberto.
Gli raccontò del diario di Sofia, di questa donna combattiva e decisa che aveva affrontato grandi difficoltà e che per difendere la sua amica si era schierata contro tutti. Gli parlò della cantina e del suo desiderio di rimetterla in funzione, curare la vigna e della realizzazione di un progetto che avrebbe coniugato turismo e i prodotti di quella terra.
Nei giorni successivi continuarono a vedersi e senza accorgersene iniziarono a progettare e a desiderare di passare insieme le giornate.
Ancora una volta, come nel passato in quei luoghi, la vita ricominciava. Quel podere abbandonato aveva aspettato pazientemente che il cartello ingiallito sul cancello venisse notato e da città lontane due persone, giunte quasi per caso, si accorgessero di quella bellezza, di quelle colline ricoperte da file di vigne, da quel sole e da quel mare, un luogo che raccontava storie e memorie del passato, grandi gioie e grandi dolori.
Non sarebbe stato facile, ma Jenny e Roberto si avviarono camminando sul vialetto ricoperto di ghiaia per vedere a che punto erano i lavori degli operai in casa. Leo scodinzolò, annusò a terra con il musetto color miele e il nasino nero, poi con le zampette diede uno scatto in avanti e si mise a correre per raggiungere la coppia.




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Racconto scritto il 15/09/2017 - 13:42
Da Patrizia Lo Bue
Letta n.141 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Grazie Francesco per il tuo commento favorevole

Patrizia Lo Bue 16/09/2017 - 14:44

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E' un bel racconto. Mi piace molto la caratterizzazione della protagonista e l'innesto, diciamo così, del diario di Sofia.. che cattura e rafforza l'attenzione. Complimenti..

Francesco Gentile 16/09/2017 - 12:50

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Ho incappato nel tuo racconto perché incuriosita dal commento. Effettivamente quando si ha poco tempo e ti ritrovi un racconto così lungo, la tentazione di chiudere è tanta. Garantisco agli altri autori che se iniziano a leggere questo, non si può fare a meno di andare fino alla. Si fa leggere e non annoia, anzi. In effetti potrebbe costituire un progetto per la scrittura di un bel romanzo!
Non so perché hai cancellato tutto, mi dispiace un po'!

Giulia Bellucci 15/09/2017 - 18:06

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Grazie Spartaco per le tue parole. Ti è familiare forse perché le mie storie si somigliano e poi hai già letto gli altri racconti che ho rimosso

Patrizia Lo Bue 15/09/2017 - 16:22

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Benvenuta... arrivare su OS e pubblicare un racconto come questo è davvero da donna coraggiosa, nel senso che su questo sito i racconti lunghi raramente vengono portati a termine. Detto questo io l'ho letto molto volentieri e avrei molte cose da dire. Mi limito a due: è scritto bene, anzi benissimo e poi il lettore ha l'impressione che ci sia talmente tanta carne al fuoco che si sarebbe potuto costruirci una sorta di romanzo breve, del quale il racconto sembra un riassunto. Complimenti...5* Ciaociao
P.S. ho due impressioni che non so spiegarmi: il tuo nome l'ho già sentito, e credevo tu fossi un autore di questo sito da tempo, e questa lettura pure mi pare d'averla già fatta...ma forse sono scherzi di un cervello in via di perdita esponenziale di Neuroni.

Spartaco Messina 15/09/2017 - 16:00

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