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Gli insaziabili

Il semaforo diventò verde.
La Ferrari nera balzò in avanti, il boato che ne seguì si diffuse violentemente nei campi oscuri attorno alla strada. La statale 56 era deserta a quell'ora e Julian schiacciò il pedale dell'acceleratore fino a far urlare di sofferenza il potente motore.
La strada correva veloce, illuminata solo dai fanali della spider: i segmenti alternati che delimitavano le due corsie di marcia si confondevano in un'unica linea bianca mentre gli alberi si compattavano in un indefinito muro bianco.
Con occhi vermigli inchiodati sulla strada, i capelli castani arruffati dall'aria che batteva nella macchina scoperta, a Julian sembrava di volare dentro ad un tunnel di cui non vedeva la fine. In pochi minuti di corsa forsennata entrò in città, le case diroccate ai lati della strada furono inondate del sordo ululato della decelerazione. I pochi vetri ancora intatti vibrarono mentre la Ferrari si inoltrava fra le strade della città vecchia.
Lei lo aspettava sotto un'insegna scalcinata che un tempo pubblicizzava un'auto sportiva, la sola cosa che si notava del cartellone era la modella formosa e sorridente in posa accanto alla vettura; i colori sbiaditi rendevano il sorriso, un tempo sensuale e provocante, triste ed inquietante.
La ragazza ai suoi piedi, invece, non aveva niente di triste: una corta gonna rossa mostrava le cosce morbide e rotonde, i fianchi stretti e il ventre piatto erano nudi, il top bianco e trasparente non nascondeva i capezzoli turgidi dei due piccoli seni. Lunghi capelli corvini scendevano sui lineamenti affilati del volto su cui risplendevano due occhi viola chiaro.
Davanti alla ragazza argini distrutti si spalancavano sull'oscurità, il vento fischiava e raspava incanalandosi nel letto del fiume morto. La città, un tempo viva e florida, era attraversata per intero da acque argentate; ampi e alti argini la proteggevano dalle piene che ogni autunno gonfiavano il fiume facendo salire l'acqua sopra il livello delle strade. Tutto ciò che rimaneva erano ossa e polvere: una vena nera e marcia che tagliava in due le rovine della città vecchia.
Lo strascichio del vento venne sommerso dal boato della Ferrari che si immetteva sulla strada lungo il fiume, i fari squarciarono l'oscurità, illuminandone solo per un istante il putrido fondale. Julian la vide sotto l'insegna sbiadita. Tutto era rovina, tutto era morto, tranne lei.
Fermò la Ferrari accanto alla giovane e la divorò con gli occhi. Le gambe nude, i fianchi stretti, il rigonfiamento dei due piccoli seni, le labbra sottili e gli occhi viola. Lei si limitò a guardarlo con aria annoiata. Lo aveva già fatto altre volte; Julian, per lei, era solamente uno dei tanti che le permettevano di vivere nel mondo selvaggio che gli uomini come lui avevano distrutto.
"Sei in ritardo" disse con un accento strascicato che non riusciva a nascondere le origini est europee della ragazza "stavo per andarmene”.
La ragazzina passò davanti ai fari della macchina. La luce forte scoprì definitivamente il corpo magro ed esile sotto il vestito. Un esserino nel pieno della pubertà. Non più bambina, eppure ancora lontana dall'essere una donna.
Tutte le precedenti erano sempre state giovani e belle. Aveva offerto loro una splendida e divertente serata con un uomo buono e gentile, sapendo bene che la sua condotta sarebbe stata ripagata. Più loro erano felici di lui, migliori possibilità lui aveva di avere assegnate ragazze belle e giovani. La piccola donna si sedette elegantemente al suo fianco. “Mi chiamo Mona” affermò senza degnarlo di uno sguardo. La serata sarebbe stata perfetta e l'alcol abbondante.
La cena fu deliziosa. Il freddo distacco con cui lo aveva accolto lasciò il posto ad una serata piacevole e sensuale. Seduti sulla terrazza panoramica di un alto grattacielo della città nuova, assaggiarono la tenera carne dei grandi pesce palla che nascevano nel lontano mar del Giappone, il cervello delle scimmie urlatrici delle infinite giungle sudamericane, il grasso sciolto sul pane dei piccoli maialini allevati a gravità zero sulla luna.
