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Solitudine

Ogni tanto e specie quando la malinconia riesce a farla da padrona, mi ritrovo senza volerlo a osservare attentamente ciò che mi circonda, guardo la gente e le cose e tento di cogliere situazioni e stati d’animo. E’ una sorta di processo inconscio che mi porta a percepire ciò che mi sfiora, e le sensazioni che avverto, a volte sono piacevoli e diradano i miei languori di tristezza, altre, invece, sono turbolente e mi fanno sprofondare nella voragine dello sconforto.
Mi sono sempre domandato se questo modo di parlare con me stesso e questa maniera di vivermi, possano stare dentro i canoni della normalità comportamentale o appartengano alle stranezze, anche se credo, semplicemente, che è di tutti, di tanto in tanto, avvertire dentro sé il bisogno di guardarsi intorno, per levarsi da dosso il pesante involucro dell’automa che omologa fino a far apparire il risveglio del mattino solo come assurda attesa dell’assopimento serale. E durante la giornata? Tutto è calcolato, scontato e scelleratamente quotidiano e abitudinario Una routine che conduce alla noia mentale, fino a generare il mancamento della percezione di sé.


Poi tuttavia si riceve una chiamata da lontano.
Un parente ti comunica una brutta notizia, che avverti come una dolorosa sferzata sulla schiena. La fitta, però, ti scrolla di dosso il torpore della routine e ti ammanta di dispiacere e commozione.


“Volevo dirti che è morto il figlio di Ciccio..., cancro al cervello”.
“Oh madonna, no!, non è possibile. Vorrei non crederci, che dolore e quanta pena per quei poveri genitori…”


Nel rispondere, avverti che la voce ti rimane semi-soffocata in gola. Vorresti aggiungere altro per esternare lo sconforto che stai provando, ma senti di essere bloccato. Non trovi altre parole, anzi, ti accorgi che non c’è proprio nient’altro da dire e devi arrenderti ad un fatto ineluttabile.
In quel momento, solo la commozione ti appartiene, la pietà che provi, e il resto lo scarti perché è oltre di te.


Anche se ti senti scombussolato, recuperi il formale. Devi esserlo. Pensi che sia giusto far giungere una tua presenza a quei genitori.
Non puoi farlo di persona, data la lontananza e, allora, pensi ad telegramma; una presenza, sia pure virtuale, bisogna farla giungere..


Fai tutto da casa. Per telefono..
- Buon giorno signore. Sono l’operatrice numero 17, come posso esserle utile?
- Devo dettarle un telegramma.
- O.k. mi dica. Destinatario?
- Bianchi, via, eccetera.
- Testo?
- Vi siamo vicini punto preghiamo per il vostro bambino stop
- Mittente?
- Rossi, via eccetera. Mi scusi signorina, quando giunge a destinazione?
- Nella mattinata di domani, signore.
- Mi rilegge il testo per cortesia?
- Certo signore. Vi siamo vicini………..
- Va bene. Lo invii, grazie.
- Una cosa, la prego: quanti anni aveva il bambino, signore? Di cosa è morto?
Non avresti voglia di rispondere, avverti un fastidioso senso d’intrusione, d’invasione della tua sfera privata. Allora cosa fai? Stai in pausa un attimo e ti rendi conto che, dall’altra parte del cavo telefonico, una persona ha anch’essa scomposto la sua routine.
Rispondi lapidario.
- Otto. Cancro al cervello.
- Orrendo, anch’io ho dei bambini,,, le chiedo scusa signore, non dovevo, mi dispiace davvero tanto.
- Non si preoccupi. Buon lavoro.
- Signore, mi chiamo Giulia…anch’io sto soffrendo per i miei figli, il padre li ha abbandonati, se n’è andato via con un’altra. Mi scusi di nuovo. Non so perché le sto raccontando queste cose, non lo so proprio ma parlando con lei ho avvertito una strana sensazione di sollievo.


