Ogni giorno passavo per le tue scale, scavalcavo il muretto che divide le nostre case e aprivo il portone. Cercavo sempre di non farmi vedere, né da te né da nessun altro. Spesso il mio cancello era chiuso e passare per il tuo, sempre aperto, mi sembrò da subito una soluzione. Da soluzione diventò abitudine. Quando ti vedevo là fuori, nel tuo regno, passavo con indifferenza per il mio cancello o suonavo aspettando che qualcuno mi aprisse. Sapevo che tu non avresti avuto alcun problema a riguardo, ma se fossi passato per le tue scale in tua presenza, il mio vizio avrebbe perso la sua ragion d'essere e sarebbe venuto meno. E io non volevo perderlo.
Le rose del tuo giardino erano le più belle che avessi mai visto. La dedizione con cui te ne curavi ogni giorno era la loro bellezza e il profumo che emanavano, unitamente a quello dell'erba fresca, mi annunciava la primavera. Le tue rose, non avendo occhi, non conoscevano il bianco del tuo sorriso o la luminosità del tuo sguardo, ma avrebbero saputo riconoscere la delicatezza delle tue mani tra mille.
Iniziai con l'osservarle, poi presi a toccarle: le carezzavo e le annusavo, mi riempivo le narici del loro profumo e coccolavo le mie mani passandole tra i loro lisci petali. Una fra tutte aveva attirato la
mia attenzione: era la rosa al centro del giardino, quella a cui tu volgevi per prima lo sguardo ogni volta che uscivi fuori. Una mattina, mentre la stavo annusando e carezzando, ti vidi alla finestra. Il tuo sorriso era così bello che mi dimenticai di farmi paonazzo in viso. Accadde pochi secondi dopo, quando ti ritrovai lì, a un passo da me.
-" Ciao Roberto, che cosa stai facendo?"
-" Ma sei muto? Ogni tanto ti vedo annusare le mie rose, sai? Soprattutto questa, la mia preferita".
Ti avvicinasti ancora a me e, nell'accarezzare la rosa, sfiorasti le mie dita. Un brivido mi percorse lungo tutta la schiena e pregai Dio che questo momento non finisse mai tanto ti volevo.
-"Sai perché questa è la mia rosa preferita? Perché si chiama proprio come me, Alba".
Non riuscii a risponderti. Mi sentivo così stupido!.
- " Va bene, io me ne torno dentro. Quando ti deciderai a parlarmi, io sarò qui". Quei minuti con te furono i più lunghi di tutta la mia vita fino a quel momento. Non passò giorno che non pensai ad Alba. Cominciai con il dirti " Ciao", riuscii a guardarti negli occhi e, infine, anche a sorriderti. La primavera successiva sarei stato pronto a
parlarti, a conoscerti e, magari, a curare
con te il tuo giardino. La primavera arrivò presto, in punta di piedi, senza farsi sentire. Le siepi erano alte e le rose erano spente. Forse tu sapevi che avrei voluto parlarti e non eri disposta ad ascoltarmi, forse avevi altro da fare, forse il tuo
giardino non era più l'unico a godere delle
tue carezze. Avrei voluto bussarti alla porta
mille volte, ma mille e una volta pensai che non mi avresti voluto. Eri troppo bella per
perdere tempo con uno come me. Presi a
fumare. Uscivo tutte le sere, vagabondavo
tutte le notti per la città. Quando diedi il
mio primo bacio affondando il viso in quei capelli corvini e ribelli, pensai alla tua
bocca. Arrivò l'autunno. Forse te ne eri
andata: "Meglio così", mi dissi. Un sabato
mattina bussarono alla porta. Ero solo in
casa, come sempre. Tua madre mi invitò a
venire a trovarti, sarei potuto passare a
qualsiasi ora, ogni volta che lo avessi
voluto. " Perché tua madre e non tu?"-
pensai- "Forse piaccio a tua madre perché
sembro un bravo ragazzo, ma non a te?". Mi
ripromisi che non avrei mai considerato
l'invito. Il mercoledì successivo, in piena
notte, mentre stavo leggendo, mi fermai a
pensare: ero un ragazzo popolare. Da timido
secchione, ero diventato un ragazzo simpatico, ribelle e figo quanto bastava per essere popolare, soprattutto fra le ragazze.