Ma furono i piccoli gamberi neri dei mari gelati islandesi che li deliziarono maggiormente: lunghi pochi centimetri, il carapace nero che gli rivestiva era irto di grandi pungiglioni dorati. Il veleno che ne secernevano durante la cottura scivolava nella polpa rossa come il sangue, donando al sapore dolce un lieve piccante che si propagava lungo il volto, colorando la pallida pelle di Mona di un rosa grazioso. Guardarla era un piacere: i grandi occhi viola guidavano le piccole mani con cui li sgusciava con precisione chirurgica, mangiandone prima il corpo, poi succhiando la testa alla avida ricerca del fluido cerebrale che ogni tanto le scivolava dalla piccola bocca fin sul mento.
Julian si premurò che il bicchiere della sua ospite non fosse mai vuoto. Il leggero vino bianco italiano era ottimo per quelle pietanze dolci e delicate.
Parlarono di molte cose. Con la sua voce soffice e lenta gli raccontava della sua terra: le infinite foreste nere nel nord della Romania, retaggio delle radiazioni fuoriuscite dai bunker sotterranei pieni di plutonio radioattivo. La tecnologia era riuscita a bonificare l'aria e la terra, ma quella foresta, piena di alberi dai tronchi di ebano e di foglie rosso scuro, abitata da animali feroci e grotteschi, resisteva ad ogni tentativo di distruzione.
Si perse ascoltando quella voce innocente, il viola dei suoi occhi lo ipnotizzava mentre le braccia scarne gesticolavano accompagnando la narrazione. La ragazzina lo aveva colpito. Altre erano state accondiscendenti e garbate mostrando di divertirsi e apprezzare quello che lui preparava per loro. Quello che sarebbe successo alla fine della serata aleggiava sempre su tutti gli incontri, creando un’atmosfera carica di ansia e febbricitante eccitazione. Forse per la tenera età, quello che sarebbe avvenuto dopo sembrava non turbarla.
Durante il tragitto per la festa ne ebbe la riprova. La Ferrari correva veloce per una stradina di campagna quando lei gli accarezzò la mano stretta sul cambio, cosa che lo fece sussultare. Una carezza non l’aveva mai ricevuta.
“Molti si comportano stranamente quando sono con me. Forse per la mia età o forse per il mio corpo. Sembrano non sapere come comportarsi. Il pensiero di quello che faremo non gli fa essere se stessi”, disse facendo risalire il dito indice sul braccio di Julian.
“Tu sei diverso. Dal tuo sguardo, quando ci siamo incontrati, pensavo fossi uno dei tanti con cui sono stata. Animali che aspettano eccitati la fine della serata per vedermi nuda e poter frugare il mio corpo. Vedo desiderio ed eccitazione nei tuoi occhi, eppure non ti fai sopraffare”.
L’indice era arrivato sulla guancia, Julian si volse a quella sorprendente rivelazione. La piccola gli sorrise. Vedendola lì seduta mentre gli sorrideva e lo accarezzava, capì di aver fatto colpo. L’idea che una creatura dall’aspetto così innocente fosse una di loro, una delle tante con cui era stato lo turbò. Il pensiero di quello che sarebbe riuscito a farle fare, però, lo eccitò.
“Quando i tuoi amici e le tue amiche ti vedranno con me rimarranno a bocca aperta” rise dolcemente.
“Farò in modo di fargli scoppiare di invidia”. Le credette senza esitazione.
La sala da ballo era bassa e lunga: sfarzosi lampadari di cristallo pendevano dal soffitto mentre tendaggi e drappi rossi coprivano le pareti attutendo le voci dei numerosi ospiti della festa.
Mona non aveva esagerato. Come entrarono, una marea di occhi rossi e viola si voltò verso i due, scrutavano lui pieni di invidia e lei con eccitazione e desiderio. Tenendosi sotto braccio si inoltrarono nella sala. Lei sorrideva cordiale a tutti, non badando a quegli sguardi indagatori e famelici. In quel mondo vanitoso e perverso la bellezza e la giovinezza erano le uniche cose che contavano e Mona era la più bella e la più giovane di tutti: un pallido fiore appena sbocciato, ancora cristallizzato dal freddo invernale.