Muto di nuovo. Stai lì con la cornetta del telefono appiccicata all’orecchio mentre nella testa ti balenano tanti pensieri interrogativi, ai quali non riesci a dare immediata risposta.
Ti sforzi di trovare il nesso tra i fatti della vita privata che Giulia, dall’altra parte del cavo telefonico, ha appena finito di raccontarti e la sua esternazione sulla sensazione di sollievo provata per averteli raccontati.


Ti si accende in mente una lampadina; ti lampeggia in mente l’idea della solitudine e te la ritrovi stampata in testa con due grossi segni di interpunzione: un punto esclamativo seguito da un punto interrogativo. Così: SOLITUDINE!?


Tutto ti diventa, improvvisamente, chiaro e ti viene anche di rispondere a Giulia che è ancora lì ad aspettare un tuo segno.
- Si sente sola. Vero?
- Ora si, signore. M’immedesimo in quella madre che sta piangendo sul proprio figlio morto. Il senso d’abbandono è sconfinato in quelle circostanze. E’ lì che si avverte, veramente, la solitudine, ti si materializza addosso e pesa, soffoca, e, assurdamente, porta a ritener logico essere la morte, a volte, unica soluzione per liberarsene.


La voce di Giulia si affievolisce e tende a divenire rauca, è come se qualcosa le ostruisse la gola.
- Signore, mi dispiace ma ora devo proprio salutarla. Buona giornata.
Rispondi appena, per gesto di cortesia, non per altro.
- Buon lavoro Giulia e, anche a lei, buona giornata.


Pensi di aver chiuso, definitivamente, quella conversazione ma ti rendi conto che non è bastato mettere giù la cornetta del telefono per stopparla, perché quel dialogo aveva aperto il varco all’emotività che avverti dentro, come un languore, alimentato da un eco rimasto nei timpani, quello del tono accorato del commiato di Giulia.
Giulia, infatti, avrebbe voluto continuare a dialogare se fosse riuscita ad allontanare da sé la pesante cappa di solitudine generata da quell’approccio, che l’aveva piegata e costretta a soffocare il pianto in gola.


Tu, quel dialogo lo continui con te stesso, però.
Il concetto della solitudine non ti abbandona e ti passano nella mente, con l’immediatezza di un flash, tantissime immagini di momenti della solitudine che avverti intorno a te, palpabile e cruda: Il sorriso di persone a te care che sono andate via per sempre, gli occhi nerissimi, luminosissimi, pieni di lacrime e dallo sguardo legato alla vita, dei bambini negri che, senza alcuna pietà, muoiono di fame; e, assurdamente, anche gli occhi semi-spenti dei bambini, figli obesi del progresso, che muoiono anch’essi ma di noia però, perché hanno tutto. Molti altri fotogrammi di vite e di vissuti, fatti di opposti, ti scorrono in testa e l’elemento dominante, padrone del pensiero è, e rimane, come un fantasma fisso, la solitudine che sconquassa tutto e partorisce l’uomo “ego sum” dispensatore di egoismi e di desolazione.
Eppure il sole, all’alba quando nasce, la luce la diffonde dappertutto.




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Racconto scritto il 24/03/2020 - 16:50
Da guido iannone
Letta n.105 volte.
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Commenti


la solitudine porta a fare delle cose che in un momento normale non penseremmo di fare, un testo originale e scorrevole.

Maria Luisa Bandiera 26/03/2020 - 09:49

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Concetti di vita presenti in tanti di noi che tu esprimi con estrema proprietà di linguaggio. Fai di te stesso un autoanalisi profonda ed accurata. Molti di noi ad ogni risveglio, oltre a guardarci intorno, ci ritroviamo con un asciugamano in faccia a guardarci allo specchio, ed a chiederci cosa faremo quel giorno e a chi diremo: 'Buongiorno' senza dover usare il telefonino. Complimenti ed alla prossima.

santa scardino 25/03/2020 - 18:35

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