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Voglio Essere Amato

Non sono riuscito a trovare la mia strada, so solo che mi sento libero tra le tue braccia, ora che ti vedo mamma; te lo posso confessare avevo bisogno di essere amato, non è che papà mi abbia privato del suo amore, ma avevo bisogno di quello materno. Ora non mi sento più a disagio, posso sentire parlare non urlare, i miei sogni hanno i colori della vita, il profumo fresco dell'aria mi fa capire quando cambia il vento e arriva la tempesta. Ti ho sempre sognata su di una nuvola e dal vento trasportata, mentre il mare sotto che si agita e tu che riporti tutto alla calma nella tua immensa grandezza. Quanto tempo è passato e chissà se questo cielo così immenso potrà riempirsi ancora di più di nuvole bianche, soffici, come le tue guance, e tu con le tue braccia, ancora vicino a sostenermi, ancora mi stringerai a te. Che bello il mondo, tanti bambini felici, tante famiglie che non sanno cosa è e perché io non ho più paura di vivere, di essere amato come sono, libero di volare con i miei ricordi, di pensare che il mondo non è quello che vivevo, ma tutt'altro. Nuvole, nuvole leggere che piano vanno attraverso il vento. Bianche fatte di acque e cristalli microscopici. Libere stanno lì. Nel cielo dipingono l'infinito.
Queste parole oggi mi hai sussurrato e mi sono svegliato con te vicino.
- Buongiorno, come stai oggi, te la senti di uscire?
- Si, finalmente
- tranquillo adesso piano piano, ti accompagno da una mia amica a chiacchierare, dopo ti vengo a prendere ed usciamo in giardino è una bella giornata e il sole è raggiante!
Entriamo in una stanza, una signora mi stringe la mano e mi sembra di conoscerla.
- Come stai? Meglio vedo, siediti dieci minuti e poi ti lascio uscire un poco.
Mi guardo intorno e non vedo l'ora di andarmene, non bado tanto alle sue parole, quello che capisco è solo:
- Io cercherò di aiutarti, se mi dai una mano presto ti farò tornare da tuo padre.
Sobbalzo dalla sedia "io voglio andare adesso, voglio vederlo!"
- Tranquillo, calmati, vieni ti abbraccio, ora vai a fare due passi ne parliamo domani con calma. Fai il bravo, non dipende da noi, ma da te.
Mi abbraccia e mi porta da te e io abbraccio te.
- Camminiamo, non pensare, guarda il cielo, le nuvole e sogna.
Voglio solo essere amato, guardami, aiuto, non darmi altre pastiglie, toglimi l'ago, voglio alzarmi. Io ero con lei, non ho mai amato così una persona. Non è una poca di buona, non sono complicato da gestire, non sono scappato per drogarmi, non ho tentato di uccidermi, almeno questa volta ero solo uscito, non ce la facevo più! Perché mi fate questo. Voglio tornare a casa, chiudermi nella mia stanza, la cuffia con la musica, tornare nel mio mondo, non voglio stare qui!
- Oggi è agitato più del solito, chissà cosa pensa. Vorresti tornare a casa? Lo so, ma non posso aiutarti, vedrai passerà presto, stai tranquillo, tuo padre è arrabbiato ne combini sempre una, non ce la fa a seguirti. Deve tirarti su da solo, è senza lavoro, tua madre è morta dandoti alla luce, sta cercando di darti una nuova famiglia, darti un futuro migliore. Finora non ha trovato nessuno che l'ama e l'aiuta
Non piangere, vedo i tuoi occhi che mi vogliono dire qualcosa, riposa, io torno domani. Ok?
