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il viaggio che non fu

Il treno correva lungo i binari come un pensiero troppo difficile da fermare. Dentro uno scompartimento semi vuoto, lui sedeva con lo sguardo fisso fuori dal finestrino, ma senza davvero guardare.
I suoi occhi erano pieni di passato.
Un amore che l’aveva consumato, un addio mai superato, e quella perdita – quella maledetta perdita – che ancora gli bucava il petto ogni volta che il silenzio si faceva troppo forte.


Era stanco. Di rimpianti, di notti a guardare soffitti, di giorni trascinati come catene.
Si chiedeva se avrebbe mai ricominciato a vivere, davvero.


Poi, la vide.


Era salita a una fermata qualunque. Si era seduta poco più avanti. Niente di clamoroso: un sorriso mentre sistemava la sciarpa, uno sguardo gentile rivolto a una signora anziana. Ma in quell’istante qualcosa si aprì.
Una crepa nella corazza. Un battito in più.
Un pensiero pazzo: “Parlale. Trova una scusa, qualsiasi.”


Il cuore cominciò a battere più forte. Il cervello lo bombardava di paure, ma il cuore… il cuore urlava vita.
Dopo minuti che sembrarono ore, si alzò. Mani sudate, voce stretta in gola.
«Mi scusi, ma… quel libro… l’ho letto anch’io. Posso chiederle cosa ne pensa?»


Lei alzò gli occhi. Sorrise. E rispose.


E da lì cominciò tutto.


Parlarono. A lungo. Della vita, dell’amore, dei sogni e dei dolori. Di viaggi mancati e di paure condivise.
Scoprirono incastri. Ferite simili. Speranze ancora vive.
Alla stazione successiva si scambiarono i numeri.
Alla sera stessa, si scrissero.
Poi un caffè.
Poi una cena.
Poi le notti. Poi le promesse.


Era un amore che travolgeva. A tratti li schiantava. Litigavano, si perdevano, si ritrovavano. Ma ogni volta tornavano. Sempre. Come il mare con la riva.


Costruirono. Una casa, una famiglia, una storia. Ebbero figli, risate, tempeste. Il tempo li segnò ma non li spezzò mai.
Lui era felice.
Dopo tutto quel buio, era tornata la luce.


Poi, a 78 anni, con il fiato corto e le mani fragili, era su un letto d’ospedale. Lei seduta accanto, a stringergli le dita.


«Grazie,» sussurrò. «Per ogni giorno. Per avermi salvato.»
Chiuse gli occhi.


E si risvegliò.


Il treno correva ancora. Lo stesso paesaggio. La stessa luce. La stessa voce che annunciava la prossima fermata.
La donna… non c’era.
Era scesa. Fermate prima.
Il libro, il sorriso, la conversazione: tutto era stato un sogno.
Lui non le aveva mai parlato. Era rimasto seduto, incatenato dalla paura.


E ora, c’era solo il silenzio. Solo il rimpianto, un grande vuoto.


Si passò una mano sul viso. Lì dove, un attimo prima, c’era la carezza di una vita.
E pensò:


“Quanto può cambiare una vita… con una parola non detta.”


Il treno andava avanti. Ma lui era rimasto lì.
Per sempre.
A quel treno.
A quel sogno.
A quel viaggio che non cominciò mai.


(Racconti Brevi)




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Opera scritta il 12/07/2025 - 10:51
Da IL CONTE M.
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