E forse non volevo venire da te perché non
volevo più indossare quei panni da timido
secchione. Pensavo questo, con le braccia
conserte e la testa abbandonata sul cuscino,
quando delle grida mi distolsero da ogni
riflessione. Balzai giù dal letto e aprii la
finestra. Ora le grida erano forti e chiare:
era la voce di tua madre. Udii i passi dei
miei genitori. Tua madre gridava e piangeva
di un pianto disperato e straziante. Ed
eccomi di nuovo nei panni del ragazzo timido
e impacciato, muto e paralizzato. Ero ancora
fermo alla finestra quando vidi i miei
genitori bussare alla tua porta. Quel dolore
mi era entrato talmente dentro che mi sembrò di averlo gridato io stesso. Alba si era
uccisa quel mercoledì notte nello scantinato con una corda al collo. Nel giro di pochi
minuti, la sua casa era piena di vicini e
curiosi. Arrivarono i soccorsi, i carabinieri
ed io ero ancora appoggiato al muretto.
Quando lo scavalcai, non raggiunsi la folla; restai lì, a carezzare quello che era rimasto
della sua rosa. Tremavo e piangevo come un
bambino; tremavo e piangevo come uno stupido
che si era reso conto di non aver curato la
sua rosa solo perché pensava di più se stesso. In quel momento ero solo questo, uno
stupido che avevo perso tante occasioni per
essere felice, niente più. I primi mesi ti portai un rosa ogni giorno. Venni poi a conoscenza della tua patologia: la sindrome di Morris. Il tuo corredo cromosomico era XY, ma il tuo fiocco tra i capelli era sempre stato rosa. Lo avevi scoperto appena un anno e mezzo prima di decidere che tutto questo sarebbe stato troppo per te da sopportare. Eri una ragazza alta, snella,dal bacino stretto, la mandibola un po' squadrata e l'ombra amorfa. I tuoi lunghi capelli
biondi, lisci e lucenti, avevano lo stesso
profumo della tua rosa e i tuoi occhi,
grigio- verde,mi ricordavano le sue foglie.
La tua pelle bianca e le tue guance rosee
sembravano essere state dipinte dalla stessa
mano che aveva dato forma ai petali dei.tuoi fiori. Le rose Alba non sono una specie, sono
degli ibridi spontanei; sono belle ed
eleganti, delicate e forti, proprio come lo
eri tu. La leggenda narra che le rose Alba
siano nate con la dea Venere dalla spuma del
mare. Ora io ti cerco sempre là, tra le onde
del mare, belle ed eleganti come lo eri tu,
regina del mio giardino.
Le rose del tuo giardino erano le più belle che avessi mai visto. La dedizione con cui te ne curavi ogni giorno era la loro bellezza e il profumo che emanavano, unitamente a quello dell'erba fresca, mi annunciava la primavera. Le tue rose, non avendo occhi, non conoscevano il bianco del tuo sorriso o la luminosità del tuo sguardo, ma avrebbero saputo riconoscere la delicatezza delle tue mani tra mille.
Iniziai con l'osservarle, poi presi a toccarle: le carezzavo e le annusavo, mi riempivo le narici del loro profumo e coccolavo le mie mani passandole tra i loro lisci petali. Una fra tutte aveva attirato la
mia attenzione: era la rosa al centro del giardino, quella a cui tu volgevi per prima lo sguardo ogni volta che uscivi fuori. Una mattina, mentre la stavo annusando e carezzando, ti vidi alla finestra. Il tuo sorriso era così bello che mi dimenticai di farmi paonazzo in viso. Accadde pochi secondi dopo, quando ti ritrovai lì, a un passo da me.
-" Ciao Roberto, che cosa stai facendo?"
-" Ma sei muto? Ogni tanto ti vedo annusare le mie rose, sai? Soprattutto questa, la mia preferita".
Ti avvicinasti ancora a me e, nell'accarezzare la rosa, sfiorasti le mie dita. Un brivido mi percorse lungo tutta la schiena e pregai Dio che questo momento non finisse mai tanto ti volevo.
-"Sai perché questa è la mia rosa preferita? Perché si chiama proprio come me, Alba".
Non riuscii a risponderti. Mi sentivo così stupido!.
