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Amore a prima vista

Ormai avevo diciassette anni e di lì a qualche giorno sarei diventata maggiorenne. Mi feci convincere da Gabriele a chiedere ai miei il permesso di andare una domenica in gita sulle montagne di Madonna di Campiglio, in compagnia dei miei amici di città. Il pullman era stato organizzato dallo Sci Club di Torri del Benaco, un pittoresco paese della sponda veronese del lago di Garda.
Gabriele aveva a che fare con quello Sci Club, non so come, e mi aveva iscritto procurandomi i biglietti gratuiti.
Non potevo rifiutare, e mio padre, visto che c'erano tutte le sicurezze del caso, mi diede il sospirato permesso.
Alle sei e trenta precise ero in piazza Rovetta, dove avrei dovuto incontrare Gabriele. Il passaggio del mezzo era previsto per la sei e quarantacinque, quindi ero in buon anticipo.
Gabriele mi aveva chiesto più volte se volevo essere la sua ragazza, ma in città tutte noi lo conoscevamo. Di ragazze ne aveva una fissa da anni, ben più matura di me, ed altre sbarbine della mia età che lui si spupazzava a giorni alterni. Io rifiutai le varie proposte, ma restammo comunque amici, anche perché lo era pure di mio fratello. Mi aspettavo che arrivasse di lì a poco, magari in buona compagnia, ed invece vidi solo un ragazzo strano, alto e dinoccolato, che si portava una montagna di attrezzature caricata su un carrello che pareva un passeggino a tre ruote.
Lui era in ritardo ed io ero già salita sul pullman, quindi non ci incrociammo, ma la scena divertente fu quando si mise di traverso all'automezzo per fermarlo nella sua partenza.
« Dove vai senza di me? E chi lo fa il baby sitter, se mi lasci a piedi? » urlava all'autista quel tipo, allargando le braccia.
Sull'autobus nacque un trambusto e i dirigenti dello Sci Club, da quel che potei capire, convinsero l'autista a fermarsi, sostenendo che quel “pazzo scatenato”, ricordo che qualcuno usò quelle precise parole, era uno Sponsor della manifestazione. Da quel che capii c'era una gara sociale, in programma.
« Fermati, più della metà delle attrezzature ce le ha vendute lui; è uno sponsor, è il proprietario del Foro Sport » , dissero all'unisono.
Salì, mentre l'autista smoccolava perché doveva sistemare sci, scarponi e quant'altro nel bagagliaio, e salutò tutti con una allegria contagiosa.
Esordì dicendo:
« Mi piacerebbe essere al mare, ma vada per la neve...le classiche fatiche della domenica! »
Da quel momento non lo persi di vista un attimo. Volevo capire diverse cose, per esempio cosa intendeva con baby sitter. E poi il nome del suo negozio mi risultava strano: Foro Sport. A meno che lo avesse aperto nella zona di Foro Boario, un quartiere della città che conoscevo poco. Non riuscivo ad immaginare altri motivi plausibili per dare quel nome ad un negozio di articoli sportivi.