- Tu sei l'unica persona che mi tratta bene, mi accarezzi, non dici niente, ma per me è come se parlassi tantissimo. Gli altri sono indifferenti, fanno tutto velocemente, mi alzano, mi trattano come se fossi uno straccio da buttare via, guardano da un'altra parte e poi spariscono. Ora riposo, forse domani mi potrò alzare e correrò via, lontano, non sarò di peso a nessuno. Voglio l'aria sul mio viso, voglio sentire la carezza del vento e il suo sospiro tra le foglie, voglio vedere la strada nel mezzo che divide gli alberi alti, forti, impetuosi, che sfidano il tempo, le intemperie, ma che rimangono fermi al suo cospetto. Quella strada che ha segnato la mia vita non può essere l'unica da percorrere ed io in mezzo con il mio fardello a non sapere quando troverò il mio bivio e finalmente, potrò proseguire potendo scegliere con le mie forze, sostenuto solo dal vento e dagli alberi, intorno a proteggermi, a segnarmi la via. Voglio sentire una voce che chiami il mio nome sussurrandolo come fa una ragazza innamorata. Vorrei che mi venisse vicino, guardandola sbocciare come un fiore, lasciandola lì senza disturbarla, nel nostro mondo fatto di mille colori, che cambia ad ogni goccia di pioggia, ma che fiorisce aprendo i suoi petali al sole. Questo era quello che urlavo e ancora oggi sono sicuro che lo è, lo sento dentro che cresce, lo sento dentro la mia mente che mi sconvolge ancora, sono io, voglio essere solo amato. Perché sono chiuso dietro una finestra. Perché devo vedere mio padre sempre più raramente, a contatto con gente che non conosco e che non sanno quello che provo, anche se quello che provo, a volte è solo frutto della mia immaginazione, perché non so più come dirlo lasciatemi in pace. Non sono uno sbaglio della natura, sono io, sono vivo! Come posso sconfiggere questa angoscia che mi pervade, non riesco a non trattenere il fiato, vorrei urlare ma le forze mi tengono stretto a questo letto, la testa sembra andare dove il corpo non vuole. Mi sembra di essere in bilico sulla lama di un rasoio. Tutto è partito uno dei tanti giorni di una vita appesa ad un filo.
Sento urla soffocate, sento mugolii, sento ansimare, sento mia padre gemere e trattenersi. Sento un odio misto a gelosia. Voglio uscire, mi sento soffocare. Voglio urlare, no, meglio non dica niente, scappo dalla finestra.
Un salto e via.
Dietro l'angolo una delle tante, le afferro la mano e la trascino. "Corri, hai da fumare?"
- Proprio a me dovevi capitare? No, non fumo!
Hai soldi?
- No, e non so dove andare.
Mi fermo di colpo e due occhi enormi mi entrano dentro, scuotendomi con un sorriso che dice "cercavo giusto te". O così la mia mente vuole capire. Le nostre labbra si toccano e tutto intorno silenzio. Finalmente non sento più confusione, odio, tristezza, ma quella voglia di volare lontano, nell'aria fresca della notte, suoni di violini. Sono avvolto in un abbraccio di caloroso tepore e dopo, solo amore.
Quante volte ho raccontato questo e nessuno mi ha ascoltato!
Non era la prima volta. Ma era la prima volta che mi sentivo libero di essere felice e inconsapevole dei mei quindici anni.
Tutto mi travolse in quella notte, fino a quando non mi risvegliarono urla di terrore, che sconvolsero ancora di più la mia esistenza.
Io la amo! - gridai. Mentre entravo in ambulanza, che a sirene spiegate mi ha prima accompagnato all’ospedale e poi rinchiuso qui.
- Ti voglio bene. Tutti ti vogliamo bene, non vogliamo che tu torni qui, ma che torni presto a vivere, a correre, da tuo padre. Ancora un paio di giorni, parla ancora con altre persone e poi prenderanno una decisione. Tu devi rimanere tranquillo; siediti e respira profondamente, pensa di essere un’acqua cheta.
Mi siedo su una panchina con il sole che scalda e quasi mi addormento.
Mi alzo, non so quanto tempo è passato, pochi minuti, ma mi sembra aver dormito un giorno intero.
Ora, sono in piedi; mi distendo sul lettino, inerme, mi abbandonano le forze, ho paura di vivere.
Basta! Perché la mia testa è piena di cosa fare o non fare, di urla di gente che solo sa, ma niente fa per me. Io voglio essere come tutti i miei amici e le mie amiche, felici, ben vestiti, andare a ballare tutte cose normali di una vita normale.
- Ora ascolta, dobbiamo trovare un compromesso, tra pochi giorni dovrò decidere cosa scrivere nella relazione, poichè prendano una decisione sul tuo futuro!
Io volevo parlare con la signora dell'altra volta, lei mi capiva.
- Ci sono io adesso, la signora non ha potuto venire e quindi prendo io le decisioni, chiaro? Da quello che leggo qui, c'è scritto che sei un caso difficile da gestire
Ma, io..
