Lei, a sessant'anni è ancora una donna bellissima, indossa una gonna a fiori e una camicetta turchese.
Un'immagine: io, chino sulle sue parti intime, intento a mantenere il grado di elasticità della sua pelle necessario a sconfiggere un nemico silenzioso e vorace chiamato "piaga da decubito". Il suo nome innocente riesce quasi a passare inosservato, ma è un mostro terribile in grado di divorare da un giorno all'altro i tessuti molli di un essere umano, per poi passare alle ossa.
Chiudo gli occhi: (lei non è più di questo mondo).
Mi avvicino sul bordo di una voragine e senza esitare, salto giù.
È una caduta che non lascia spazio alla speranza, sono minuti interminabili e riesco a percepire dal fondo dell'abisso il gelo dell'inferno, una piaga di dolore che conduce al centro della terra.
Poi, la mia caduta sembra rallentare, riprendo coraggio. Improvvisamente volo. Riesco a scorgere un paesaggio sereno, punteggiato di piccole case con chiese e campanili, alberi e fienili. Uno stormo di rondini mi accompagna per un po'.
Non so dove mi condurrà questo volo ma ora so che la morte non è un salto nell'abisso ma un volo verso la libertà.
Riapro gli occhi: la foto, con i suoi colori saturi e vibranti, è ancora nello stesso posto ma il sorriso di mia madre adesso riesce a superare lo spazio immenso che ci separa da questi ultimi vent'anni.

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