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Papà

Una parola papà che il dizionario della lingua italiana definisce così:
la voce infantile e familiare per indicare il padre, ovvero l’uomo che ha generato i figli.
Sembrerebbe facile parlare del padre per chi come me è padre, ma oggi non è facile farlo perché il dolore prende il sopravvento. Voglio dire comunque due parole per salutare la tua esistenza terrena.
Recita un detto: ognuno ha il padre che si merita, ma questo modo di dire si presta ad interpretazioni di comodo per giustificare o esaltare questa figura e, qualche volta, per sentenziarla senza appello.
Sei stato un padre familiare, spesso capriccioso per non dire impunito , ma credo che questo atteggiamento sia un difetto della tua generazione. Una generazione che non ha vissuto con spensieratezza la fanciullezza e l’adolescenza, privandosi di quella gioia e serenità necessarie a dare alla figura del padre quella base che serve per dare l’attenzione giusta al momento giusto.
Oggi mi viene voglia di dire: era mio padre e nel dire questo emergono nella mia mente, con gioia, i tuoi modi di dire, le tue teorie, la tua storia. Una storia che diventa storia proprio dal momento in cui ci hai lasciati anche se, la malattia con le sue situazioni particolari, ci ha fatto conoscere una realtà chiamata sofferenza.
Questo è accaduto quando all’improvviso la tua malattia voleva mettere in silenzio la voce infantile e familiare del chiamarti Papà, e anche se abbiamo provato ad opporci, nulla si può contro il naturale ciclo della vita.
Nel guardarti in questi ultimi tempi i nostri pensieri sono volati alla storia della tua vita che spesso ci hai raccontato e che noi, ascoltandola, abbiamo snobbato perché ripetuta mille volte. Dentro di noi in realtà abbiamo fatto tesoro di questa storia, delle tue battute, dei tuoi racconti perché ci hanno fatto capire il sacrificio nei fatti.
Voglio ricordare alcuni momenti : l’origine del soprannome Tizzone alle elementari, l’essere garzone con il dormire nella mangiatoia dall’agricoltore Formichetti a Rieti, la buca della calce a ferragosto, il lavoro da terrazziere, manovale, pontarolo, mezzacucchiara, muratore e in fine capocantiere.
Ricordi di sacrifici e di soddisfazioni che hanno contraddistinto la tua esistenza con impegno e amore.
Un amore per mamma che ti ha lasciato per volontà divina e che tu non hai mai smesso di amare e che posso dirlo, ti ha dato il nulla osta per continuare la tua vita in compagnia, perché la solitudine è solitudine.
Una compagnia iniziata con Anna in prossimità della pensione, con la quale hai vissuto, la tua vitalità da pensionato in città e al paese, facendo felicemente tutto quello che volevi, amato e circondato dall’affetto e dall’amore dei figli e dei nipoti.
La voce di tutti quelli che ti hanno conosciuto, insieme alle voce di noi familiari ora ti saluta e ti dice:
Ciao Ulderico, Ciao Papà, Ciao Nonno!



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Racconto scritto il 16/10/2015 - 11:22
Da Luciano Patacchiola
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