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L’ORRIBILE APOTEOSI DELL’ASPIRAPOLVERE GUARDINGO

Quanto vorrei che quella domenica mattina mi fossi svegliato con prospettive completamente diverse.Già il posizionare il piede nudo sul pavimento mi mise a disagio,l’alzarmi in piedi mi fu fatale,non tanto perché lo giudicai affrettato,ma perché mi ero ripromesso che avrei dato splendore all’appartamento e la scelta ricadde proprio per quel giorno,l’ultimo della settimana,nell’ultima domenica del mese.Caddi in molteplici abissi quando scesi le scale per recarmi in cucina.Preparai un po’ di caffè e presi in ostaggio la mia urgenza,sul tavolo la marmellata e il pane,sotto il tavolo le mie antiche paure.Accesa la tv mi proposi all’ascolto delle notizie di cronaca e attualità.Tutt’attorno vidi animarsi le tazzine,le posate,i tovaglioli e il cestino dei rifiuti.Essi seppero mostrarmi il sogno e il delirio.Sembrò di vivere una fiaba,la più oltraggiosa e infida.Risalii le scale e feci irruzione nel bagno.M’accettai con sufficienza allo specchio,riordinai i capelli e piansi.Qualcosa di avvilente stava per accadere.Feci il letto e spolverai,sbattei i tappeti con pigrizia e rassegnazione.Ma in ogni caso il momento fatale giunse.L’aspirapolvere l’ebbi riposto per l’ultima volta nell’armadio,non so nemmeno da quanto tempo.Nell’angolo oscuro sapiente di solitudine.I ricordi apparvero come in una fitta nebbia,distinsi i contorni,non l’aspetto totalitario.Questa fobia per l’elettrodomestico risalì a quando ero bambino tra perdite e sospiri.Mia madre che canticchiando ne fece uso non s’accorse del piccolo orsetto di pezza in mezzo alla stanza.Così devota al lavoro e senza marito parafrasava i sensi perduti.Dunque,egli venne risucchiato con una veemenza tale che dall’altra parte della stessa,io potei sentirne le sue grida,le sue agonie.Lo chiamai “Dodo” fin dai miei primi vagiti esistenziali.Quando mia madre lo estrasse e lo mise nelle mie mani scarne,io non lo riconobbi o non lo accettai semplicemente.Sembrò alquanto impuro senza più la stessa vita di prima negli occhi.Il suo destino ricadde con fragore.Il “mostro” uccise i miei sogni.Quindi quella domenica,sconfitto,rinunciai all’aspirapolvere e impugnai la vecchia scopa,arrugginita e morente,come può un angelo,come può nelle favole una strega e come può un errante abominevole



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Opera scritta il 26/04/2019 - 13:59
Da Mirko Faes
Letta n.1165 volte.
Voto:
su 4 votanti


Commenti


Vi ringrazio.Seby grazie per la tua critica costruttiva.Ho corretto il testo,almeno spero,ma non lo invierò subito.Amo scrivere,anche se preferisco la poesia ai racconti brevi.Ti ringrazio perché così potrò migliorarmi.Ringrazio Ernesto,Grazia e la carissima Laisa.Vi chiedo scusa se sono poco partecipe ma è un periodo che non mi dà tregua

Mirko Faes 26/04/2019 - 21:42

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un mondo incantato
una perdita importante
e poi, l'aspirapolvere...
decisamente piaciuto

laisa azzurra 26/04/2019 - 21:21

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Bel racconto ma c'è qualcosa nei tempi verbali che stona un po' e non lo rende molto fluido ed orecchiabile. Il tema invece m'è piaciuto parecchio, un trauma dal passato mai superato che ritorna e che preferisci evitare. Complimenti.

Seby Flavio Gulisano 26/04/2019 - 17:42

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Una sferzata di parole e significato...
Molto bravo

Grazia Giuliani 26/04/2019 - 15:42

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Complimenti. Scrivi molto bene

Ernesto D'Onise 26/04/2019 - 15:31

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