Camminando insieme lungo il salone riconobbe molti volti familiari, amici ed amiche lo salutavano; tutti loro avevano a fianco un compagno dagli occhi viola del sesso opposto. A Julian gli sembrò di vedere timore e riverenza in quegli occhi color lavanda. A quanto sembrava la sua piccola compagna doveva essere famosa. Questo lo riempì ancora di più di orgoglio e di speranza.
All'improvviso un mormorio eccitato percorse la folla. Uno sciame di camerieri si riversò nella sala, tutti reggevano un vassoio con sopra molti bicchieri dalle forme più strane. Riempiti con liquidi di colore diverso, possedevano tutti una gradazione alcolica bassa, ma ognuno era saturo di neurotrasmettitori sintetici creati per agire in maniera diretta sul sistema nervoso.
I colori servivano a distinguere le sostanze; accesi indicavano un singolo ma potente effetto, gli sfumati ne permettevano due contemporaneamente ma più leggeri. Il rosso trasmetteva una forte sensazione di piacere e felicità, il blu calmava totalmente i muscoli dando l'impressione di galleggiare, il giallo eccitava e rendeva frenetico chi lo provava. Le varie combinazioni di colori portavano ad un'infinità variegata di sensazioni differenti, Julian ne prese uno viola per sé e scelse un bicchiere rosa per Mona. Come portò il liquido alle labbra avvertì un brivido caldo risalirgli lungo la schiena e sciogliersi in una perfetta tranquillità dei sensi, osservò la sua piccola compagna sorridergli allegramente. "Ottima scelta" gli disse.
Tutti parlavano, ridevano e urlavano presi dall'effetto della loro droga personale. Finalmente Julian vide ciò che cercava e un largo sorriso gli allargò il volto. Una donna alta dai lunghi riccioli dorati, che le ricadevano sulla schiena lasciata nuda da un elegante abito nero, parlava animosamente con un uomo dagli occhi viola.
"Vieni" disse a Mona prendendola dolcemente per mano. La piccola ragazzina guardò con curiosità la donna bionda.
"Sei uno sfrontato. Non ti basto io?” Percorsero i pochi passi di distanza e si fermarono. Mona studiò il volto ampio della donna, gli zigomi alti e le labbra carnose, indugiò sui seni grandi e sodi, fece scivolare gli occhi sui fianchi tondi e giù per le lunghe gambe perfette. Alla fine fissò i suoi occhi viola in quelli vermigli di lei, le sorrise maliziosamente ed esclamò: "Oh, Julian la tua ragazza è bellissima.” Bette era il nome della donna.
Julian e Bette danzavano cullati da una musica lenta; componevano insieme alle altre coppie, un lento turbinio di colori e forme bizzarre che estasiavano gli occhi in preda alle droghe di chi guardava. Mona era rimasta col compagno di Bette. Quello era il momento perfetto per parlare senza che orecchie indiscrete potessero udirli.
Le droghe facevano il loro lavoro: la vista degli abiti dai mille colori attorno a loro si fondeva con il suono dolce della musica, creando nella loro mente le forme più disparate e in continuo mutamento. Julian sentiva il suo corpo fondersi al contatto con quello di Bette annullando le barriere fisiche che li separavano. Un unico corpo, un unico cuore, una sola mente.
"Così piccola, così graziosa..." La voce della donna era carica di estasi, le sue labbra ad un palmo da quelle di lui. "Sei sicuro? Credi che ti asseconderà?" Sentì i grandi seni alzarsi e abbassarsi sul suo petto lentamente, seguendo il respiro di lei.
"Sì, è diversa dalle altre " Le sue mani le risalirono la schiena procurandole un brivido di piacere. Le loro labbra si incontrarono e ad un tratto una delle pareti della sala si sollevò, rivelando un’altra sala più grande e dalla forma e dal colore di una caverna. Piccole alcove erano scavate lungo le pareti o incavate nel pavimento mentre uomini e donne seminudi aspettavano in attesa di soddisfare ogni desiderio più perverso.
Mona aveva raggiunto i due ancora abbracciati nel mezzo della sala da ballo impedendo loro di seguire il flusso di persone. "Non di là. Di sopra, avremo più intimità" disse dolce.
La villa, beninteso, era vasta e piena di stanze. Ma non era permesso appartarsi. Gli unici ambienti concessi loro erano la sala da ballo e la caverna, questa regola valeva per tutti. O almeno così credeva Julian. La guardò sorpreso.