- Aspetta, prima parlo io, poi tu mi rispondi alle domande! Altrimenti scrivo io, in base a quello che penso e poi vediamo se continui a fare quello che vuoi fuori da qui!
Rimango zitto con un nodo alla gola che fa male, impietrito da una persona che vorrei strozzare, urlargli tutta la mia rabbia, ma all'improvviso mi ricordo dell’acqua cheta e mi placo.
- Allora capito? Perché non mi rispondi? Ti ripeto, tuo padre e tutti noi ti siamo nemici? Quello che facciamo non credi sia giusto? Come si può parlare con uno che non ti sta a sentire!
Avrei voluto dirglielo, urlargli tutte le mie angosce, ma stavo bene tra le nuvole e non sarebbe cambiato niente, qualsiasi risposta avessi dato a quelle e alle altre mille che mi stava facendo. Lo guardo solo negli occhi e piango dentro per non dargli la soddisfazione di avermi ferito ancora.
- Dobbiamo prendere una decisione, vedi sei così... Strafottente, ingestibile, sembra che tu voglia sfidare il mondo, ma il mondo non è come lo vedi tu, ci sono delle regole ben precise, delle persone che devono, per il tuo bene, trovare una soluzione e farti trovare la giusta strada, non sei in grado di stare con tuo padre e lui non ce la fa, almeno da solo. Tu scappi, frequenti compagnie e..
No! Lei non l’avevo mai vista prima, ma la amo!
- E tu? Non l’avevi mai vista prima e ti sei buttato tra le sue braccia? Ti rendi conto che sei finito tra le braccia di una sconosciuta, una prostituta che ti ha raggirato e quando ha scoperto che non avevi i soldi, ti ha fatto mandare dai suoi papponi in fin di vita in ospedale? Vedi? Ancora non capisci il pericolo dov'è o devo pensare che tu lo vai a cercare per farti del male? Come posso crederti? Come possiamo noi, compreso tuo padre, non correre ai ripari perché non succeda di peggio? Comunque non dipende da me o da tuo padre, sia ben chiaro, io devo solo riferire e poi ad aiutarti ci penserà un giudice, il nostro compito finisce qui!
No! Voglio tornare a casa mia, io...
Le lacrime mi strozzano le parole. Non riesco a dire più niente, mi sento solo sollevare di peso e intravedo te che mi riporti in stanza, mi rannicchio sotto le lenzuola e non voglio sentire nessuno, ne parlare, ne pensare! Voglio le mie nuvole e lì sprofondare.
- Buongiorno! Comodi, allora cosa abbiamo oggi?
Un minore, Signor Giudice, come da relazione dell'assistente sociale in conflitto con il padre
- Si solita questione, ragazzino viziato con genitori assenti, che lo riempiono di soldi per non averlo tra i piedi ecc. ecc.
No, signor giudice qui il caso è diverso, il ragazzo vive solo con suo papà che purtroppo lavora saltuariamente ed è già assistito da noi e la madre non c'è più. È scappato più volte e l'ultima volta è stato pestato a morte ed è finito in ospedale.
- Ah! Cosa proponete? Casa famiglia diciamo, tre mesi e poi ci rivediamo per eventuale assegnazione ad altra famiglia, sempre che suo padre possa trovare un lavoro stabile e sia in grado di gestire il figlio! Bene, trascriva...
Ciao papà, finalmente sei venuta a prendermi! Cos'hai? Sei arrabbiato! Cos'è successo, cosa ho fatto ancora?
- Tu? Niente? Quando mai tu fai qualcosa? Hai parlato con la psicologa? Con l'assistente? Che ti hanno detto? Niente? Non capisci che peggiori sempre le situazioni? Tu mi uccidi! Lo so è colpa mia, ma io più di questo non riesco a fare! Lavoro dappertutto per quattro soldi che non bastano mai, trovo solo gente che approfitta di me invece di darmi una mano, non so più di chi fidarmi, mi resti solo tu. Ascolta una buona volta e fa quello che ti dicono di fare, così il prima possibile torni a casa e...
E? Cosa facciamo? Sempre peggio, io a scuola sempre che mi prendono in giro, tu a casa non ci sei mai e quando ci sei, divano, sigaretta, telefono e poi sentirti..
Uno schiaffo enorme mi spegne quella rabbia che stava uscendo. Piango nelle mani cercando nel buio di soffocare quel momento. E mi addormento così.
