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L'inquietudine del sereno

A poco a poco
maturano le foglie
e l'azzurro torna a vibrare d'ali
prima s'ingolfava
il tumulto delle nubi
ora ne rimane un gregge
che bela di perle
tra pozze celesti
e io
e le mie storie sottese all'alba
disfatti, lasciati a svernare
al fremito delle fronde
Ma dov'è il cupo braciere
dei lampi?
Rosa è il giorno e più nero
lo gradirei, perché la calma
che appare chiara e pulita
mi scompagina,
guasta il piacere
che ho del subbuglio.
Chiedimelo, mostramelo, obbligami
pure al limpido ruggire del sole
io alle ombre non so rinunciare:
popolano il mio mondo,
e inquieta condanna
è la mia terra.
Tenderò sempre e per sempre
al buio che si condensa in alto
a orizzonti gonfi di pioggia
e alle vele che non smettono
la loro danza alla bufera
Si torni preso a novembre,
Al bubbolìo lontano
e allo scrosciare di nubi
Indefesso, infestante, interminabile!
Saprò come accoglierlo a bocca spalancata
vagando tra campi
di pioggia mai interrotta;
Così implacabile e lenta appare
La sopravvivenza alla tempesta
nel viverne senza:
a un cuore inquieto non si mostri
mai la calma del sereno,
non ne coglierebbe che
il senso di un giaciglio
dove spegnersi in malinconia



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Opera scritta il 18/04/2020 - 15:35
Da Matih Bobek
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