"Conosco il padrone di casa. Farà un eccezione" Bette guardò stupita la piccola donna.
"Vieni anche tu con noi. Non preoccuparti per il tuo compagno, l'ho già avvertito di questo nostro piccolo strappo alla regola." La prese per mano e si rivolse verso Julian sorridendogli.
"Non era forse questo che volevi?". Ci aveva azzeccato di nuovo.
Mano nella mano i due seguirono Mona per lunghi corridoi e ampie scale. Sembrava conoscere a memoria ogni curva, ogni passaggio nascosto.
Camminarono in silenzio e finalmente arrivarono a destinazione. Sulla maestosa porta che avevano di fronte era raffigurata una grande battaglia: uomini a cavallo che brandivano spade, vessilli mossi dal vento, lance spezzate, arti amputati e gole squarciate. Mona la aprì ed entrò.
La stanza era ampia e spaziosa. La grande vetrata sul lato opposto della porta si affacciava sulla terrazza del palazzo che Julian aveva notato ad inizio serata; oltre, il giardino era avvolto nelle tenebre.
La scena della battaglia sulla porta era ripresa sulle altre tre pareti: esseri dalla pelle nera sgusciavano fuori da una foresta scura, si lanciavano a corsa nell'immenso campo aperto illuminato dalla luna argentata fino a lacerare le carni di cavalli e cavalieri armati di lance e spade.
Un grande letto a baldacchino occupava metà della stanza, sul lato opposto, un basso tavolino, occupato da bottiglie dai molti colori, era attorniato da delle soffici poltrone.
Mona prese tre piccoli bicchieri dalla credenza e ne riempì due con un liquido giallo, il terzo era nero.
"Tieni, Julian" gli porse il bicchiere nero. "Siediti su una poltrona, è diverso da tutto quello che hai assaggiato finora. Bevi e goditi lo spettacolo". Lo bevve in un sorso solo sedendosi rivolto verso le due. Un brivido, questa volta gelato, gli risalì la schiena. La droga nera cominciava a fare effetto.
Bette finì il suo bicchiere mentre Mona la prendeva per mano. Le slacciò il vestito che scivolò di lato lasciandola nuda, poi la fece sedere sul letto. Osservava i grandi occhi viola di Mona, che le scrutavano il corpo esposto con desiderio, sentiva la piccola mano accarezzarle il volto e scenderle fino al seno, palparlo e infine stringerle il capezzolo fra le piccole dita. Si lasciò sfuggire un piccolo gemito di piacere.
Mona la guardò e sorrise.
"Un corpo così bello... e un uomo che ti ama al punto di rischiare la vita per passare l'eternità insieme a te". Bette sentì la bocca di Mona sfiorarle l'orecchio.
"Ma non c’è posto per te tra noi" sussurrò prima di aprire la bocca, lasciar scivolare fuori i suoi denti, azzannando il seno della ragazza con le lunghe e affilate zanne che le ricoprivano ora la vecchia dentatura.
Bette urlò quando sentì la sua pelle strappata via con forza dal suo corpo. Portò le mani sulla testa di Mona cercando di allontanarla, di staccarla dal seno che stava squarciando. Fu inutile.
Si ritrovò stesa sul letto, le braccia immobilizzate sopra la testa, inerte mentre il suo corpo veniva lacerato pezzo dopo pezzo.
Julian vide e sentì tutto. Il suo cervello urlava inutilmente ai muscoli di muoversi. Sentiva solo freddo. Terrore, ecco cosa provava. Il liquido nero era paura liquida, e la paura, quella vera, rende inerti e incapaci di muoversi.
Mona continuava a infierire sul corpo di Bette. I morsi la ricoprivano; seni, fianchi, cosce, erano martoriati e sanguinanti. Non riusciva a staccarla da se, urlava e piangeva disperata.
La vista le si offuscò mentre tutto intorno a lei perse di consistenza. Mona decise di soddisfare un ultimo piacere che da molto tempo ormai non provava. Afferrò Bette per i capelli e la gettò a terra. Le salì sulla schiena e affondò i denti. Le ossa del cranio scricchiolarono e si frantumarono rivelando il cervello vivo e pulsante. Mona cominciò a divorarlo mentre la donna era ancora cosciente.