- Ehi, piccolo. Su dai, vieni, alzati, andiamo devi venire con me!
Ciao, signora, non ci siamo più visti, io volevo parlare ancora con lei ma mi han detto che non c'era
- Si lo so me l'han detto, l'altro con cui hai parlato era un mio collega. Ora non preoccuparti, hanno trovato una soluzione per un paio di mesi, anzi tre per dire il vero, poi torni a casa, intanto a tuo padre gli hanno trovato un lavoro e forse cambierete anche casa e quartiere e... verrai più vicino a dove sono io così potremo parlare di più, che dici? Dai, sorrisino! Ok? Andiamo, abbracciami! Così bravo, prendi lo zaino, forza! Dai asciuga quei lacrimoni, vedrai ti troverai bene, in mezzo ad altri ragazzi e non pensare ad altro, lascia che pensino gli altri.
-Mi devi solo promettere invece che se qualcosa non va me lo dici e non scappi! Promesso?
Si, quando ci rivediamo? Quando vieni a trovarmi? E mio padre, può venire?
- Ehh quante domande, si vengo due volte a settimana e qualche volta anche il papà, ok?
Saliamo su una macchina e dopo ore e ore arriviamo...
Che posto grande, un giardino che sembra un parco. Evviva avrò anche una stanzetta tutta per me?
- Si, divertiti e non pensare troppo, ci vediamo fra un paio di giorni e mi racconti tutto, mi prometti che se non ti trovi bene me lo dici e non scappi?
Mentre l'abbraccio dico si e un'altra signora, che sembrava la mia nonna, mi fa entrare in una casa finalmente!
Tutto bello, pulito, in ordine, profumato di lavanda dentro e gelsomino fuori, nel giardino, dove, su una panchina di legno che adoro passo i giorni, a volte anche sotto la pioggia.
Si giorni e giorni che non vedo nessuno, ne la signora, ne mio padre. Ho chiesto e mi hanno risposto che sono lontani che forse questo fine settimana vengono a trovarmi. Ma glielo dico che non voglio stare lontano, che qui non tutti mi vogliono, che alla sera devo andare a letto presto, anche se non ne ho voglia, che mi accorgo quando di notte o durante il giorno qualcuno mi controlla. Ma io stavolta non scappo, resisto è meglio di casa mia.
Non faccio più brutti sogni dove la mamma mi abbraccia e mentre lo fa muoio soffocato, o mi stritola le ossa o dove alla fine rimaniamo soli io e lei, davanti a un fuoco e poi succede il putiferio. E vorrei parlare con la signora, l'unica che mi lascia parlare senza arrabbiarsi, quando viene? L'ho vista solo una volta da quando sono qui.
Non resisto più devo andare via.
Ora tutto è finito.



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Racconto scritto il 17/03/2018 - 15:47
Da Savino Spina
Letta n.432 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Azzeccata la scelta di scrivere questo racconto con l'io narrante in prima persona. Si entra più facilmente, in maniera totale, nella personalità di questo ragazzo alle prese con disturbi psichici le cui origini sono ben intuibili. Ho scritto anch'io sull'argomento, ed anch'io l'ho fatto in prima persona. forse pubblicherò qualcosa, ma sono racconti lunghi i miei, poco graditi. Un saluto.

Corrado B. 19/03/2018 - 17:23

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Nel tuo racconto ha descritto un argomento forte e spigoloso; evidenziando "lo stigma" il pregiudizio nei confronti di chi soffre di un disturbo psichico e che porta spesso la comunità a etichettare il malato come matto. L'hai trattato con semplicità disarmante; dimostrando che le persone tendono a pensare che i disturbi psichici siano qualcosa di cui ci si debba vergognare, che segnano per sempre e che per curarli si possa fare ben poco ed è qui che sbagliano. C’è infatti un altro pregiudizio diffuso, quello secondo cui i malati mentali siano in qualche modo responsabili del loro disturbo e a causa dello stigma chi soffre di un disturbo psichico viene spesso isolato. Concordo con te, che abbandonare i pregiudizi e guardare alla malattia mentale per quello che è e cioè una malattia come un’altra, meno grave di tante altre anche perché curabile, e associata a risorse ancora non del tutto esplorate ed è giusto parlarne liberamente.

Pica Giulia 17/03/2018 - 20:37

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