Era un rumore forte e inconfondibile, aveva una sua melodia. Prima ancora di vederlo, sentivamo le trombe della sua auto, un suono inconfondibile che risuonava in lontananza, fino a confondersi con il ruggito delle montagne. I clacson di quegli anni, così asfittici e imponenti, sembravano non aver paura di nulla. Quando Doriano arrivava, il mondo si fermava per qualche istante, come se anche il tempo avesse bisogno di un respiro profondo per permettergli di passare.
La piccola discesa che portava alla piazzetta era il suo palcoscenico. Era lì che si dava il meglio, come una rockstar che entra in scena al culmine della sua carriera. Il suono del motore si faceva più forte, le gomme stridivano sull'asfalto e i freni, più che frenare, sembravano danzare sulla linea sottile tra il controllo e il caos. Quando affrontava la curva a gomito, la sua 850 sport lasciava segni indelebili sulla terra, tracce di un passaggio che nessuno avrebbe dimenticato facilmente. Ogni sera, era come se l'asfalto stesso custodisse il ricordo del suo passaggio, come una promessa non scritta che Doriano sarebbe tornato.
Era l'attrazione della serata. Ogni volta che sentivamo quel suono lontano, una sorta di eccitazione ci pervadeva, come se ci stessimo preparando per uno spettacolo. Le panchine della piazzetta, solitamente luoghi di calma e chiacchiere tra vecchi amici, si popolavano improvvisamente di ragazzi curiosi, con gli occhi rivolti verso la strada, come se stessero aspettando l’arrivo di una star. Un po’ come a Riccione, dove i turisti sono sempre un po’ più lontani ma mai abbastanza da non essere desiderati.
Doriano arrivava e, con la sua nuvola di polvere e sassi, faceva il suo ingresso trionfale. Era un Lou Castel d’Appennino, misterioso e magnetico, capace di scomparire velocemente come una cometa, lasciando dietro di sé solo il ricordo di una scia. Quando spariva, la piazzetta tornava a essere vuota, le panchine di nuovo silenziose, ma nessuno dei presenti dimenticava mai quella scena: il ragazzo, la sua macchina rossa, e il vento che sembrava gridare "libertà".
Eppure, non era solo l’adrenalina e la velocità a renderlo speciale. Doriano aveva un modo tutto suo di vivere, di assaporare ogni istante come se fosse l’ultimo. La sua macchina, la sua corsa, erano il suo modo di sfidare il destino, di affermare che, nel piccolo mondo del paese, lui non avrebbe mai fatto parte delle convenzioni. E forse, proprio per questo, tutti lo guardavano con occhi diversi, come se in lui ci fosse qualcosa che andava oltre la giovinezza e la spensieratezza. Quel qualcosa che faceva sognare anche chi non aveva mai messo piede su una macchina sportiva, ma che guardava, in silenzio, con un misto di ammirazione e invidia.
La notte, dopo il suo passaggio, il paese tornava ad essere quello di sempre. Ma tra le ombre degli alberi e il mormorio della brezza, la leggenda di Doriano continuava a vivere. Chi lo aveva visto correre, chi lo aveva ascoltato da lontano, sapeva che quella "850 sport" rossa non era solo un'auto, ma un simbolo di libertà, di giovinezza, e di una passione che nessuno, in quella piazzetta, avrebbe mai dimenticato.

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