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Il Caso di Gianni Issi

Giovanni, per tutti Gianni, era un tranquillo ragazzo della provincia di Cagliari.
Non aveva nulla di particolare.
Un diploma di perito, una famiglia che gli voleva bene, un fratello più piccolo, un cagnetto.
Aveva accettato un incarico a tempo determinato come infermiere, perché, tra le altre cose, aveva anche la laurea in infermieristica, in un ospedale del nord.
Si era presentato all'ufficio del personale una fredda mattina di fine novembre.
Era partito da solo, il suo amico, nonché collega, Piero non era stato preso ed era rimasto a casa.
La casa di Gianni era alla periferia della città, proprio dalla parte opposta dell'ospedale.
Una mattina di maggio, il fratello Mario, che viveva a casa con i genitori, ricevete una telefonata dalla coordinatrice del reparto di Gianni.
Gianni non si recava al lavoro da due giorni.
La signora Carla raccontava che, secondo lei, Gianni era un po' giù ed aveva pensato che forse fosse tornato a casa per poi licenziarsi, anticipando quindi la scadenza del contratto.
Pensando che quella fosse la risposta più logica per l'assenza di Gianni, voleva mettere in guardia il giovane sui rischi economici, e non solo, che una tale mossa avrebbe potuto comportare.
Mario rimase di sasso nello scoprire che il fratello si fosse volatilizzato nel nulla.
L'ultima volta che lui aveva sentito la famiglia erano pochi giorni prima della telefonata, un semplice messaggio su whatsapp, al telefonino di Mario: ora vado a nanna, B. notte.
Capitava che Gianni rimanesse senza comunicare con la famiglia per qualche giorno, in ogni caso lui non faceva passare più di cinque giorni senza dare proprie notizie, per lui, quello dei cinque giorni, era una regola tassativa.
Quei tre giorni passati senza comunicare con Gianni non erano stati visti, da parte della famiglia, con preoccupazione, faceva parte di un “iter” familiare consolidato nel tempo.


