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Quel vino rosso rosso slavato

Dal profumo che si era sparso per la casa, si capiva che il dolce era riuscito; mele, fichi secchi e la nostrana uva nera erano finiti nell’impasto e avevano reso il dolce una bontà. Almeno questo era stato il gradimento dei commensali, riuniti per il pranzo durante la giornata in cui si vendemmiava. Il padrone di casa aveva aperto una bottiglia del suo vino; di colore rosso slavato, dal sapore gradevole e frizzante, anche se non poteva certamente vantarsi di chissà quale etichetta, faceva bella copia con il dolce di Teresa. Al pomeriggio si tornò al vigneto, la nebbia del mattino se ne era andata e al suo posto un bel sole dava calore e buonumore. Tra i filari una lunga fila di colorati secchi in plastica si riempiva presto di grappoli, qualche cesta superstite di lontane vendemmie faceva ancora bene il suo compito e chiacchiere questo o su quello riempivano l’aria, dove nugoli di fastidiosi moscerini la facevano da padroni. Qualcuno ogni tanto svuotava i secchi nel carro che avanzava lentamente sopra un mare di foglie accartocciate. Si era addentro all’autunno e quella era l’ultima uva che si raccoglieva, poi il vigneto sarebbe entrato nel suo riposo invernale. Nei giorni seguenti si sarebbe torchiato l’uva e il profumo del mosto profumava la cantina dove le grandi botti aspettavano di riempirsi del vino novello; vino questo che avrebbe accompagnato i pasti della famiglia durante tutto l’anno. Una piccola parte il papà di Teresa l’imbottigliava, giusto qualche bottiglia da aprire per le feste e le occasioni importanti. A Teresa piaceva il gusto di quel semplice vino e a tutt’ora predilige il vino rosé a ricordo di quel semplice vino rosso slavato, ma leggermente frizzante che faceva il suo papà.



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Racconto scritto il 14/10/2017 - 16:34
Da Ivana Piazza
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