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Il labirinto del doppio

Il Labirinto del Doppio


Elena stava aspettando la metropolitana sulla banchina affollata, quando il treno in arrivo sollevò una ventata d'aria. Voltando la testa verso sinistra, il cuore le si fermò: a pochi metri da lei, una donna con il suo stesso identico taglio di capelli, lo stesso cappotto verde e persino la stessa minuscola cicatrice sul labbro la stava fissando sotto shock, come se stesse guardando dentro uno specchio.


Entrambe le donne rimasero lunghi istanti a fissarsi. Una pensava di essere pazza e l'altra non riusciva a capire se stesse sognando a occhi aperti. Attorno a loro la folla della stazione continuava a scorrere come se nulla fosse, mentre per loro il tempo si era completamente congelato in quel metro di distanza che le separava. Poi, una di loro si avvicinò all'altra con estrema cautela.


Con passi lenti e quasi timorosi di rompere quell'incanto assurdo, si portò a pochi centimetri dal suo alter ego. Alzò una mano tremante, sfiorando appena il tessuto del cappotto verde dell'altra, e con un filo di voce quasi impercettibile sussurrò: "Chi sei? Anzi... perché hai la mia faccia?".


"Io sono Alessia e tu sei uguale a me, ma io non ti ho mai vista prima d'ora", rispose l'altra, visibilmente scossa.


"Io sono Elena", replicò la prima, sentendo la propria voce vibrare di un'eco quasi irreale. Le due donne si guardarono le mani, scoprendo con un brivido che persino le venature della pelle e la forma delle unghie coincidevano, eppure i loro ricordi appartenessero a due vite completamente separate. Alessia si chiese che senso avesse quell'incontro ravvicinato.


Mentre cercava una risposta logica, lo sguardo di Alessia cadde sulla borsa di Elena, che era identica alla sua. Sentendosi osservata, Elena aprì la cerniera per prendere un fazzoletto, rivelando per un secondo il contenuto: dentro c’era una vecchia fotografia in bianco e nero che ritraeva un neonato tra le braccia di una donna col viso oscurato da una fitta macchia d'inchiostro. Alessia sussultò e disse ad alta voce: "Ma anche io ho la stessa foto a casa!".


Elena sgranò gli occhi, stringendo la borsa al petto come se volesse proteggere quel segreto. "Non è possibile", sussurrò con un filo di voce, "questa foto ritrae l'unica cosa che mi resta delle mie origini, prima che venissi adottata".


Si avviarono verso un posto più tranquillo per conversare, un piccolo caffè defilato in una via secondaria, cercando un tavolo d'angolo lontano da sguardi indiscreti. Non appena si sedettero, Elena poggiò sul tavolo la sua fotografia, mentre Alessia la fissava con il cuore in gola, ripetendo mentalmente che quella stessa immagine identica, con quel volto di donna oscurato dall'inchiostro, la stava aspettando a casa nel cassetto del suo comodino.


Elena ascoltò le parole di Alessia in un silenzio carico di tensione. "Se a casa hai davvero la stessa foto", disse Elena, fissandola intensamente, "allora dobbiamo andarci subito. Ma prima rispondimi a una cosa: quanti anni hai? E qual è il giorno del tuo compleanno?". Alessia deglutì, sentendo un brivido lungo la schiena, e pronunciò la data della sua nascita. Elena sbiancò: era lo stesso identico giorno, alla stessa identica ora. Non c'erano più dubbi: erano gemelle separate alla nascita. Decise a scoprire chi avesse orchestrato quell'inganno, Alessia propose di prendere un taxi per andare a casa sua, ma proprio mentre si alzavano dal tavolo, il barista si avvicinò con il conto.


Il barista posò lo scontrino sul tavolo, le guardò alternativamente negli occhi e disse a bassa voce: "Vedo che alla fine vi siete trovate. Era ora. Vostro padre vi sta aspettando al solito posto". Prima che Alessia o Elena potessero formulare una qualsiasi domanda, l'uomo si girò e sparì oltre la porta sul retro del locale, lasciandole nel panico più totale.


Sconvolte da quel commento inquietante, le due donne abbandonarono il bar e salirono sul primo taxi disponibile, dirette verso l'appartamento di Alessia. Durante tutto il tragitto nessuno dei due osò parlare: l'idea che un perfetto sconosciuto sapesse della loro esistenza e che un "padre" le stesse aspettando da qualche parte stava facendo crollare ogni loro certezza psicologica. Arrivate a casa di Alessia, entrarono in fretta e corsero verso la camera da letto. Alessia aprì il cassetto del comodino con le mani che le tremavano violentemente, afferrò la sua fotografia in bianco e nero e la portò in soggiorno, dove Elena la stava aspettando tenendo in mano la propria.


Le disposero l'una accanto all'altra sul tavolo, sotto la luce della lampada. Erano identiche in ogni millimetro, compresa la macchia d'inchiostro sul viso della madre. Ma girando contemporaneamente i due cartoncini per cercare una data, notarono una scritta a matita sul retro che si completava solo unendo le due foto, come un puzzle: la prima metà recitava "Nulla è reale...", e la seconda metà "...se lo ricordi da sola". In quel preciso istante, il telefono fisso dell'appartamento di Alessia cominciò a squisare nel silenzio della casa, con un suono acuto e insistente.


Alessia sollevò il ricevitore con dita gelide, portandoselo all'orecchio. Dall'altro capo della linea non giunse una voce sconosciuta, ma una melodia soffusa, lo scricchiolio di un vecchio vinile che trasmetteva un carillon d'infanzia. Una musica che sia lei che Elena ricordavano perfettamente, impressa nei loro incubi ricorrenti. Fu allora che Elena, fissando lo specchio sopra il divano, lanciò un grido soffocato. Alessia si voltò a guardarla e, seguendo il suo sguardo, sentì la realtà accartocciarsi su se stessa: riflessa nello specchio non c'erano due donne distinte, ma una figura sola. Alessia stringeva il telefono con la mano destra, mentre Elena, nello specchio, compiva lo stesso esatto movimento.


La porta d'ingresso dell'appartamento si aprì lentamente. Sulla soglia comparve un uomo anziano in camice bianco, lo sguardo colmo di una profonda e severa compassione. Era il dottor Vance, il neuropsichiatra che la seguiva da anni, l'uomo che Alessia aveva sempre chiamato "Padre" nella nebbia della sua mente malata.


“Alessia, posa il telefono”, disse l'uomo con voce calma, avanzando nella stanza. “Il barista, la metropolitana, la foto divisa a metà... è stata tutta una proiezione del tuo trauma. Elena non è mai salita su quel taxi con te. Elena è la parte della tua mente che ha rimosso l'incidente di vent'anni fa. La foto che hai nel comodino è intera, Alessia. Guardala.”


Alessia abbassò gli occhi sul tavolo. Non c'erano due fotografie. C'era un unico pezzetto di carta ingiallito. La macchia d'inchiostro sul volto della madre non era un difetto di stampa, ma il vuoto lasciato dal proiettile che, vent'anni prima, aveva diviso per sempre la sua vera famiglia. Elena non era una sorella ritrovata, ma il nome che Alessia portava prima di quel giorno di sangue, la sua identità perduta che cercava disperatamente di riemergere dal labirinto della sua mente per perdonarsi di essere l'unica sopravvissuta.




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Racconto scritto il 07/10/2026 - 06:50
Da Costanxs Nasi
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