I parenti di Gianni cercarono in tutti i modi di rintracciarlo ma senza esito.
Gianni sembrava essersi volatilizzato.
Le preoccupazioni della famiglia portarono il padre ed il fratello a prendere il primo aereo disponibile per raggiungere la casa di Gianni a Trento.
Gianni aveva preso in affitto una piccola casa di proprietà di una ricca signora, che aveva dato in gestione ad una agenzia sia quella che diverse altre di cui aveva la proprietà.
Mario con il padre arrivarono una piovosa mattina di maggio a casa di Gianni.
Suonarono il campanello, bussarono con forza la porta ma nulla.
Il telefonino era sempre irraggiungibile
Cercarono di guardare dalle finestre.
La casa era al primo piano, le finestre davano su un cortile interno, nulla dava indicazioni su cosa stesse facendo o se fosse in casa Gianni.
Esternamente sembrava tutto in ordine.
Gianni aveva lasciato, essendo partito da solo, una serie di informazioni, tra queste anche a chi chiedere riguardo alla sua casa.
Si presentarono alla sede dell'agenzia che aveva rilasciato le chiavi a Gianni, qui una gentile signora raccolse le preoccupazioni dei parenti e si offrì, appena fosse arrivato un collega, di accompagnarli alla casa di Gianni.
I tre vi arrivarono verso le tredici, aprirono la porta ma di Gianni nessuna traccia.
Nulla, però, lasciava presagire un evento drammatico.
La casa era in ordine.
Cercarono la macchina, una vecchia grande punto blu, ma anche quella mancava.
L'unico passo sensato, anche se doloroso, era quello di recarsi dalle forze dell'ordine per cercare di trovarlo e sperare in bene.
Le ricerche portarono a stabilire che, probabilmente, Gianni faceva una vita solitaria.
I colleghi di lavoro non sapevano di preciso come passasse il tempo.
Lui raccontava poco della sua vita al di fuori del lavoro.
Controllando il computer, non venne fuori nulla di particolare.
Non risultava iscritto a nessuna setta, o gruppo, o altro che potesse far pensare a svolte improvvise e drammatiche nella sua esistenza.
In internet guardava più o meno sempre le stesse cose, usava poco i social, che non amava particolarmente.
I giorni prima della sua scomparsa, non vi erano stati cambiamenti nel suo modo di navigare in internet.
Dai tabulati telefonici era risultato che era in contatto con un numero telefonico appartenente ad un ragazzo, un collega di lavoro che, però, prestava servizio a Rovereto, questi era una persona che aveva, in precedenza, lavorato con lui.
Fu rintracciato e dichiarò che con Gianni si erano visti alcune volte ed avevano cenato assieme con la famiglia, che si era trasferita a Rovereto da Elmas.
Di solito parlavano del più e del meno anche se, principalmente, la discussione scivolava sul tema lavoro.
Questo collega raccontò che tutte le volte, che in base ai suoi ricordi non erano più di sei, che era venuto a trovarlo, era sempre stato da solo.
La vita di Gianni non sembrava avere nulla di particolare da giustificare, ad esempio, un rapimento o altri eventi delittuosi.
Anche il lavoro non sembrava dare motivo da giustificarne la scomparsa.
Gianni lavorava in un ambulatorio prelievi.
A distanza di una settimana, la macchina di Gianni fu ritrovata nel parcheggio di un parco.
Furono visionate le telecamere di sorveglianza del parcheggio e si stabilì che la vettura era lì da almeno una settimana.
Il fatto che fosse passato tutto quel tempo per ritrovare l'auto fece sorgere molti dubbi, tra i parenti,
sul come venissero svolte le indagini.
La madre di Gianni era infuriata, secondo lei non era possibile, con le tecnologie esistenti, che l'auto fosse stata ritrovata dopo tutto quel tempo.
La loro impressione è che si stesse perdendo tempo prezioso.
Loro, i parenti, però, erano totalmente digiuni sul come funzionavano le ricerche, sui tempi, le difficoltà e su tutto quello che c'era dietro.
Le immagini in possesso degli inquirenti non andavano oltre una settimana e in quelle, di Gianni, non vi era traccia.
Si visionarono le immagini dei caselli autostradali, cercando nella data della presunta scomparsa, anche lì nulla.
Mario, navigando in internet ed in modo casuale, riuscì a scovare un'immagine che ritraeva il fratello con uno zaino sulle spalle.
Questa immagine era stata scattata da un gruppo di ragazze che si trovavano nei boschi per un'escursione ed erano ignare che, in alcune foto da loro scattate e postate su Flickr, era presente Gianni.
Furono identificate le ragazze, solo una ricordava Gianni.
Quella ragazza era rimasta incuriosita dal fatto che oltre il loro gruppo, in quel momento, c'era anche Gianni, il quale era da solo con uno zaino verde e una bottiglietta d'acqua in mano.
Questo era l'ultimo contatto conosciuto.
La vita del ragazzo fu “scandagliata” per vedere se c'erano dei lati “oscuri”.
Gianni sembrava avere una vita qualunque.
Anche i parenti, con cui Gianni era in contatto, non riuscivano a dare un motivo alla sua scomparsa.
Ammisero che stava passando un periodo di stress ma lo giustificarono con il fatto che aveva saputo che un'importante azienda sanitaria della sua città stava per bandire un concorso di ruolo che per lui rivestiva una particolare importanza.