- " Va bene, io me ne torno dentro. Quando ti deciderai a parlarmi, io sarò qui". Quei minuti con te furono i più lunghi di tutta la mia vita fino a quel momento. Non passò giorno che non pensai ad Alba. Cominciai con il dirti " Ciao", riuscii a guardarti negli occhi e, infine, anche a sorriderti. La primavera successiva sarei stato pronto a
parlarti, a conoscerti e, magari, a curare
con te il tuo giardino. La primavera arrivò presto, in punta di piedi, senza farsi sentire. Le siepi erano alte e le rose erano spente. Forse tu sapevi che avrei voluto parlarti e non eri disposta ad ascoltarmi, forse avevi altro da fare, forse il tuo
giardino non era più l'unico a godere delle
tue carezze. Avrei voluto bussarti alla porta
mille volte, ma mille e una volta pensai che non mi avresti voluto. Eri troppo bella per
perdere tempo con uno come me. Presi a
fumare. Uscivo tutte le sere, vagabondavo
tutte le notti per la città. Quando diedi il
mio primo bacio affondando il viso in quei capelli corvini e ribelli, pensai alla tua
bocca. Arrivò l'autunno. Forse te ne eri
andata: "Meglio così", mi dissi. Un sabato
mattina bussarono alla porta. Ero solo in
casa, come sempre. Tua madre mi invitò a
venire a trovarti, sarei potuto passare a
qualsiasi ora, ogni volta che lo avessi
voluto. " Perché tua madre e non tu?"-
pensai- "Forse piaccio a tua madre perché
sembro un bravo ragazzo, ma non a te?". Mi
ripromisi che non avrei mai considerato
l'invito. Il mercoledì successivo, in piena
notte, mentre stavo leggendo, mi fermai a
pensare: ero un ragazzo popolare. Da timido
secchione, ero diventato un ragazzo simpatico, ribelle e figo quanto bastava per essere popolare, soprattutto fra le ragazze.
E forse non volevo venire da te perché non
volevo più indossare quei panni da timido
secchione. Pensavo questo, con le braccia
conserte e la testa abbandonata sul cuscino,
quando delle grida mi distolsero da ogni
riflessione. Balzai giù dal letto e aprii la
finestra. Ora le grida erano forti e chiare:
era la voce di tua madre. Udii i passi dei
miei genitori. Tua madre gridava e piangeva
di un pianto disperato e straziante. Ed
eccomi di nuovo nei panni del ragazzo timido
e impacciato, muto e paralizzato. Ero ancora
fermo alla finestra quando vidi i miei
genitori bussare alla tua porta. Quel dolore
mi era entrato talmente dentro che mi sembrò di averlo gridato io stesso. Alba si era
uccisa quel mercoledì notte nello scantinato con una corda al collo. Nel giro di pochi
minuti, la sua casa era piena di vicini e
curiosi. Arrivarono i soccorsi, i carabinieri
ed io ero ancora appoggiato al muretto.
Quando lo scavalcai, non raggiunsi la folla; restai lì, a carezzare quello che era rimasto
della sua rosa. Tremavo e piangevo come un
bambino; tremavo e piangevo come uno stupido
che si era reso conto di non aver curato la
sua rosa solo perché pensava di più se stesso. In quel momento ero solo questo, uno
stupido che avevo perso tante occasioni per
essere felice, niente più. I primi mesi ti portai un rosa ogni giorno. Venni poi a conoscenza della tua patologia: la sindrome di Morris. Il tuo corredo cromosomico era XY, ma il tuo fiocco tra i capelli era sempre stato rosa. Lo avevi scoperto appena un anno e mezzo prima di decidere che tutto questo sarebbe stato troppo per te da sopportare. Eri una ragazza alta, snella,dal bacino stretto, la mandibola un po' squadrata e l'ombra amorfa. I tuoi lunghi capelli
biondi, lisci e lucenti, avevano lo stesso
profumo della tua rosa e i tuoi occhi,
grigio- verde,mi ricordavano le sue foglie.
La tua pelle bianca e le tue guance rosee
sembravano essere state dipinte dalla stessa
mano che aveva dato forma ai petali dei.tuoi fiori. Le rose Alba non sono una specie, sono
degli ibridi spontanei; sono belle ed
eleganti, delicate e forti, proprio come lo
eri tu. La leggenda narra che le rose Alba
siano nate con la dea Venere dalla spuma del
mare. Ora io ti cerco sempre là, tra le onde
del mare, belle ed eleganti come lo eri tu,
regina del mio giardino.

Da Lucia Trucca
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Commenti
Davvero bello il tuo racconto! 



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