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La mosca

Un piccolo vaso con un nastro colorato, dentro, adagiata pigramente, una Dionaea muscipula che Charles guardò un po’ perplesso cercando di non far trasparire la sua delusione.
A nessuno dei suoi amici era mai stata regalata una cosa così inutile.
Dai suoi otto anni non fece altro, a sua volta, che regalare un largo sorriso riconoscente e depositare il piccolo vaso sul davanzale, facendolo accarezzare da un timido sole di Shrewsbury. Dimenticandolo.
Il pomeriggio successivo, mentre si sforzava ad essere diligente e dedicarsi allo studio, una mosca petulante lo distraeva, infastidendolo con il rumore del suo volo e così sfrontata da passeggiare su di lui, sfregolandosi le ali a ogni sosta, come se fosse un buon argomento su cui ostinarsi.
L'obbligo allo studio e quel disagio lo avrebbero costretto a porre fine a quell’insolenza, quando la mosca scomparse. Inizialmente provò un senso di liberazione, ma il dubbio che da un momento all’altro potesse tornare non lo tranquillizzò. Anzi, il fatto che non ci fosse, aveva ottenuto l’effetto di amplificare i suoi sensi e il silenzio l’inquietudine.
La stanza era chiusa e non poteva essersi dissolta all’improvviso. Cominciò allora ad agitare per la camera un cuscino, la prima cosa che gli fosse capitata fra le mani, sperando, che muovendo così l’aria, sarebbe riuscito a stanarla e poi catturarla.
L’insetto lo stava deridendo, cominciò a pensare Charles. Quel piccolo essere, magari, si era rannicchiato tra qualche libro e restando immobile lo guardava mentre si agitava scoordinato, con l’intenzione di continuare appena lui avesse smesso di rendersi ridicolo.
Era sicuro che prima o poi, la mosca sarebbe ricomparsa e in quel caso aveva ben in mente cosa le avrebbe fatto. L’avrebbe infilzata con un ago lasciandola agitarsi fino allo sfinimento, oppure le avrebbe tolto le ali per guardarla roteare su se stessa, impazzita.
Finalmente, avrebbe finito di spiarlo con quegli occhioni neri incastonati su quella testa pelosa.
Proprio un attimo prima di riprendere la lettura volse lo sguardo verso quella pianta carnivora, il regalo di compleanno, e si accorse che una di quelle bocche lanose fosse chiusa. Le si avvicinò per guardarla meglio e quell’intuizione si fece certezza. Al suo interno la sua mosca era viva, ma serrata in una morsa letale.
Ne fu affascinato.
Charles si avvicinò e con una piccola lente osservò meglio quell’insetto fastidioso imprigionato. Sembrava stesse muovendo una zampetta in maniera indipendente, come fa solitamente Apollo, il cavallo mustang della vicina di casa, quando segnala un pericolo o richiama l’attenzione per qualcosa.
Beh, tutto ciò sembrava assurdo ma la zampetta che tamburellava e lo sfrigolio delle alette potevano essere veramente qualcosa. Forse stava cercando di comunicare…il codice morse. Certo, perché non ci aveva pensato prima!. Lo aveva imparato in una di quelle escursioni scolastiche e adesso poteva essere utile.
Prese carta e penna, si mise davanti la pianta aspettando che la mosca iniziasse quel suo balletto.
Un colpo di zampetta e uno sfrigolio, due colpi di zampetta, altri due colpi pelosi e uno sfrigolio, un altro frullare delle alette e poi altri tre ancora.
Il colpo della zampetta come un punto e lo sfrigolio come una linea: AIUTO.
Ecco cosa stesse dicendo.
Charles si scostò immediatamente, si guardò intorno incredulo e sentì il bisogno di svelarlo:” Mamma, papà, correte…la mosca!”
La riguardò. Immobilizzata in quella morsa. Prese una matita e l’infilò tra le fauci della pianta carnivora e iniziò a far leva, allentandone la presa quanto bastasse perché la mosca ne uscisse. Planò sicura sul davanzale. Sembrava stesse boccheggiando, mentre alzava la testa muovendola di qua e di là come per guardarlo meglio. Charles era sicuro che, appena si fosse ripresa, avrebbe continuato a sfrigolare le ali e tamburellare con la zampetta, con chissà quali messaggi.
Mamma e papà entrarono nella stanza trafelati. Mamma stringeva tra le mani le presine a scacchi rossi e neri e papà sventolava le pagine patinate del settimanale di giardinaggio.
Poi la mosca fece quello che non avrebbe dovuto fare, rimase ferma immobile e quella rivista arrotolata diventò un’arma. Con un fulmineo fruscio si avventò sull'inerme piccola mosca, schiacciandola.
Charles rimase con la bocca aperta e muto. Papà sollevò il suo periodico preferito, guardò quella poltiglia, aprì la finestra e con un preciso colpo con l’unghia del dito indice la scagliò nel giardino.
“E’ pronta la cena”, disse la mamma.



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Racconto scritto il 27/09/2020 - 08:34
Da Moreno Maurutto
Letta n.103 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Grazie tante Rochi!

Moreno Maurutto 03/10/2020 - 10:06

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Racconto chiaro, espresso con dialettica misurata, ben calibrato dall'inizio alla fine.

Rochi Pinto 02/10/2020 - 23:29

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Grazie tante Mirko! Quel lasciare più di qualcosa al lettore è una cosa importante per me. Come quando vedi un film e poi, il giorno dopo, è ancora lì che ti frulla nella testa, per qualcosa che non hai visto, ma c'era.

Moreno Maurutto 28/09/2020 - 10:43

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Altra serie di traiettorie perfette in questo racconto...come il volo irregolare, fastidioso e al tempo stesso tribolato di questa mosca il tuo testo prima di chiudere la finestra lascia più di qualcosa al lettore

Mirko D. Mastro(Poeta) 28/09/2020 - 05:21

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Grazie tante Maria Luisa! Già, un vero peccato.

Moreno Maurutto 27/09/2020 - 17:15

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Che dire Moreno, un sorprendente racconto scritto molto bene che mi ha anche fatto sorridere, non mi piacciono le mosche ma nel finale mi è persino (quasi) spiaciuto per la mosca dopo che si era salvata dalla pianta carnivora! Complimenti, un ottimo testo.

Maria Luisa Bandiera 27/09/2020 - 10:11

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