I parenti negarono qualsiasi forma di depressione, dissero, invece, che Gianni attendeva il concorso nella sua città per, come diceva lui: iniziare la vita come voglio io.
Passava il suo tempo libero girando nei posti d'arte, nei parchi, nei laghi e nei luoghi storici in generale.
Dalle celle telefoniche si poté stabilire che il giorno della presunta scomparsa era uscito di casa molto presto, aveva fatto tappa in un centro commerciale e da lì si era presumibilmente diretto nel luogo dove era stata trovata l'auto, in quanto si stabilì che il cellulare di Gianni aveva smesso di funzionare, per qualche motivo, ben prima dell'arrivo al parco, ossia a distanza di circa tre chilometri dal parcheggio dove poi fu ritrovata l'auto, inoltre, il cellulare, un modello vecchio di qualche annetto, non fu più ritrovato.
Mario fece anche una pagina Facebook per cercare persone che conoscevano Gianni e che lo avessero visto il giorno della scomparsa, purtroppo con scarso successo, visto che tranne messaggi di sostengo, un mitomane, che fu subito smascherato, la mossa non riuscì a scoprire nessuno che potesse dare informazioni su di lui.
Si ipotizzò che potesse essere stato testimone involontario di qualche fatto delittuoso, di cui al momento non si sapeva nulla e che con la scomparsa di Gianni sarebbe rimasto per sempre “invisibile”.
Gli anni passavano senza che di Gianni si sapesse nulla poi, al compimento del terzo anno dalla scomparsa, la svolta.
Un fulmine fece cadere un albero, dei dipendenti della forestale notarono che nella terra, che era stata smossa con la caduta, erano presenti delle ossa.
I rilievi stabilirono che quelle erano ossa umane, dopo uno studio del Dna venne fuori che apparentavano a Giovanni Issi, noto Gianni.
I parenti furono avvertiti della scoperta.
Loro speravano ancora che Gianni fosse in vita e che avesse fatto un colpo di testa andando a vivere lontano, magari in Argentina, di cui spesso parlava e dove conosceva un'amica d'infanzia, trasferitasi in quel paese lontano.
Dagli esami eseguiti era risultato che la vittima aveva subito un forte trauma cranico che, con tutta probabilità, ne aveva causato il decesso.
Non si capiva bene come avesse agito l'assassino, o gli assassini.
Un'ipotesi, secondo gli investigatori, poteva essere quella di una rapina finita male ma troppe cose ancora non quadravano.
Come era possibile che l'assassinio fosse stato commesso in un luogo aperto al pubblico e solitamente frequentato da appassionati delle camminate montane senza che nessuno notasse, o sentisse, nulla?
Come era possibile che l'assassino fosse stato così avventato da rischiare che una o più persone lo potessero vedere seppellire il corpo?
Possibile che la vittima non avesse urlato o avviato una colluttazione con il suo assalitore senza che nessuno se ne rendesse conto?
Da come appariva vestito Gianni, nelle foto scattate dalle escursioniste, non sembrava avere con se né vestiti di valore, né tanto denaro o oggetti di valore da giustificare una rapina così cruenta, anzi, non sembrava proprio un soggetto “da rapinare”.
Poteva aver visto qualcosa, essere stato testimone di un evento che non avrebbe dovuto avere testimoni?
Quale evento così importante, da richiedere inoltre l'assenza di testimoni, si sarebbe potuto svolgere in un luogo pubblico solitamente frequentato?
Altro fatto strano, secondo i parenti, conoscendo bene il loro caro, il più strano di tutti, fu che Gianni, anziché recarsi al lavoro, andò in un parco a svariati chilometri di distanza.
Cosa l'aveva portato a mancare dal lavoro per andare in quel parco? Si doveva incontrare con qualcuno e se si perché?
Anche la vita di Gianni non dava adito a scenari da regolamento di conti tra malavitosi o altri scenari che avrebbero potuto giustificarne una fine così cruenta.
Le celle telefoniche e i tabulati avevano stabilito che Gianni, il giorno della presunta scomparsa, non aveva ricevuto, né fatto, telefonate, aveva fatto solo tappa nel bar di un centro commerciale, dove una testimone, una dipendente che conosceva Gianni per averlo visto più volte nel locale e per aver, in alcune occasioni, scambiato alcune battute con lui, aveva dichiarato di averlo visto da solo e sereno.
Per i parenti di Gianni, e non solo per loro, la sua scomparsa rimarrà un mistero che forse non si svelerà mai.




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Racconto scritto il 20/02/2018 - 20:17
Da Massimiliano Casula
Letta n.157 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Da leggere...una cronaca avvincente e drammatica che rende bene lo smarrimento e il dolore della famiglia.

Grazia Giuliani 21/02/2018 - 14:34

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Se è una storia vera, come immagino, è una vicenda che lascia davvero l'amaro in bocc. Immagino i famigliari...che pena provo per loro. bravo...hai fatto bene a raccontarla.
P.S. se invece è inventata allora complimenti per la fantasia.

Corrado B. 21/02/2018 - 07:43

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