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Lettera al mio amore ubriaco.

Caro amore ubriaco,
ricordo ancora quando ci tenevamo per mano raccontandoci storie di fantasia. Quando mi recitavi a memoria le battute dei film e delle opere teatrali. Ti arrestavi lì, in piedi su quella panchina, ad alta voce ripetevi il mio lungo nome. La gente ti guardava e applaudiva, due vecchietti piansero nell'udirti. Ed io ti ammiravo, come una bambina quando vede per la prima volta la neve. Giocavo con te, ridevo e sentivo di stare bene.
Non eravamo parte di questo mondo, non lo siamo mai stati. Io con le mie ossessioni e tu con le tue paure. Ossessioni di cui neanche sapevo l'esistenza e quanto tempo sprecato nel combattere le tue ansie e a sopportare i tuoi malumori. Sapevo che sarebbe stato impossibile, lo sapevo benissimo.
È un po' come quando corri, sai di non avere più fiato ma tu continui, continui perché ci credi. Fai l'impossibile anche se sai che non esiste.
Mi prendevi di nuovo per mano e mi trascinavi lungo il mare, quell'odore di salsedine ci piaceva tanto. Costruivamo castelli e con la sabbia amavamo sporcare i nostri sorrisi. Si intravedevano appena quelle fossette allargate e quelle tue mani, poi, sapevano di buono. Un po' come il tuo profumo, buono e intenso, un po' come te. Buono per i tuoi modi di fare, per le tue parole dolci e il tuo accentuato sarcasmo. Intenso per le tue pretese, i tuoi sbagli e i tuoi disturbi. Eppure sentivo quella tua sensazione nostalgica, di quegli anni trascorsi da solo, senza la compagna luna. Lo sapevo ma continuavo ad essere cieca, che di quegl' anni poco avevo vissuto.
Dopo il mare, mi portavi nella tua dimora. Umile e senza la paura di sentirla inadeguata. A me, a noi. Mi toccavi, mi accarezzavi con quelle dita sottili e mi facevi sentire amata.
Cosa avrei dovuto fare per sentirti ancora mio? Solo per un altro po', un altro po' bastava.
Saremmo dovuti scendere dalle stelle, rimanere con i piedi per terra e l'avremmo avuta quella vita assieme, senza sbagli e rimorsi. Rimpianti, forse.
Mi dicevi che non volevi figli per evitare loro una sofferenza più grande e ti consolava saperti, ugualmente, accanto a me. Avrei voluto il tuo respiro sul mio collo per molto ancora e ti avrei cullato nelle mie braccia morbose e con i mie capelli avrei accarezzato il tuo petto desideroso di attenzioni. Mi sarei insinuata nella tua mente incasinata e avrei cercato di capire << Perché? >>.
Perché ci siamo fatti questo? Perché mi hai fatto questo? E nello scorgere le risposte avrei provato a perdonare il tuo senso di superiorità e i tuoi mille errori di comunicazione.
Se tu mi avessi detto << Ti ho amata tanto >>, forse, sarei davvero riuscita a perdonarti.


Con amore, Francesca.




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Racconto scritto il 19/11/2015 - 21:53
Da FraAaron 759
Letta n.1712 volte.
Voto:
su 2 votanti


Commenti


Presumo sia l'altra faccia della medaglia rispetto all'ultimo racconto pubblicato che ho letto per primo.
Unendoli si formerebbe un bel racconto a due voci.

Glauco Ballantini 11/03/2016 - 09:02

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