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TARI o roulette russa

Ho appena fatto una scoperta che mi ha lasciato allibito. Riguarda la TARI.


Beh, sì, lo confesso, non sono uno che ama informarsi su tutto. Mi informo, perché costretto, solo su quello che mi tocca direttamente. E già questo, per me, è troppo. Decisamente, la nostra è una vita troppo complicata. Senza avere nulla a che fare con la fisica quantistica o la biologia molecolare. Solo con l’esoso stato italiano.


Una scoperta a proposito della TARI, dicevo. Che per molti sarà già cosa arcinota. Scoperta fatta perché, ad una zia di mia moglie, che vive a Busto Arsizio, è arrivata una bolletta TARI super salata per una vecchia casa in paese, a Trenta, provincia di Cosenza, ereditata dai suoi, dove trascorre un paio di settimane all’anno, in estate.


Osservazione della zia: ma quanta spazzatura posso produrre in un paio di settimane? Perché devo pagare per un intero anno? C’è modo di risparmiare qualcosa?


Conseguente ricerca su Internet, e relativa scoperta: non solo la cara zia deve pagare per l’anno intero anche se usa la casa solo una quindicina di giorni, ma dovrebbe farlo anche se non la usasse per nulla, se fosse completamente vuota, senza alcun mobile all’interno, senza alcun allacciamento idrico, elettrico o telefonico, in disuso completo. La TARI va pagata comunque per il semplice fatto che quell’immobile, esistendo, e essendo abitabile, “potrebbe” produrre rifiuti.


Mi pare che siamo arrivati all’assurdo: far pagare la potenzialità di un servizio. Cioè, non quello che un ente competente fornisce, ma anche quello che “potrebbe” dover un giorno fornire. Pagare sulla base di una ipotesi. Quando è, a questo punto, che arriveranno a casa dei ticket ospedalieri da saldare perché, essendo vivi, potremmo finire all’ospedale? Quand’è che la polizia irromperà in casa nostra ad arrestarci perché, provando delle antipatie per il nostro vicino, o, in ufficio, per il nostro capo, potremmo tentare di ucciderli? O pagare il bollo auto per una Ferrari perché un giorno potremmo comprarne una?


Un’altra domanda che mi pongo è: ma per la Consulta, di anticostituzionale, in Italia, c’è solo il tentativo di mettere le mani sui loro assurdi stipendi e sulle loro assurde pensioni? Vero, ultimamente si sono accorti, con più anni di ritardo, che anche il blocco degli stipendi del pubblico impiego lo era, ma, per senso di responsabilità, hanno stabilito che la sentenza non fosse retroattiva. La retroattività era riservata solo alle loro pensioni. E comunque sia, nessun sindacalista, nel caso dell’indebito blocco degli stipendi, ha osato gridare di restituire il maltolto, come aveva fatto con l’adeguamento al costo della vita delle pensioni d’oro.


Evidentemente, è così che deve andare.


Ma la domanda più importante è: conviene opporsi a questo assurdo, conviene sperare che qualche giudice magnanimo decida che non si può far pagare a qualcuno qualcosa che non gli viene dato, solo perché un giorno, ipoteticamente, sarebbe possibile doverglielo dare?


Ragioniamo con calma.


La nostra amata Italia ha bisogno di soldi. Tanti soldi. E per farceli scucire, si inventa delle causali: perché guadagniamo tanto, perché possediamo quello, perché utilizziamo quell’altro. Perché respiriamo, immagino, prossimamente sui nostri schermi. Queste causali servono ad individuare “chi” deve pagare, e “quanto” deve pagare. Se vogliamo, un modo efficiente per poter tenere un minimo di contabilità.


Ora, dimostrare che un balzello è sbagliato, ingiusto, non dovuto, può permetterci di risparmiare qualcosa?


No. Perché non è dal fatto che tu abbia una casa che dipende che tu debba pagare, e quanto, ma dalla necessità che ha lo stato di reperire fondi, e dal fatto che abbia usato il possesso di una casa come scusa per poterne riscuotere. Se salta una tassa, la si rimpiazza con un’altra, semplicemente. Cambierà la scusa, ma non l’importo da incassare.


Quindi cosa conviene, pagare quello che già c’è, giusto o non giusto, o mettere una nuova pallottola nella pistola del fisco, per fargli girare il tamburo, e premere il grilletto in ogni direzione, fino a colpire qualcuno? Con un nuovo balzello che, necessariamente, non potrà essere meno salato di quello che sostituisce, mentre non avrà alcun problema ad esserlo di più?


L’esempio dell’IMU sulla prima casa insegna. Tolta quella, ecco arrivare la tassa divina, la IUC, una e trina: IMU, TASI, TARI. Peggio di quella di cui eravamo stati graziati.


TARI, quindi, così com’è, o roulette russa?


Prima di chiudere, un ultimo appunto su una notizia di qualche giorno fa: Corte dei Conti, "I cittadini devono pagare di più per i servizi".


Un paio di settimane fa, nella loro relazione annuale, i revisori lanciano un allarme: “Crescita ancora lontana". Il problema: "La pressione fiscale è troppo elevata"”.
La soluzione: "Far pagare di più per i servizi”.


Oggi, pare, è la giornata dell’allibimento (la parola esiste, ho controllato, persino per la Treccani).


Ero allibito prima, per la TARI alle intenzioni, resto ancora più allibito ora, con queste dichiarazioni.


Diavolo, è la Corte dei Conti a parlare, non è Pippo Franco che racconta una barzelletta.


Secondo questo importante organo, la crescita è lontana perché il cittadino paga troppe tasse, e come soluzione propongono di aumentare il costo dei servizi.


Diavolo, è come prescrivere ad uno che ha il diabete perché mangia troppi dolci di aggiungere delle belle abbuffate di salame e di patate.


Quindi, per rilanciare la crescita, secondo quei grandi… ehm, esperti, dovremmo pagare di più per i trasporti, per la sanità, per l’istruzione, per i rifiuti, per le utente idriche…


In questo modo ci resterebbero più soldi in tasca per i consumi, quindi per ravvivare il mercato, giustificare nuovi investimenti e quindi l’assunzione di nuova manodopera. In una parola, la crescita.


Chi si offre volontario per andare a spiegare a quei dottoroni la differenza fra somma e sottrazione?


E poi, una cosa che mi sono sempre chiesto: perché si pagano le tasse? Per pagare i servizi che ci vengono resi, no? E perché i servizi che ci vengono (o no) resi li devo pagare di nuovo, e a prezzi sempre più salati? Forse perché quello che versiamo in Irpef basta sì e no per pagare gli interessi per il nostro immenso e sempre crescente debito pubblico? E con questo enorme debito, cosa ci paghiamo? Stipendi e mazzette? Già è noto che non vengono neppure pagati i fornitori!


Una cosa è sicura: fra amministrazione politica, corte dei conti e consulta, siamo messi decisamente bene. E mi fa ridere il ricordo di una battuta ricorrente contro il comunismo buonanima che si usava una volta: in quei paesi, è tutto dello stato, e tu non hai niente.


Oddio, non è che siamo diventati un paese comunista e non ce ne siamo accorti?




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Racconto scritto il 08/07/2015 - 12:30
Da Giuseppe Bauleo
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