Voglio ricordarmi di questa sera, nei giorni a venire.
Voglio sentire nuovamente quell’enorme peso sullo stomaco, in altra maniera non so definirlo.
Ho quasi 26 anni, li compirò in un novembre che, so per certo, arriverà prestissimo. Eppure non li attendo fremendo. Come l’hanno chiamata? Ah sì, la crisi del quarto di secolo, o giù di lì. Quel momento di smarrimento che coglie l’essere umano quando sente che i 30 anni si avvicinano, e allora giunge impetuosa una incredibile fretta di stabilizzarsi, di raggiungere alla velocità della luce un equilibrio invidiabile tipico di chi è ormai adulto.
Perché è stato come saltare da un trampolino molto alto, e ora mi trovo a galleggiare in un mare freddo, vastissimo, e non sempre cristallino come vorrei. E so che come me ci sono tanti giovani “nuotatori”, perché sento il rumore dell’acqua smossa dalle loro bracciate. Siamo tutti l’uno al fianco dell’altro, c’è chi annaspa, c’è chi si mantiene perfettamente a galla come fosse stata da sempre la sua posizione preferita, c’è chi faticosamente si aggrappa alle brulle rocce il cui grigio antracite sa di rassicurante.
Siamo tutti simili nel nostro diverso modo di percepire la distesa liquida intorno a noi.
Cosa sta succedendo alla venticinquenne che sono? E tutti questi atleti che mi circondano si pongono le mie stesse domande? Anche a loro capita di svegliarsi stanchi, con gli zigomi rossi perché hanno pianto così in silenzio per evitare di farsi sentire che ora dolgono? Persino loro desiderano ardentemente tornare in vacanza in quei luoghi in cui sono stati da piccoli, anche se li detestavano? Anche loro iniziano a fantasticare una nuova infanzia quando capita di ascoltare di sfuggita una musica antica?
E’ in me vivido il ricordo di una cena con degli amici di mio padre, io sfrontata e insopportabile quattordicenne con fiumi di ribellione al posto del sangue, in cui la solitamente taciturna moglie di uno di loro si decise ad elargire alla propria figlia quella che all’epoca seppi già definire una profezia essenziale: “Ora ardi dalla voglia di compierli, questi 18 anni. E’ giusto piccola mia, quanto ti auguro che giungano velocemente per veder realizzato il tuo desiderio. Ma al tempo spesso spero per te che non arrivino mai, perché dopo il tempo passa così in fretta che nemmeno te ne accorgi”.
Voglio scrivere del dolore di questa sera.
Perché quando giungerà il momento di rileggere tutto questo, sarò consapevole che la crisi sta arrivando di nuovo. E non so se nel frattempo avrò imparato a gestirla. Padroneggiarla implicherà aver trovato delle risposte ragionevoli. E so già che così non sarà.
E allora? Allora, parafrasando mia madre nei momenti in cui la saggezza placa la sua irruenza, vivrò e basta. Accetterò. Nuoterò, annasperò, galleggerò e troverò rocce abbastanza solide da non farmi scivolare.
Potrei persino scoprire che tutto questo sia dentro di me.
Voglio sentire nuovamente quell’enorme peso sullo stomaco, in altra maniera non so definirlo.
Ho quasi 26 anni, li compirò in un novembre che, so per certo, arriverà prestissimo. Eppure non li attendo fremendo. Come l’hanno chiamata? Ah sì, la crisi del quarto di secolo, o giù di lì. Quel momento di smarrimento che coglie l’essere umano quando sente che i 30 anni si avvicinano, e allora giunge impetuosa una incredibile fretta di stabilizzarsi, di raggiungere alla velocità della luce un equilibrio invidiabile tipico di chi è ormai adulto.
Perché è stato come saltare da un trampolino molto alto, e ora mi trovo a galleggiare in un mare freddo, vastissimo, e non sempre cristallino come vorrei. E so che come me ci sono tanti giovani “nuotatori”, perché sento il rumore dell’acqua smossa dalle loro bracciate. Siamo tutti l’uno al fianco dell’altro, c’è chi annaspa, c’è chi si mantiene perfettamente a galla come fosse stata da sempre la sua posizione preferita, c’è chi faticosamente si aggrappa alle brulle rocce il cui grigio antracite sa di rassicurante.
Siamo tutti simili nel nostro diverso modo di percepire la distesa liquida intorno a noi.
Cosa sta succedendo alla venticinquenne che sono? E tutti questi atleti che mi circondano si pongono le mie stesse domande? Anche a loro capita di svegliarsi stanchi, con gli zigomi rossi perché hanno pianto così in silenzio per evitare di farsi sentire che ora dolgono? Persino loro desiderano ardentemente tornare in vacanza in quei luoghi in cui sono stati da piccoli, anche se li detestavano? Anche loro iniziano a fantasticare una nuova infanzia quando capita di ascoltare di sfuggita una musica antica?
E’ in me vivido il ricordo di una cena con degli amici di mio padre, io sfrontata e insopportabile quattordicenne con fiumi di ribellione al posto del sangue, in cui la solitamente taciturna moglie di uno di loro si decise ad elargire alla propria figlia quella che all’epoca seppi già definire una profezia essenziale: “Ora ardi dalla voglia di compierli, questi 18 anni. E’ giusto piccola mia, quanto ti auguro che giungano velocemente per veder realizzato il tuo desiderio. Ma al tempo spesso spero per te che non arrivino mai, perché dopo il tempo passa così in fretta che nemmeno te ne accorgi”.
Voglio scrivere del dolore di questa sera.
Perché quando giungerà il momento di rileggere tutto questo, sarò consapevole che la crisi sta arrivando di nuovo. E non so se nel frattempo avrò imparato a gestirla. Padroneggiarla implicherà aver trovato delle risposte ragionevoli. E so già che così non sarà.
E allora? Allora, parafrasando mia madre nei momenti in cui la saggezza placa la sua irruenza, vivrò e basta. Accetterò. Nuoterò, annasperò, galleggerò e troverò rocce abbastanza solide da non farmi scivolare.
Potrei persino scoprire che tutto questo sia dentro di me.

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Commenti
Trovare il giusto equilibrio vitale questo suggerisce sì attento racconto.La mia lode e la mia lieta Domenica Rosalba.









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