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Naufragio

Piegato su questa carta da poco, la mia penna è scossa da un fremito di terrore e visioni di spiagge desolate, dove l'erosione delle onde ha generato crepacci di invidia umana in un paesaggio naturale.
Qui un tempo vivevano cose che non hanno un nome e che adesso la salsedine incrosta come la chiglia di una barca.
Il mare bagna le mie gambe e il sole asciuga le mie pene, ma c'è un abisso intorno ai miei ricordi.
Una zattera spinta da zefiro si incaglia nelle alghe a due passi da me; sento l'odore di spezie d'oriente, dove le rotte sono oscure e le stelle in cielo tracciano mappe che conducono i marinai alla pazzia.
Lo scafo è vuoto e antico come il suo legno.
Non occorre essere dei naufraghi per sentirsi dispersi, per vagare da una stanza all'altra di una casa che non esiste, di una città che non compare più su alcuna mappa.
Non basta essere dei naufraghi per versare lacrime invisibili e indolori come parole che nessuno ascolta.
Il mare mi attende, nuoto fino alla zattera e isso la vela fatta di stracci come fosse il vessillo del mio cuore che sventola liberamente in cerca di un porto sicuro.
Breve ma sicuro.
Perché spesso, molto spesso, l'origine di tutte le angosce è l'estrema, impalpabile, sconcertante insicurezza.
Mi sposto rapidamente da una sponda all'altra, ma davanti a me c'è solo orizzonte e memoria bianca.



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Opera scritta il 17/07/2023 - 08:51
Da Marco Mitidieri
Letta n.884 volte.
Voto:
su 3 votanti


Commenti


Ottimo racconto.

Maria Luisa Bandiera 17/07/2023 - 18:21

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