Poco dopo la partenza mi fu chiaro perché quel tipo alludesse alla sua mansione di baby sitter. Uno dopo l'altra, ragazzini e fanciulle fra i dieci e i quattordici anni si diressero nel fondo del pullman, dove quel giovanotto si era sistemato. Bambini e bambine occuparono i quattro posti in fondo, ed anche qualche poltrona più avanti. Saranno stati una decina, per lo più bambine, figlie o sorelle dei campioni di sci che partecipavano alla gita, e forse alla gara in programma.
Io, alla chetichella, mi avvicinai alla combriccola, ma senza farmi notare. Partecipavo, ma senza dare nell'occhio.
Lo conoscevano bene, tutti quanti, e lo chiamavano Rico, anche se capii più tardi che il suo nome per esteso era Enrico.
Le bambine erano le più scatenate. Alcune si erano sedute sulle sue gambe, ed altre si litigavano il posto vicino a lui.
La scenetta mi faceva sorridere; era troppo divertente. Enrico pareva la brutta copia di Gesù, meno bello e con i capelli ricci, ma altrettanto carismatico. Ero incantata da quella visione e confesso che, apparentemente senza alcun motivo, ero diventata curiosa. Mi chiedevo: cosa farà mai adesso, come farà passare il tempo a quelle ragazzine che assordavano il pullman con le loro grida gioiose?
Non mi ero ancora posta la domanda che già una sua iniziativa mi forniva la risposta.
« Che tipo di storia volete? Quelle sul principe azzurro e la bella principessa oppure sugli animali del bosco, o quelli della foresta? »
Iniziò così una trattativa tra Enrico e le bambine per decidere quale tipo di storia doveva inventarsi e quali dovevano essere i protagonisti. Io non credevo alle mie orecchie. Come poteva inventarsi lì per lì una favola che non annoiasse e che allo stesso tempo fosse nuova, anzi mai raccontata da anima viva?
Poi capii. Lui coinvolgeva bambini e bambine, o per meglio dire ragazzine, nel suggerire lo svolgersi della trama.
« Volete che il principe vinca la sfida per avere in sposa la principessa oppure deve perdere? »
E dopo la scontata risposta chiedeva ancora:
« Che sfida gli facciamo fare contro il cavaliere nero: spada, tiro con l'arco o corsa nei boschi a cavallo? »
E in quel modo il tempo passava, e non solo a quei ragazzini, ma pure a me che tra un tornante e l'altro mi giravo ad ascoltare, nascondendomi dietro lo schienale.
Qualche volta incrociammo lo sguardo, e lui mi sorrise, facendomi segno con le mani di andare a sedersi sulle sue ginocchia.
“ Vuoi vedere che mi ha scambiato per una bambina “, pensavo. Sì, lo sapevo di non dimostrare i miei quasi diciotto anni, ma almeno sedici doveva darmeli. Ero ben più grande di quelle ragazzine.
La sua abilità nel narrare stava nei timbri di voce; bello e limpido, squillante, quello del principe, roco e gutturale quello del cavaliere nero.
« A me fellone. Assaggerai la lama della mia spada » tuonava il principe azzurro.
Al che qualcuno obiettava:
« Cosa vuol dire fellone? E' una cosa cattiva? »
E allora Enrico ne approfittava per guadagnare tempo e dimostrare la sua cultura.
« Il fellone è un uomo cattivo, un briccone, una canaglia, un filibustiere, un manigoldo, insomma un mascalzone »
Alla fine della favola il principe azzurro vinceva la sua sfida ma risparmiava la vita al cavaliere nero, riscuotendo i battimani di tutta la compagnia.
« E poi si sposano...si baciano...lui va a vivere nel castello del re? » , erano le ovvie domande.
Ma ormai eravamo arrivati a destinazione. Tutti insieme scendemmo dal pullman, e gli sciatori, provetti o meno, si accalcavano per recuperare sci e scarponi dal bagagliaio. Io non avevo niente con me, solo un paio di doposcì che già avevo indossato prima di arrivare a Madonna di Campiglio. Passai una giornata sulla neve a slittare e fare pupazzi, insieme ad altre ragazze più piccole di me. Per me, inesperta di montagna, tutta quella neve era già una festa, anche se mi sentivo sola perché non conoscevo nessuno. E in quella solitudine avvertivo un vago senso di malinconia... continua




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Racconto scritto il 08/06/2018 - 14:30
Da Franca M.
Letta n.128 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Scritto in modo scorrevole de vivace, i personaggi incuriosiscono e così aspetto il seguito!

Grazia Giuliani 08/06/2018 - 21:11

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Bello e ben scritto.
Conosco i posti, sono innamorato della Val di Genova.
Un saluto

Loris Marcato 08/06/2018 - 20:36

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Grazie Paola...la seconda parte è più bella, credo, ma mi hanno consigliato di pubblicare in due spezzoni per la lunghezza...così la storia perde un po'. Grazie tante.

Franca M. 08/06/2018 - 19:47

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Mi è piaciuto questo racconto...
La storia è carina e si fa leggere piacevolmente, in quanto scritta anche bene

PAOLA SALZANO 08/06/2018 - 19:07

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