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L’architetto di cenere

Sono un architetto di cenere, dalle palme gelide, e mi lascio alle spalle ponti bruciati; non è stata la malvagità a dettare la rotta, ma smarrimenti dimenticati e impronte di noncuranza, impresse su cuori stolti da un vagabondo che solo ora impara il passo su sentieri diritti.


Baratterei ogni domani di oggi per un solo ieri limpido, pur di estinguere l'incendio che ha divorato il mio ponte e sradicare tutto ciò che ho abbattuto quando non avevo occhi per vedere quanto pesasse, in fondo, la mia assenza. È un lungo cammino verso il grande perdono, specie quando il tuo vecchio volto resta pietrificato nei loro occhi, condannandoti a essere l'ombra di una passata indifferenza, un uomo di ghiaccio, sebbene dentro tu sia ardente.


Ora, i miei pugni colpiscono invano mura di basalto, poiché il passato è un libro dalle pagine di ferro e, per quanto io brami essere un altro uomo, il perdono non si compra dal cielo. Edifico, dunque, con cura sull'unica sponda che mi è rimasta: non per essere visto dagli altri, ma per diventare, finalmente, intero.


Imparando a comprendere le piaghe lasciate indietro, provo a caricare sulle spalle tutto ciò che ho infranto, conscio che quell'anima buona è sempre esistita, ma solo ora si è destata da un sonno di vento; essa cerca la redenzione nella pace, scegliendo di essere l'uomo nuovo, mentre quello vecchio, finalmente, tace.




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Racconto scritto il 28/02/2026 - 15:31
Da Silviu Gabriel Costin
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