Come con i gamberi qualche ora prima, Julian sentì Mona succhiare avidamente materia cerebrale.
Quando si stancò di strapazzarla come si deve, Mona si alzò e allargò le braccia in direzione di Julian, ormai un tutt’uno con la poltrona.
"Guardami, ora. Ti sembro ancora una ragazzina?" Piroettò sul posto. Quando tornò a fissarlo sorrideva.
"Non lo sono più da molto tempo. Io, che mi persi nella foresta nera quando ero ancora una bambina, fui trovata da un essere antico come la notte. Si nutrì del mio sangue per anni e anni. Diventai il suo giocattolo: da accudire, ingrassare e mangiare ancora e ancora”.
"Fino a quando la mia natura umana si manifestò, il giorno del mio quattordicesimo compleanno. Odio, rancore e sete di vendetta si scatenarono nel mio cuore, rivelandomi la vera natura dell'essere umano. A differenza del mio aguzzino, che si nutriva di me per vivere, capì che gli esseri umani anelano la violenza. Provano piacere nel procurare dolore, sfogando i loro più reconditi desideri sui loro simili".
Gli salì sulle ginocchia accostando la sua faccia ricoperta di sangue a quella di lui.
"Quel giorno vinsi la paura. Mentre dormiva, raccolsi una pietra e gli fracassai il cranio. Colpo su colpo, gli rivelai le cervella, facendole schizzare su tutte le pareti. E mentre colpivo ridevo, felice ed eccitata. Anche quando quell'essere fu morto, continuai ad infierire sulla sua carne. Infine restituì il favore. Divorai il suo cervello e ne succhiai il sangue. In principio acre e metallico, più mangiavo e più prendeva sapore. I miei occhi voltarono al viola e mi trasformai nella cosa che fu il mio carceriere. Le emozioni mi abbandonarono, la rabbia svanì e l'odio si placò. Un vampiro prova piacere solo nella carne e nel sangue. I sentimenti umani sono il prezzo che paghiamo per la vita eterna”.
Lo accarezzò con le mani sporche di sangue.
"In quel momento, dopo essermi nutrita per la prima volta, conobbi la verità. I mostri, quelli veri, erano là fuori. Gli esseri umani che non mi avevano cercata, che mi avevano abbandonata al mio destino. Voi siete il vero male che affligge questo mondo".
Gli si accoccolò al petto e abbassò la voce ad un lieve sussurro. "Mio cavaliere, è questo che desideri? Che ti liberi dalla triste condizione umana e ti elevi a quella di dio?".
La tigre si era trasformata in un piccolo gatto che fa le fusa al padrone. Julian non la guardava, il suo sguardo pieno di lacrime era fisso sul corpo mutilato di Bette.
Mona si voltò a sua volta verso il corpo immobile. "Volevi che trasformassi anche lei? Era così bella, il suo seno così sodo e grande... quel seno che io non avrò mai. Non avresti dovuto farmela conoscere. Avrebbe dovuto passare la notte nel dungeon insieme agli altri e sarebbe tornata a casa sana e salva”.
Strinse la faccia di Julian con le mani e fissò i suoi occhi. Si morse un labbro fino a farlo sanguinare. "Ora sei mio Julian". Lo baciò. Il sangue di Mona si mescolò con la saliva di lui. Il gusto metallico divenne dolce, e un spasmo di piacere travolse il corpo del ragazzo quando il sangue del vampiro gli scese caldo lungo la gola.
L'alba arrivò mentre Julian se ne stava appoggiato al grande balcone sulla terrazza della camera. Sangue rappreso gli ricopriva il petto. Osservava i famigli della serata sfilare pallidi in fila sotto di lui. Nel grande dungeon erano stati il cibo per le creature dagli occhi viola.
Anche lui si era nutrito. Aveva affondato i denti e le unghie nel corpo esanime di quella che era stata la donna che amava. Non aveva provato niente, si era nutrito pieno di estasi ed eccitazione fino ad essere sazio. Gli occhi dolevano mentre guardava sorgere il sole, ricordandogli di avere ancora le lenti rosse che lo identificavano come famiglio. Le tolse ma il dolore non lo abbandonò. Alla fine comprese. I suoi occhi verdi erano diventati viola, e il viola non sopporta la vista del sole.



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Racconto scritto il 08/09/2019 - 23:50
Da Federico Cenere
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